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Full text of "Le opere retoriche di Marco Tullio Cicerone studio critico"

D* GAETANO CURCIO 

Libero docente di Letteratura Latina nella B. Università di Catania 



LE OPERE RETORICHE 



DI 



M. TULLIO CICERONE 



STUDIO CRITICO 




ACIREALE 

TIPOGRAFIA DELL'ETNA 
Cono Vitt. Emanuele, 118 

1900 



PREFAZIONE 



c-< 



La conoscenza della retorica degli antichi Greci e Romani 
è giovevole al filologo moderno sia perchè questa disciplina 
avea presso di loro grandissima importanza, sia perchè ci por- 
ge lume nella critica e nelT oculato apprezzamento della loro 
arte letteraria. 

La retorica nella coltura degli antichi comprendeva quasi 
tutta la materia dell' insegnamento superiore, dopo il quale 
la gioventù entrava nella vita pratica e pubblica. Perciò in 
essa trovavano posto quelle varie parti che ai nostri giorni 
staccate e fatte indipendenti, si chiamano studio letterario 9 
studio filosofico, studio giuridico. Quanta larghezza, se si ba- 
da a ciò che comunemente ai nostri giorni viene inteso col 
nome di retorica, e quale ingiusta sorte le è toccata , quando 
si pensi che siamo soliti chiamare retorica V artificio, il con- 
venzionalismo, tutto ciò insomma che si allontana dalla natu- 
rale e libera manifestazione del pensiero ! Essa avea il com- 
pito d' indicare la via seguita dai più chiari intelletti, e i mez- 
zi di cui si erano serviti nel comporre un 1 opera letteraria; 
che se molti i quali si provarono a scrivere "altro non furono 
che esecutori di un ricettario, evidentemente il male risiedeva 
nel loro cervello, non nella retorica. 

Ora essendo essa il corso fondamentale degli studi in Roma, 
a cominciare dall' epoca di Cicerone, era necessario che la 
sua azione si rendesse manifesta non solo nell' eloquenza cui 
essa direttamente mirava, ma eziandio nelle opere in prosa e in 
verso, specialmente quando fossero prodotte da mediocri in- 
gegni, che alla scuola sogliono pagare largo tributo. E nem- 
meno i più forti intelletti ne andarono immuni, giacché ac- 
cadde a Cicerone qualche volta di mostrarsi più retore che 
scrittore, e dopo, a molti altri, e storici, e filosofi, e poeti. 



IV 



Di guisa che un doppia ordine di studi ha fornito fin' ora 
la retorica alla filologia moderna, di retorica pura, chiamia- 
mola così , e di retorica applicata. Del primo le ricerche eru- 
dite hanno prodotto risultati quasi definitivi nella Rhetovik 
der Griechen und Rome/* (Leipzig* 1885) di R. Volkmann ; 
del secondo ci hanno dato buoni ed utili risultati G. RiuBEK, il 
quale seppe ritrovare con sagacia le vestigia dell' arte retorica 
nelle poesie di Ovidio; (1) Fr. Leo (2) e R. M. Smith (3) nelle 
tragedie di Seneca; C. von Morawschi in Velleio e in parecchi 
altri scrittori, quali Lucano, Seneca, Tacito, Giovenale. (4) H. 
Mueller e Westerburg in Ploro. (5) 

Questo secondo ordine di ricerche ha tal natura da non com- 
portare limiti e resultati definitivi, tranne che pei singoli scrit- 
tori , ed è facile vedere quanto largo campo esso offra ancora 
da esplorare agli studiosi dell' arte antica. Ma le indagini di 
retorica pura non sopo meno feconde di studi e ricerche, quan- 
do esse mirano a ricostruire con metodo storico e critico la 
teoria di un intiero periodo o di un grande scrittore. 

Storicamente considerata, e non complessivamente come fe- 
cero il Cresollio, il Vossio, 1' Hardion, Bellin de Ballu, e ulti- 
mo R.. Volkmann, la retorica pura porgerà ancora per qualche 
tempo materia a indagini, malgrado sia già rilevante il nume- 
ro delle particolari monografie cui essa ha dato luogo in que- 
sto nostro secolo. Di molte ricostruzioni ancora abbisogniamo, 
e noi con questo studio abbiamo voluto farne una, forse la più 
necessaria ed importante nella letteratura latina, la quale man- 
cava del tutto. 

Saremmo lieti d' altro lato di poter persuadere i più restii a 
queste- ricerche che esse hanno 1' efficacia di sollevare tali que- 
stioni di critica che difficilmente con altri mezzi potrebbero 
nascere e venire risolte. Così noi abbiamo cercato di far com- 
prendere nei primi tre capitoli di questo volume la genesi del- 
le teorie retoriche di Cicerone e lo svolgimento di esse nei 
capitoli seguenti , ma proponiamo altresì all' attenzione dei fi- 
lologi alcune considerazioni intorno al u De Oratore n, all' u 0- 
rator tj, alle u Partitiones Oratoriae r> che fondate come sono sul- 
la cognizione tecnica della materia, ci auguriamo possano su- 
scitare una feconda discussione. 



(1) Oeschichte der Rómischen Dichtung, Stuttgart 1889, voi. II, pag. 225, 
805 sqq. 

(2) De Senecae tragoediis observationes criticete, Berolini 1878. 
(8) De arie rethorica in L. A. Senecae tragoediis perspicua, 1885. 

(4) u Wiener Studien » 1882. pag. 167; De Rhetoribus latinis, Cracoviae, 
1892; Zur Rhetorih bei den Róm. Histor. Leopoli 1895. 

(5) u Rhein. Museum » 87, 85. 



r 



LA RETORICA IN GRECIA 

■r 

dalle oBionn raro ad he&maooba 



BXBUOGRÀPIÀ PARTICOLARE 



A. WeStermann, Geschichte der Bevedtsamheit in Griechenland und Rom, 
Leipzig, 1883, voi. 2. 

L. Spengel, Hwy.yc/rt zzyy&v^ sive artium scriptores ab initiis usque ad 
editos Aristotelis de Rhetorica libros ; Stuttgartise, 1828. 

Ch. Benoit, Essai historique sur les premier s manuels d* inventxon oratoire 
jusqu* à Aristote; Paris, 1846. 

R. Volrmakn, Die Rhetorih der Griechen und Rómer, * Leipzig, 1885. 

— Rhetorih et e. in Handbuch der Klass. Alteri. — Wissensch. 

di Iwan von Mum-er, Miinchen, 1890, voi. TI. 

W. Christ. Geschichte der Griech.-Lttteratur % Miinchen, 1892 [ in Handbuch 
der hlass. Alter t.- Wissensch. di I. von Mììllek ; voi. VII]. 

E. Norden, Die Antihe Kunstprosa, Leipzig, 1898, voi. 2. 



m—M., 



— - i . -^- — — ■ _ * ^ B_ * __? ? M _M_W___M- J ,_mg_k_ . * _M _»_M- » 



CAPITOLO PEIMO 



DALLE ORIGINI FINO AD ARISTOTELE 



SOMMARIO — La scuola sicula: Empedocle, Koraoe, Tisi», Gorgia. — La souola sofi- 
stica greca : Protagora , Prodico , Hippia. — La souola sioala fa cadere nella di- 
menticanza quella greca: oarattere dell' arte di Gorgia. 

Contemporanea a questa vive una souola pratica di eloquenza : Thrasimaoo, 
Theodoro, Kefalione, Antifonte, Teramene, Lysia. 

Socrate muove lotta a queste scuole di eloquenza e getta le basi di una retori- 
ca filosofica; Platone determina il piano di questa retorica nuova. Isocrate svol- 
ge il piano di Platone eoa tendenze pratiohe ; Aristotele, secondo i desideri! de 
maestro, in modo assolutamente filosofico. 

Se vogliamo prestar fede ad Aristotele, Empedokles, do- 
po che ristabilì nella patria sua Agrigento, con 1' autorità del- 
la parola, il governo popolare, raccolse, primo fra tutti, alcu- 
ne osservazioni sui discorsi da tenere nelle pubbliche assem- 
blee; (1) e quindi anche in Siracusa, caduta la tirannide, e 
chiedendo con lunghi giudizi i privati cittadini le sostanze di 
cui erano stati spogliati, per la prima volta allora, essendo il 
popolo di Sicilia arguto e litigioso per natura sua, Korax e 



(1) Diog. Laert Vili, 57: WpLTTore/^c $k kv r<£> ILo^ir??, wrpi vpàrcv 
*Vj[xt:eóc'/}Jx ptfTObixh* evociv — Quintil. Ili, 1, 8: « natn primus post eos, 
quos poetee tradideruut, movisse aliqua circa rhetoricen Empedocies dici- 
tur. n Cfr. anche W. Christ, Gesch. d. Or. Lift. * ( Hand. d. Kl. Alt-Wiss. 
di I. Mttller, voi. VII ) pag. 97. 



Capitolo Primo 



• " M>0 l»««Xl|É. U f. 



Teisias, siculi ambidue, scrissero intorno all'arte e ai pre- 
cetti che devono guidare una difesa. (1) 

Dopo Empedocle sorse Gorgias da Lentini, il quale, man- 
dato in Atene dai suoi concittadini per chiedere aiuti contro 
quei di Siracusa, parlò con tale eloquenza da ottenere ciò che 
domandava. Ritornato poscia in Atene, vi fermò sua dimora, 
apertavi una pubblica scuola, e trapiantò così in Grecia 1' ar- 
te retorica. (2) 

Accanto a questa tradizione aristotelica, gli stoici ne pone- 
vano un'altra, più determinata, la quale riconosceva come fon- 
datore dell' arte del dire Korace, maestro di Tisia, alla sua 
volta maestro di Gorgia, importatore della retorica in Atene. (3) 

Con Empedocle, Korace, Tisia, Gorgia si era già formata in 
Sicilia una scuola di retorica, mentre i sofisti in Grecia face- 
vano anch' essi degli studi sul modo di ben parlare per per- 
suadere, con questa differenza che essi ponevano a base del 
persuadere il parlare con proprietà, ópbcéretz; laddove i si- 
culi il parlare con ornamenti, zùztzzlt.. (4) I greci studiavano 
perciò i singoli vocaboli, ne determinavano la forza, le mu- 
tazioni, la forma, il significato, la differenza tra un vocabolo 
ed un altro, l'ufficio; e sarebbe stato assai utile se la retorica 
sicula avesse ritardato la sua influenza sopra questa origina- 
ria ricerca intorno alle parole, giacché Protagora, Prodico, 



(1) Cicero, BrutuSj 12, ricava questa notizia dalla iuvayor/^ rexvaiv di 
Aristotele. Breve è Quintil. Ili, 1, 8: u arti ti m auteni scriptores antiquis- 
simi Corax et Tisias, siculi. » Cfr. Spenoel, àwx/'O/ii Zc'kwm, Stuttgarti®, 

1828, pag. 24-27. 

(2) Che sia stato scolare di Empedocle o no, Quintiliano affida la no- 
tizia alla fama, cfr. Inst. Or. Ili, 1, 8: u vir eiusdem insulse Gorgias 
Leontinus, Empedoclis, ut tradì tur, discipulus. n E. Norden, Die Antthe 
Kunstprosa, Leipzig 1898, voi. I. pag. 17 sqq. esclude in ogni caso che da 
Empedocle abbia derivato precetti rigurdanti la Xc'|c£. 

(8) Questa tradizione, esposta negli scoliasti del Wài.z, IV, 1 segg. VII, 
6, risale, come si deduce dalle relazioni di Sesto Empirico, D.iodoro, Dio- 
nigi di Ali e. sino a Timeo come fonte prima. Vedi L. Radermaker, Stu- 
dien zur Gesch. der Griech. Rhetorick, in Rh. Mus. LII, 1897 pag. 412-19. 
Anche Tisia andò in Atene, ove fu tra i primi maestri di retorica; cfr. 
Sfbngbl op. e. pag. 88. 

(4) Spengel, op. e. pag. 63. 



Dalle Origini fino ad Aristotele 



Hippia molto avean già determinato in quel campo di studi, 
e più avrebbero fatto i successori. (1) Ma Gorgia, venuto in 
Atene, con V insegnamento e con 1* esempio di uno stile fiori- 
to fece cadere nella noncuranza gli studi sulla grammatica e 
sul lessico. 

Fu egli uno dei più illustri di quella classe di uomini che, 
dopo le dottrine filosofiche di Parmenide, Heraclito, Empe- 
docle , Anaxagora , Demokrito , non sapendo più conciliare 
V una con V altra dottrina, non potendo spiegare le leggi del- 
l' universo e quelle della voluta necessità di una morale nelle 
azioni umane, fu presa da scetticismo intellettivo e morale. E 
derivando dalla dottrina di Heraclito, che si fondava sulla mu- 
tabilità del fenomeno, o da quella degli Eleati che affermava- 
no tutto risolversi nell : uno, che non era possibile la filosofia 
della natura e la ricerca obiettiva della natura delle cose, ne- 
gava la verità della scienza. Si ripiegò allora sul patrimonio 
di credenze od opinioni generalmente accolte dagli uomini, 
considerandolo come fondamento di un sistema di filosofia pra- 
tica, e poiché non poteva determinare quale fosse il vero obiet- 
to dell' attività umana, riè le regole della morale , si rivolse 
ad escogitare i mezzi coi quali 1' uomo potesse facilmente rag- 
giungere un fine proposto. 

Il fine più elevato degli uomini allora era il potere politico, 
il mezzo la parola; quindi la retorica che insegna ad adope- 
rare la parola fu 1' oggetto delle ricerche e degli studi di que- 
gli uomini. Furano chiamati sofisti. L 7 arte della parola, con- 
siderata nella sua ampiezza, non è tale tuttavia da poter es- 
sere informata da un unico metodo, e la sofistica fu perciò 
arte di molteplice metodo, tanto che riusciva difficile a defini- 
re allo stesso Platone. 

Sofista fu allora 1' appellativo di un uomo di dottrina, di 
qualsivoglia natura fosse questa, e Gorgia va annoverato fra i 
sofisti. Anche Socrate, dice Grote, sarebbe stato indicato da un 
ateniese del tempo della guerra del Peloponneso, come il so- 



(l) Cfr. per tutto ciò che si può dire di questi tre sofisti Spengel, op. e. 
Protagora, pag. 40-46; Prodico pag. 46-60 ( intercalate non poche osser- 
vazioni clie riguardano Thucvdido ) ; Hippia, pag. 60-61. 



6 Capitolo Primo 



fiata più illustre, (1) Ma Gorgia, perchè non venisse confuso 
con coloro che si chiamavano a torto educatori degli uomini, 
laddove erano volgari ciarlatani avidi di moneta, appellavasi 
da se medesimo retore, e la sua arte nomava retorica, com- 
pendio di tutte le arti. (2) 

Come esempio e modello di quelle regole che dettava nella 
sua scuola, scrisse parecchie declamazioni, nelle quali trattava 
della lode e del biasimo, perchè giudicava essere questo sopra- 
tutto 1' ufficio dell' oratore, accrescere un fatto con la lode, di- 
minuirlo col biasimo. (3) Ma quelle declamazioni andarono perdu- 
te; conosciamo solo di alcune il titolo; l"OXvurcaxo; f la II ih 
Sìxo's, V 'Fjyx&utov rc5i/ 'EXeiW, V 'Fjiztrdficv. Gorgia ri- 
scuoteva sopratutto 1' ammirazione degli uditori per fioritura 
di frasi poetiche, per 1' uso metodico di certe figure, per il co- 
lorito poetico che al suo discorso dava con frequente impiego 
d' immagini, di neologismi, di accumulati aggettivi, di parole 
forestiere. (4) 

Minor valore sembra abbiano avuto i suoi scritti teorici s al- 
l' arte del dire, poiché il metodo didattico di Gorgia consiste- 
va più nella pratica esercitazione, che nella esposizione delle 
regole d' arte. (5) Gli scolari potevano apprendere da lui uno 



(1) Hist. de la Grece ( trad. Sadous ) voi. XII, pag. 195. Platone ed Ari- 
stotele non fecero giudicare giustamente dai postevi i sofisti e l'opera 
loro; ma recenti studi hanno assegnato, con senso storico, il posto meri- 
tato ai sofisti. Vedi la monografia del Chiappeu.i, Su le teorie sociali dei 
sofisti greci (Atti dell' Accad. delle scienze di Napoli, voi XXIII). 

(2) Plato, Merton, 95 C ; Philebus, 58 A. 

(3) Plato, Phcedr. 267 A. Cicero, Brut. 12. 

(4) Dio^oro, XII, 53; e Diouys. di Hai. De Lys. 3, i quali attingono da 
Timeo. 

(5) Non si può affermare, per le discordi testimonianze che Gorgia ab- 
bia scritto precetti su tutta l'arte del dire. Pare sicuro che abbia trat- 
tato questioni particolari, come ri attesta il libro che egli scrisse KìfA 
Tixtpoù — Cfr. Spengel, op. e. pag. 83 seg. A. Gercke, Die alte riyvr) farepiM) 
und ihre Gegner (in Hermes, XXXII, 1897, 3.) è d'avviso che esistette 
una ziyyyj di Gorgia, la quale conteneva orazioni e luoghi comuni, con 
metodo uguale a quello che si osserva nelle tre tretralogie di Antifonte, 
che conserviamo. 



Dalle Origini fino ad Aristotele 



stile che riscuoteva acclamazioni; egli nelle pubbliche feste 
della Grecia intiera dava spettacolo della sua facile eloquenza, 
intessendo sopra un canovaccio studiato o improvvisato (1) il 
suo repertorio di antitesi e di figure; il suo dire* era un diti- 
rambo in prosa che trascinava gli uditori. Non avea fatto con 
ciò opera del tutto nuova per l'arte della prosa: svolgendosi 
questa dalla poesia, era naturale che dovesse ritenere nei pri- 
mi suoi passi molti elementi di essa; ma 1' originalità di Gor- 
gia consistette noli' esagerato impiego di quegli elementi; nel- 
la sua prosa non era la semplice maestà dell' epica, ma 1' en- 
tusiasmo dello stile ditirambico e il patetico dello stile dram- 
matico, mentre nell' elocuzione abbondavano audaci composi- 
zioni di parole e metafore ardite (2) 

Scolari di Gorgia furono Polos di Agrigento, Antisthenes ateniese, Al* 
hidamas, Lihymnios; imitatori Aischines Sokraticos, Kritias , Agathon. Polo 
compose un trattato intorno all' arte del dire, Alcidamante ne scrisse un 
altro col quale divideva il discorso in quattro parti : ^£?<€, affermazione; 
Ò7r9fa9t£, negazione; èpraT/ai^ int irrogazione; nGCJcc/ópeitJiS) saluto. Liky- 
moio adoperò nella sua arte retorira voci poetiche e metafore audaci, nel 
dar nome tecnico alle parti nelle quali si divide V orazione. (3) 

L' arte di persuadere, insegnata in Sicilia da Korace, dive- 
niva per mezzo di Gorgia, trapiantata in Atene, arte di allet- 



(1) Philostratus, Vita? Soph. (proem. ) lo chiama fondatore della improv- 
visazione. 

(2) E. Norden, op. e. pag. 41 fa cominciare da Gorgia le due grandi vie 
che seguo l'arte della prosa nel suo svolgimento storico fino all'umane- 
simo : l' una fu quella indicata da Gorgia , V altra fu opposta ad essa , 
e più tardi venne chiamata Atticismo. 

(3) Nel libro che venne congiunto come terzo alla vera Rhetorioa di 

Aristotele in due libri, si notano di lui, III, 13 i vocaboli: èxcvpmtq, che 
non sappiamo che cosa significhi [felice argomentazione?], ònsnAclwpis 
ed oXot. Spf.ngei . op. e. 88 sgg. da questi termini è indotto a credere che Liky- 

mnio avesse scritto una poesia didattica sull'arte del dire: ciò che fece 
molto più probabilmente Agathon poeta tragico e retore sofista ad un 
tempo, del quale furono raccolte non poche sentenze in versi giambici, e 
senza dubbio Eveno di Paro , il quale compose una retorica èu [àetc/jù 
uyri'J.r t g yxpiv; cfr. Plat. Phaedr. 267 A. 



B Capitolò Primo 



tare coti musicale fioritura di parole. Ma accanto a questa la 
vita politica ne alimentava an' altra, informata da un indiriz- 
zo alquanto diverso, e coltivata da Thrasymacos di Calce- 
donia, Theodoros di Bysanzio, Kephalion, Antiphon, 
Teramenes, Lysias. 

Lo stile di costoro, che ammaestravano la gioventù coi pre- 
cetti e con V esempio , si può , meglio che in altro modo , de- 
terminare nelle sue caratteristiche quando si pensi che asso- 
migliava molto a quello di Tucidide. Questo giudizio fece Ci- 
cerone, il quale dice appunto di essi , che erano grandes oer- 
bis, crebri sententiis, compressione rerum breoes, et ob eam 
ipÈam causam interdum subobscuri. (1) Tenevano una via di 
mezzo, tra lo stile fiorito, poetico e anche artificioso degli ora- 
tori siciliani e il parlare semplice, alla comune ed umile lo- 
cuzione si migliati te, dei logografi e degli storici. 

Recenti ricerche danno come sicuro risultato che Thrasy- 
maco fu anteriore a Gorgia , e che primo formulò rego- 
le per un periodare ritmico. (2) Sulla testimonianza di Aristo- 
tele, compose un manuale di patetica "EAsict, con cui am- 
maestrava intorno ai mezzi convenienti per eccitare la com- 
mozione degli uditori; su quella di Suida, una réyyyj ór t ~c- 
ptxyj, e due manuali, uno intitolato naiiyvia, l'altro d^cpaoLt 
pyjToptxoit. (3) 

Theodoro era sottile conoscitore della tecnica dell'arte, ma arido 
quando si provava a scrivere orazioni (4), poiché la sua attività 
fu rivolta sopratutto a formulare precetti per ben comporre un 
diàcono. Nel quale distinse : nitromì ( cfr. Spengel, pag. 99 — 
mnrig probatio ) , «wTrfrrwTcs ( ~ quae proxime confirmationem 
accédit, Spengel, ibid. ), 0.eyyz^ testimonia , hztlCtàyysz, refu- 
tatiOy npcdw/rpic, praenarratio 9 durr/*}?^ narratio> mìar/irpi^ post- 
narratio. (5) Egli per V indirizzo che diede ai suoi studi sul- 
1' arte del dire, e forse più per la particolare attitudine della 



(1) Brutus, 7. ( Suida, Opacmiiotycg: ) 

(2) Cfr. E. Norden op. e. voi. I, pag. 15, e 41 sqq. 

(3) RheL III, 1. 

(4) Cicero, Brutus, 12 ; Suida, 0cO<?«g$c. 

(5) Aristot. RheL III, 18. 



Dalle Origini fino ad Aristotele 



sua mente, non somigliava molto a quegli altri ohe rappreseli- 
tavano con lui una scuola di conciliazione e di transizione ad 
un tempo. La quale ebbe questo carattere, di ridurre l' inse- 
gnamento ad esempio pratico, componendo per gli scolari esordi, 
perorazioni , amplificazioni , sia per dare esempio di stile , sia 
per consegnare a loro un frutto maturo raccolto nella scuola, da 
poter adoperare subito appena usciti di essa. Ogni retore di 
quel tempo avea la sua provvista 'di amplificazioni sulla giu- 
stizia {ri ìi'A7.icv), sulla leg^e {ri wj.iy.cv j, sull'utile {ri vitUAzicv)) 
teneva sempre in pronto delle esortazioni per fare appello al- 
le passioni generose {ri vSissj ) , alla tendenza verso il piacerà 
{ri rfiù), per persuadere gli uditori sulla facilità di una im- 
presa {ri ostòtcy)) ad una fine gloriosa {ri vj^cZo/), o alla pos- 
sibilità ( r<j àwzrw), o alla evidenza di un fatto {ri vxzù). (1) 

Kephalione ed Antifonte, ( questi si trova a capo della decade 
dei grandi oratori ateniesi), aveano composto, a testimonianza di 
Suida, una raccolta di esordi ed epiloghi (2 ». E quando fu costret- 
to Antifonte a rinunziare alla tribuna, e ad aprire una scuola di 
retorica, ridusse il suo insegnamenco ad esempio pratico di 
accuse e di difese, scrivendo esso medesimo esercitazioni ora- 
torie , le quali, se non sono quelle stesse che ci sono perve- 
nute sotto il suo nome, dovettero certamente essere su quello 
stampo. 

Il medesimo indirizzo seguì Teramene, di cui nulla ci ri- 
mane, e Lysia, il quale mostrò come si potesse far derivare 
dalla scuola e con gli insegnamenti del tempo, un' eloquenza 
sana, e, ciò che vai più, in servizio degli affari della vita pra- 
tica. Era stato in Turio scolaro di Tisia, in Atene avea tro- 
vato V arte della parola progredita per opera di Gorgia, e dei 
diversi indirizzi che allora vigevano si fa moderatore , acqui- 
stando, con la fusione, alla sua arte un carattere originale di 
chiarezza e di semplicità. Che* abbia scritto una Retorica 



(1) Ofr. Benoit, fissai ìiìstoriqiie sin' h\s pyrniirrs tnantt^ts *V inveii finti ora- 
toire e*c. Paris, 1846. png. 42. 

(2) Suida, voci iy.y. % y.h r jzi r J7.i, •j.cy'jr/sjc. Anche Cicerone s ? era compo- 
sto per conto suo, un volnhim jtron*miornw 9 vi'v. Atf Alt ir . XVI, (> T 4. 



10 Capitolo Primo 



è a dubitare, tanto più che Quintiliano gli fa dire che la 
retorica è pratica piuttosto che teoria; (1), quindi egli può 
esser qui ricordato da noi solamente per quegli esercizi re- 
torici che compose prima delle sue vicende domestiche e po- 
litiche, e perciò prima che si rivelasse oratore. I quali eser- 
cizi sono la zary/s pia xxzcìcyttìv , (2) .il lóyog èowri- 
*o*, (3) e in parte gli £'/xr/j;yua, (4) i lóyci sKideixrixei e Tra- 
vr i yvQt*;t. (5) 

Alla retorica veniva intanto assegnato in Atene l'ufficio di 
educatrice a quel sapere che dovea adornare ogni onorato cit- 
tadino; Socrate e Platone ne sono i nuovi legislatori, rappre- 
sentanti la reazione ad una scuola di dialettica di quel tem- 
po, derivazione anch'essa della primitiva retorica sicnla, ma 
degenerata perchè insegnava ad avere sempre ragione, a soste- 
nere il cero e il non vero di uno stesso argomento con felice 
successo, (6) e perciò avviava a rovesciare il fondamento etico 
di ogni sociale convenzione per sostituire il principio della 
utilità individuale. 

u Chiunque dei giovani abbia assaggiato una prima volta 
questa scienza, dice Platone, ne rimane invaghito come se 
avesse scoperto il tesoro della saggezza; nella sua ebbrezza non 
è soggetto che non voglia trattare, ora svolgendolo per ridur- 
lo ad unità, ora per dividerlo nelle sue parti, apportando sem- 
pre più il dubbio anzitutto a se stesso, poi a chi sta accanto, 
sia esso più giovine , o più vecchio , o coetaneo , non rispar- 
miando perfino il padre e la madre sua, od altri che V ascol- 
ti , quasi nessun genere di animati, e non risparmierebbe al- 
cun barbaro, se trovasse un interprete, n (7) Quest'arte adun- 
que, che per distinguerla dalla retorica sana e filosofica ven- 



(1) Inst. Orai. II, 17, G. 

(2) Shenc.ki., op. «:. 125. — Wkstermann, op. e. I, 279. 

(3) Plato, Phaetìv. 2W-34. 

(4) Wkstkkmànn. op <\ J, 70 n. 5, e 2K7. 

^6) Dion. Lys. 28, e 3, 1G; ct'r. Wkstkumann, ifoid,: Chkist, Gesch. d. (irierh. 
Li iter, pag. H21-22. 

^6ì Cicero, fìsut. 8, :K>. 
{1\ PhiM. 1G E. 



Dalle OH g ini fino ad Aristotele 11 



ne appellata sofistica, si fondava sulla facilità di cogliere gli 
aspetti minuscoli delle cose per trarne conseguenze impreve- 
dnte, e minacciava la sana e proficua educazione della gioventù. 
Socrate finche visse fece guerra a quei maestri di ragionare e 
di parlare, che non erano tuttavia tanto perniciosi quanto egli 
o Platone ce li rappresenta, e alla loro retorica volle sostituire 
un' altra la quale avesse precipuamente lo scopo d'istruire e ren- 
dere migliori gli nomini. Essa fin ? allora era stata manuale 
pratico o teoretico per insegnare 1' arte di persuadere, con So- 
crate diventa la scienza medesima di tutto ciò che può con- 
durre gli uomini al bene, e assicurare il loro benessere. L'o- 
ratore nou dovea trionfare coi mezzi della dialettica, ma per 
la forza della verità e per 1' autorità della sua virtù. Illusio- 
ne di filosofo che sogna una eloquenza ideale in una società ideale. 
Fin' allora V oratore non avea carato di conoscere ciò che era 
giusto, ma ciò che sembrava tale (Phaedr. 260); a giudizio di 
Socrate quest' arte che non si proponea di cercare il vero, 
ma di guadagnare solamente il consenso di chi ascolta, era arte 
ridicola, anzi negazione dell' arte ( Phaedr. 262 C ). La vera re- 
torica adunque per Socrate, come per Platone, non è più l'arte 
di persuadere, ma la scienza di ciò, di cui bisogna si persua- 
dano gli uomini. Chi vuol dedicarsi all' arte del dire, deve ri- 
cercare e determinare anzitutto ciò che sia giusto e buono, poi 
comprendere la natura di quegli argomenti di cui vuol trattare 
( Phaedr. 263 B. C. ); ed allora la dimostrazione oratoria consi- 
sterà nel distinguere le idee immutabili da quelle che si tra- 
sformano continuamente, le cose sulle quali tutti concordano 
da quelle su cui le opinioni differiscono , e nel partire quindi 
dalle prime per arrivare alle seconde, per mezzo di rapporti 
che siano come una catena d idee intermediarie. L' ordine na- 
turale di un discorso infine deve essere questo, di riunire da 
principio in una idea generale tutte le idee particolari del sog- 
getto, per fissare in una definizione precisa la questione di cui 
si tratta, poi decomporr* qnest' insieme neIJe sue diverse par- 
ti, per analizzare ciascuna separatamente, u Quando io vedo che 
un tale sappia considerare 1' uno e il molteplice, secondo la lo- 
ro natura, vado dietro a lui za?o;:uOc y.sr' i'/y^>\ '>&'£ r izzì:. n 

( Phaedr. 266 B ). 

Questa teoria era da uomini di genio; e quanto più essa s' in- 



.12 Capitolo Primo 

rialzava nelle sfere della filosofia, altrettanto si allontanava 
dalla classe connine degli nomini. Platone trasportava in virtù 
del suo metodo , con volo ardito nelle regioni della più alta 
speculazione, qualunque argomento si accingesse a svolgere; ma 
ivi pochi lo seguivano, e allora i più lasciavano il filosofo con 
i suoi ragionari, e tornavano al manuale retorico , che appre- 
stava metodi e ricette facili e giovevoli. 

Isocrates infatti, che aveva ascoltato anche lui i ragiona- 
menti di Socrate, si mantenne in sfere più accessibili. 

Egli fu a giudizio di Cicerone, pater eloqitentiae et perfec- 
ttts dicendi magistei\ (1) ma alla parte far. naie dell'eloquen- 
za si dedicò più che alla sostanzia/e, contrariamente al pen- 
siero socratico. Costretto a tenersi lontano dal foro, aprì una 
scuola di retorica , la quale fu V immagine dell'intiera citta- 
dinanza ateniese, come ebbe a dire Dionigi di Halicarnasso, (2) 
e da cui , come dal cavallo di Troia , uscì una schiera di veri 
maestri del dire. (3) 

In lui, accanto all' influenza Socratica, fu manifesta anche 
quella dell'insegnamento di Gorgia, che ebbe a maestro; egli 
accolse 1' idea del primo che bisognava ammaestrare i giovani 
al sapere, ma ritenne, come avea affermato Gorgia e la scuola 
sofistica, che scopo ultimo del sapere era la ttsàitixij iper:r t \ il 
cittadino che volesse conseguire siffatta virtù dovea sopratut- 
to versarsi nella pratica della vita civile (riaxTw&s j3&*) e non 
rinchiudersi nella teoretica contemplazione della virtù (fewsfiTixò, 
j3.<?s)i nella vita pratica, egli diceva, svegliavasi il sentimento 



(1) De Ontt. II, 3, 10; Brut. 8. 

(2) De Isovv. mdir, § 1: u . . , xxì tv>> 'AOap/acw TroÀì^c ei/Mx TrstyjJa* 

Trp ézvrsù e/ }.r,v ... « Cicerone, Jtrut S: u Extitit igitur Isocrates, 

cuius dora us cunctee Grascise quasi ludus quidam patuit atque offi- 
cina dioendi . . . n 

(8) Cicero, De Orat. II, 22: u . . . Isocrates . . . cuius e ludo tamquam ex 
equo Troiano meri principe* exierunt : . . . n II corso del suo insegna- 
mento durava r.omunemeuie da 3-4 einni, pei quali egli esigeva un ono- 
rario di 10CX) dramme ( L. 970 circa \ (Considerato il numero degli scola- 
ri dovea ricavar molto dall' insegnamento. Ogni me»e teneva ima gara. 
nella quale il premio consisteva in una corona. (!fr. W. Chhist. op. e. pag. 320. 



Dalle Origini fino ad Aristotele 18 



della virtù , la quale teoricamente non si poteva insegnare. 
A questi suoi principi didattici egli diede corpo per mezzo di 
discorsi panegirici, nei quali la forma, prodotto di lungo stu- 
dio e di arte finissima di prosatore, raramente è scompagnata 
da sentimento vero e profondo di cittadino educatore a nobi- 
li ideali, u Non un grande apparato esteriore, a dir vero ; una 
forza interiore di profonda convinzione muove vivacemente la 
frase, in cui le idee si dispongono e si atteggiano, calde anco- 
ra di quel soffio ardente che le fa erompere dall' animo, n (1) 
Costretto a parlare sempre dalla cattedra, potò trarre la elo- 
quenza accademica, che se non è trattata da una mente supe- 
riore ed equilibrata diviene declamazione, dagli argomenti in 
cui essa era stata impelagata nelle scuole precedenti , ad altri 
salutari e nuovi, e tali che potessero rendere, come volea So- 
crate, gli uomini migliori. Così egli svolge soggetti politici e 
soggetti storici, facendo J' elogio di una città o di un eroe, con 
l' intendimento d' innalzare le antiche virtù per eccitare nei 
cittadini 1' emulazione a mantenerle, di ricordare 1' eroismo de- 
gli avi perchè i discendenti non ne fossero indegni, di rappre- 
sentare i benefizi che arrecò sempre la religione nazionale , per 
conciliare ad essa rispetto. Leggeva quei discorsi nella scuola 
e a scrivere guidava i suoi scolari, i quali esercitava in siffat- 
to modo, più che con 1' esposizione di teorie retoriche. (2) Ma 
anche questo fece oggetto del suo insegnamento, poiché, mal- 
grado avesse incominciato da vero discepolo di Socrate, col ne- 
gare V arte, (3) in seguito riconobbe che vi sono delle forme, 
dei procedimenti con cui V oratore di professione può aiutarsi 
comodamente, sopratutto nell' improvvisazione. Scrisse allora 
una riyvrj py^rcpoai che non giunse fino a noi, ne ebbe lunga vi- 
ta, poiché Quintiliano dubitava che fosse veramente d' Isocra- 
te quella che al tempo suo correva sotto il nome di lui, (4) e 
probabilmente rivolse la sua analisi sul genere deliberativo, 



(1) Il Panegirico comm. da G. Sotti, Torino 1886. Introd. pag. XXVII. 

(2) Ilion ys. De fsocr. 3. 

(3) Cicero, Brut. 12. 

(4) fnst) Orat. II, 15, 4: u si tameu re vera ars quse circumfertur eius est. » 



14 Capitolo Primo 



anziché sul giudiziario . (1) e a differenza di alcuni predeces- 
sori che molte parti aveano distinto in ogni discorso , egli ne 
richiedeva quattro solamente siccome necessarie : esordio, nar- 
razione, confermazione, perorazione. (2) Di ciascuna parte 
quindi dettava ammaestramenti, (3) ma più largo studio dedi- 
cava in queir opera alla elocuzione, e particolarmente alla pro- 
sodia oratoria , che pur essendo stata prima trattata da Thra- 
symaco, poteva considerarsi sua creazione (4). Cicerone molto 
apprese dal trattato d' Isocrate riguardo al numero oratorio e 
non poche regole dovè detrarne, adattandole all'idioma latino; 
lo ebbe certamente come modello e guida nella composizione 
del De Oratore, giacché egli stesso a Lentulo, nel mandargli 
1' opera, scrive che avea tentato d' innalzarsi in quei tre libri 
fino alla maniera di Aristotele e d' Isocrate, tenendosi lontano 
dai comuni precetti. (5) 



1 — Nessun retore ebbe tanti discépoli e celebri, quanti Isocrate. Dalla 
sua scuola uscirono Isea, Demostene, Hiperide, il figlio suo Afareo, Iso- 
crate di Apollonia, Naucrate di Elitre, Theodecte di Faselis , lo storico 
Theopompo di Ohio, Eforo di Cuma, Filisco di Mileto. Cefisodoro, Andro- 
zione, Cratete di Mallo, Cocco, Lycoleone, ed altri. (6) Se ci fosse perve- 
nuto il Catalogo di Hermippo, che faceva ricordo di tutti gli scolari di 
Isocrate, molte cose senza dubbio ora sapremmo per ciò ohe riguarda la 
retorica, ma di coloro che scrissero intorno all'arte del dire non cono- 
sciamo che i nomi, i quali sono anche pochi. (7) Isocrate ebbe anche av- 
versari, fra i quali Aristotele di Stagi ra, Antistene ateniese, Alcidamante, 
di Elea, Zoilo di A tifi poli. (8) 

2 — Sotto il nome di Aristotele ci è pervenuta una ^r^cov/r, 7:oòg AXs- 
£ccy$pcv, la quale contiene una materia che ha del sofìstico e del socra- 



(1) Scrisse solamente tre orazioni giudiziarie. 

(2) Spengel, op. e. 156. Alcidamante avea distinto anch' esso quattro par- 
ti, ma di ufficio diverso da queste determinate da Isocrate. Vedi retro. 

(3) Spengel, op. e. 157-61. 

(4; Id. op. e. 152 sgg. 161 sgg. 

(5) Ad. famil. I, 9, 28. 

(6) Westermann, op. e. I, 83 sgg. 

(7) Spengel, op. e. pag. 180. 

(8) Westermann, op. e. I, 83 sgg. 



Dalle Origini fino ad Aristotele 15 

ti co, non senza alcuna influenza delle progredite vedute di Aristotele. (1) 
Questa Rhetorica da un luogo di Quintiliano, Instit. Ili, 4,» 9 esaminato 
prima da P. Victorius e poscia da L. Spengel, (2) pare non sia di 
Aristotele, e debba invece attribuirsi ad Anaximene. Parecchie contra- 
dizioni tuttavia sono rimaste in seno alla questione, la quale perciò de- 
ve ritenersi come aperta. (3) I motivi addotti contro la paternità ari- 
stotelica del libro sono questi: l.° Biogene Laerzio non ne fa ricordo nel 
catalogo delle opere di Aristotele. 2.° Stile e processo, quanto a rigore 
analitico, diverso in questo libro da quello che si nota nelle altre opere 
di Aristotele. 3.° Contradizioni nei particolari, tra questa Rhetorica e la 
vera Rhetorica di Aristotele. 4.° Una lettera dedicatoria, posta in capo al 
libro ad Alessandro, il che non era delle abitudini di Aristotele — Il mo- 
tivo per il quale si vuole attribuire il libro ad Anaximene è questo: il 
luogo di Quintiliano, Inst. III, 4, 9 che, fatta qualche lieve correzione di 
testo, corrisponde al principio della pr~cpv/r, 7T. 'A/, tanto da poter cre- 
dere che il primo sia traduzione del secondo. 

Resta ancora u concordare il modo di correggere il testo greco, acciochè 
non discordi dal latino, ed a spiegare come sia avvenuto che nella lettera 
dedicatoria Aoaximene parli della Rhetorica a Theodecte come opera sua, lad- 
dove i contemporanei dovevano sapere che non era sua, e perchè nei capi- 
toli 1 e 20 1' autore parlando di Ateniesi dica noi, giacché non sappiamo 
quali relazioni potè avere Anaximene con gli Ateniesi. 

ArÌ8toteles ( 384-322 a. C. ) si accinse a scrivere di reto- 
rica perchè non poteva tacere , diceva lui , quando i barbari 
parlavano, riferendosi ad Isocrate; e volle dare esecuzione al 
piano di Platone, per il quale Isocrate non avea avuto baste- 
vole ingegno. Egli avea già dato compimento al suo Organon : 
avea studiato nelle varie forme del linguaggio i procedimenti 
di cui dobbiamo servirci per scoprire la verità , e quelli pei 
quali ce ne allontaniamo , ed era riuscito a ridurre a un pic- 
colo numero di forme generali le operazioni complesso del 
ragionamento. Il suo sistema logico , volle imporre a tutte le 
manifestazioni dello spirito, non esclusa 1' arte del dire. 



(1 ) Volkmann, Rhetorik d. Griechen und Rómer, ( in Handb. d. KL Alt* 
Wiss. di I. Miiller, Mùnchen 1890, voi. II ) pag. 640. 

(2) Nella edizione che ne curò nel 1844. 

(3) Spengel, in Phil. 18, 604 sgg. difende la sua tesi, contro Campe , il 
quale nei Jahrb. f. Phil. 45, 69 sgg. e in Philol. 9, 106, sgg. aveva soste- 
nuto che il libro fosse stato scritto nel periodo imperiale romano. 



16 Capitolo Primo 



É cosa conosciuta da tatti che le opinioni di chi parla pos- 
sono divenire opinioni di chi ascolta per due vie : per quella 
della persuasione, o per quella del sentimento. La prima do- 
vrebbe essere anche la sola, giacché noi dovremmo consentire 
solamente con le verità dimostrate, laddove la seconda serve il 
più delle volte a conquistare la nostra volontà, a dispetto della 
ragione che vorrebbe il contrario. Aristotele da filosofo fece 
appunto la prima via oggetto del suo studio, giacché la reto- 
rica, per lui, era u forza di scoprire in un argomento ciò che 
può svegliare la persuasione degli altri n (1) e costringendola, 
come ultimo capitolo della sua grande opera, a far parte del 
sistema, le diede il carattere di rigorosa ricerca filosofica. 

Il procare la verità di un argomento fu adunque per lui il 
vero e il più importante compito dell'oratore, e siffatta prova 
1' oratore avrebbe dovuto attingere da un patrimonio, acquista- 
to prima, di sapere politico e morale, per mezzo di una de- 
' strazza, che di quel patrimonio sapesse guidarlo a scegliere le 
idee che più giovano all' assunto. Il sapere necessario all' ora- 
tore costituisce così per Aristotele come un' etica oratoria, la 
destrezza di usarne la dialettica oratoria. (2) 

Divisione della retorica — Egli suddivide anzitutto la facol- 
tà oratoria in tre specie ( ttj* fj^cpur^ rotx day ) derivanti dalla 
relazione che passa tra colui che parla e colui che ascolta. 
Questi può essere uditore, o spettatore, o giudice, e da questi 
tre diversi uffici deriva che si possono avere orazioni di tre specie: 
deliberatile, dimostrative, giudiziali ( wnfìcij/svrGtfo, mcWrcxoV, 
£cx*wxoy, I, 3). Con la prima si vuole persuadere o dissuadere; 
con la seconda si loda o si biasima ; con la terza si accusa o 
si difende. ( ibid. ) Lo scopo di ciascuna è diverso : nell' ora- 
zione deliberativa 1' utile o il danno; nella dimostrativa 1' one- 
sto o il turpe; nella giudiziale il giusto o V ingiusto. Dunque 
all' utile, o all' onesto, o al giusto bisogna che risalga ogni 
orazione, il cui contenuto particolare è vario e molteplice. 



(1) Rhet. I, 2, 1 u . . . owxui$ nef/i exavrcv tcù 6e&>on<7a* zò htàtyóusvov 

ntàaa/óv. n 

(2) Bbnoit, op. o. pag. 89. 



Dalle Origini fino ad Aristotele 17 

Genere deliberativo - Chi si accinge a parlare al popolo , 
comunemente suole trattare di uno di questi cinque argomen- 
ti : entrate pubbliche , guerra o pace , difesa del paese , com- 
mercio , legislazione ( 1 , 4-5 ). Ma per far ciò è necessario 
che sappia tutto quello che la filosofia ha dettato intorno agli 
stati; deve conoscere cioè che le forme di governo sono essen- 
zialmente quattro: democratica, oligarchica, aristocratica, mo- 
narchica, ciascuna delle quali ha carattere, tendenze, scopo, pe- 
ricoli diversi ; e quindi 1' oratore politico , dovendosi proporre 
sempre la maggiore utilità della sua patria, sappia che siffatta 
utilità muta con il mutare del governo. Egli dovrà aver me- 
ditato inoltre sopra i principi che reggono la pubblica ammi- 
nistrazione , sopra 1' organismo e i costumi di ciascuna città , 
sulle vicissitudini di essa, sopra le inevitabili trasformazioni, 
e sui mezzi di ritardarne la caduta. (1) 

Genere dimostrativo — Chi vorrà dimostrare un argomento 
etico qualsivoglia, perchè il suo dire risalga all' onesto, bisogna 
che sappia che ciascun uomo ha uno scopo, il quale è la felicità. 
L' oratore deve sapere quindi che cosa sia la felicità , le parti 
di cui si compone , e da che essa derivi (I, 5 ) , e quindi che 
cosa sia il buono e F utile ( I, 6-7 ) , e quante siano le spe- 
cie di governo ( democrazia , oligarchia , aristocrazia , monar- 
chia ) e il carattere di ciascuna specie, perchè ad essa si adat- 
tino i costumi di ogni cittadino (I, 8 ) ; deve conoscere in- 
fine ciò che gli uomini considerano come qualità o pregi in 
un uomo ( T, 9 ). Ma poiché non è possibile determinare in mo- 
do assoluto i limiti delia virtù e del vizio, così F oratore deve 
conoscere i gradi intermedi tra una virtù ed un' altra, tra un 
vizio ed un altro, in modo da saper presentare il personaggio 
secondo che meglio ridonda : il temerario può rappresentarsi 
valoroso o pazzo, F orgoglioso come eroe o come arrogante , e 
cosi via ( I, 9; 28-29 ). 

Genere giudiziale — L' oratore che parla dinnanzi ai giudi- 
ci deve anzitutto risalire al principio della ingiustizia, la qua- 
le è a infrazione volontaria alla legge naturale o scritta r>. (2) 
Egli deve quindi conoscere le leggi consacrate dalla scrittura 



(1) Kh*t. I, 8. 

(9) Ret. I, IO, 3 : ri /3X*7r?etv ètómx r.xpà rw vóy.c»+ 



2 



Li .> 



1S Capitolo Primo 

o dalla consuetudine, e poiché esse non bastano sempre a con- 
tenere ogni varia estrinsecazione dell' attività umana nel bene 
o nel male, è necessario che sia guidato dal senso della equità 
che la natura ci ha dato, per apprezzare il delitto dalle circo- 
stanze che 1' hanno accompagnato e dalla presunta intenzione 
del colpevole. (1) Per quest' ultima parte è necessario cono- 
scere le passioni umane : ciò che riesce giocondo agli uomini 
(I, 11) e ciò che riesce ingiurioso; in quali circostanze e in 
quale classe di uomini (1,12); ciò che sia ingiuria ed equità 
(I, 13-14). L'oratore infino deve conoscere i mezzi coi quali 
può guadagnare credenza al suo assunto , i quali sono cin- 
que : leggi , testimonianze , patti convenuti , confronti , giura- 
menti ( I, 15 ). 

Materia comune ai tre generi — Poiché V oratore deve inte- 
ressare alla sua causa il giudice o il pubblico, è necessario co- 
nosca i mezzi coi quali si possa guadagnare I' animo del giu- 
dice o di chi ascolta ( II, 1 ). Il che si può ottenere quando 
si conosca la natura delle passioni umane: dell'ira (11,2-3), 
dell' amore o dell' odio ( II, 4 ), del timore (II, 5 ) , del pudore 
(II, 6 ) , della riconoscenza ( II, 7 ), della misericordia (II, 8 ) , 
deli' indignazione ( II, 9 ) , dell' invidia ( II, 10 ) , dell' emula- 
zione (II, 11); e le tendenze e i costumi delle varie età del- 
l' uomo e delle diverse classi sociali ; gli affetti e le abitu- 
dini dei giovani (II, 12 ì, dei vecchi (II, 13 ) e dell'età viri- 
le (II, 14), dei nobili (II, lo), dei ricchi (II, 16), dei poten- 
ti ( II, 17 ), Con questo studio psicologico Aristotele chiude la 
trattazione di ciò che è per lui etica oratoria, e passa quindi 
a parlare di ciò che abbiamo appellato dialettica dell' oratore. 

Aristotele adattava la topica che prima egli avea composto per 
la ricerca del vero in generale, ai bisogni di chi parla per per- 
suadere; arte che insegna a dedurre l' ignoto dal noto, a far sca- 
turire da un fatto, che mostra solo palesemente un lato, gli altri 
lati i quali giovino a farlo valutare dagli uditori come 1' oratore 
vuole. Perciò egli determina prima quali siano i mezzi dialettici 
di cui si può servire 1' oratore, qualunque specie di orazione 
egli tratti, e cioè : 1° la ricerca che il fatto di cui si parla sia 
avvenuto nel passato, o potrà effettuarsi, o non sia mai pos- 



(1) Shet I, 10, 



^SJb-~Jt&±J:\r& *-* lj^Ijl: a.=-._.^-u^ .n..^^. — -.' '. .w ■;>.:.*,•,.. _.';._■... ±<t A .,-..■'-■ .-. i '.'^..^'.i^t^KVj 



Dalle Origini fino ad Aristotele 19 



sibile ; 2° 1' entimema e gli esempi ; 3° 1' amplificazione o il 
rimpicciolimento del tema ( II, 18 ); poscia tratta particolar- 
mente di ciascuno di questi mezzi : del possibile e dell 7 impos- 
sibile (II, 19); degli esempi e delle varie specie di essi e del 
modo di farne uso ( II, 20-21 ) ; dell' entimema ( II, 22-25 ) che 
è per Y orazione ciò che il sillogismo è per un ragionamento 
rigorosamente logico; finalmente dell'amplificazione e del rim- 
picciolimento ( II, 26 ). 

Con siffatta retorica Aristotele diade compimento al desiderio 
di Platone, escludendo ogni precetto che riguardasse 1' orazione, 
considerata nella sua composizione esteriore e nella elocuzione. 
Persuaso che la retorica è Y antistrofe della dialettica, che nes- 
suna delle due discipline hanno un oggetto determinato [ 'H 
òr-cotxr, h~iv sortir csn ce ~r t ^tx/y^/ri/Sr auooTsoa? yxo r.zù rztzùrw rvrin 
zVjcj ì 'acwt. 70'j~s % j rwi àr 300)2/ èi~i yv»o*£eiy y.tx cvàsvLizi èrtinnMiì 
àwptiu.&r t ; I, 1, 1 ], trasporta di peso questa disciplina nel cam- 
po filosofico, e ciò fatto, supponendo di ammaestrare uomini 
già forniti di molto sapere, s'innalza a considerazioni gene- 
rali da cui deduce leggi che hanno la loro base nei costumi 
e nella psiche umana. Ma il numero maggiore degli studiosi, 
se pure avea intelletto da tener dietro al filosofo nelle sue ri- 
cerche, comprendendone lo spirito e il metodo, difficilmente ne 
avea poi tanto che bastasse ad applicare quel metodo ad ogni 
fatto particolare della vita sociale. E poiché non potea trarre 
da quella universale teoria pratico vantaggio, volgevasi alle altre 
che di retorica si occupavano in più empirica maniera. Così, -, 
mentre Isocrate produsse una falange di scrittori, storici, retori, 
oratori, Aristotele, che volea far dimenticare l' opera di lui, rimase 
quasi solo in quelle altezze trascendentali alle quali era salito. 

Alla Retorica vera di Aristotele, in due libri, va congiunto un terzo li- 
bro che fa parte da s»ò , lise/. Azzeri; vm ?a£so).:. Già H. Sauppe, (1) 1. Ber- 
li ay ed altri hanno creduto che esso sia stato aggiunto da un antico pe- 
ripatetico, sopra una traccia di Aristotele, (2) e noi non troviamo inve- 
rpsimile l' ipotesi. In esso viene trattata la dottrina della lingua e del- 
le varie parti dell'orazione con intendimento pratico: delle parti di una 
orazione in generale ( cap. 1°), della elocuzione, dello varie specie, dei 
pregi di essa (cap. 2-12); delle parti dell'orazione: proemio, narrazio- 
ne, confermazione, interrogazione e facezie, perorazione (cap. 13-19). 

(1) Dionysius und Aristotele*, Gott. 1869. 

(2) Volkmann, op* c\ [ Handbuch etc. ], pag. fido. 



BIBLIOGRAFIA F ARTICOLASI 



Rhetores Greeci, ed. Wau, Stuttgartise, 1832-36, voi. 10. 

ree. L. S peti gel, Lipsite, 1853-56, voi. 3. 
Rhetores Latini Minores, ed. C. Hai.m, Lipsiae, 1863. 

Piderit K. W. De Hermagora rhetore, Hersfeldee, 1830. 
Strim.er P. De stoicorum studiis rhttoricìs, V rati slavi se, 1886» 
Thiele G. Hermttgoras, ein Bei t rag zur Geschichte dar Rhetorik, Stras- 
si urg, 1803. 

Altre fonti secondarie abbiamo citato nel corso del capitolo, quando ci 
hanno giovato. 



< Cri^£ » ^? « |^ '< ìF^?^S « ^ » t »» ^ » ^ < ^ » ^r^»ì^^ 



CAPITOLO SECONDO 



GLI STOICI - HERMAGOUA 



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SOMMUBXO — Le scuole filosofiche ohe coltivarono la retorica— Filosofi peripatetici : 
Theophrasto, Demetrio di Phaleron, Hieronymo di Rodi, Critolao, Cameade, Dio* 
gene di Babilonia— Filosofi stoici: Zenone, Kleanthe, Ghrysippo, Poseidonio. 

Hkrmagorà : Ricostrusione del suo sistema : Definizione della retorica — Uf- 
ficio dell' oratore — Kl/OeCt* ! Thesis ed Ipotheais, Peristasis — OiV.ri/SfJUa : Iu- 
dkùtm, Partitio, Ordo, filoontio— G-indiiio di Cicerone dell' opera di Hermagora. 

Lo svolgimento della retorica da Gorgia ad Aristotele si com- 
pie in poco più di un secolo ; Gorgia andò la prima volta in 
Atene nel 427, ed Aristotele morì nel 322. Il primo seoolo del- 
la retorica rimase il secolo d' oro nella storia di essa. 

Dopo Aristotele avvennero profondi mutamenti nella vita 
politica della Grecia ; perduta la libertà per opera di Filippo 
di Macedonia, si era veduto sorgere con Alessandro un gran- 
de impero militare, che rovinato con la stessa rapidità con la 
quale era sorto, diede origine ai tre regni dei Seleucidi, di 
Pergamo, di Alessandria. Atene, depauperata per molteplici vi- 
cende, non sa più mantenersi centro del sapere ellenico, e 
mentre pochi dotti si ostinano a rimanere su quel suolo reso 
venerando da illustri tradizioni, altri si raccolgono su terra 
nuova, all' ombra di principesca protezione , in Pergamo e in 
Alessandria. 

Le vicende politiche hanno molta influenza su quelle della 
filosofia neir epoca antica; la esercitarono perciò sulle scuole fi- 
losofiche che derivarono da Aristotele. Delle quali la epiourea 



22 Capitolo Secondo 



disperando di un miglioramento nelle condizioni politiche del 
mondo Ellenico, asservito e decadente, predicò il ritiro a vita 
privata, e quindi la nessuna utilità degli studi retorici. I peri- 
patetici vollero mantenersi fedeli alla tradizione del maestro, 
e nelle loro ricerche filosofiche compresero la retorica senza 
mutare di essa l' intima essenza e la relazione con la filosofia 
stabilite da Aristotele, ma non potendo alimentare un' eloquen- 
za vera e viva, giacche non era consentita dalle condizioni po- 
litiche, rivolsero le loro cure all' eloquenza accademica, di cui 
formularono leggi e precetti. Gli stoici accolsero anch' essi la 
retorica, ma informandola strettamente alla dialettica, le diedero 
un carattere di schematismo rigido ed arido, di formole esatte 
sulla guida delle quali avrebbe dovuto muoversi ogni discorso, 
a qualsivoglia genere appartenesse. Essi risalirono imo ad 0- 
mero siccome al documento più antico su cui si dovessero ri- 
cercare le leggi dell' arte oratoria e insieme con Omero anche 
«gli altri illustri poeti dell' antichità. Queste ricerche diedero 
occasione a studi non prima fatti, intorno all' intendimento del 
testo, alle regole grammaticali, alle differenze dei dialetti, i 
quali considerati da principio come mezzi, acquistarono poi lar- 
ghezza e importanza tale da venir considerati siccome scopo di 
una particolare maniera di studiare le opere degli antichi. Fxx 
cosi che la scuola stoica gettò le fondamenta e diede anche i 
primi frutti della critica grammaticale ed estetica degli 
scrittori. 

Accanto alla tradizione filosofica, nella retorica si mantenne 
viva per un certo tempo quella sofistica, la quale come abbia- 
mo veduto nel precedente capitolo, fondava la TrsÀirorà à^sry; non 
sopra una scienza etico-politica, ma sopra una formale forza 
di parlare e di ragionare. E si ebbero anche dei maestri negli 
ultimi anni del secolo quarto i quali affermavano 1' autarchia 
del loro insegnamento, e pretendevano di educare la gioventù 
alla virtù civile con gli studi più disparati. Nausifane, per e- 
sempio, seguace della filosofia naturale ionica, professava un 
sapere che nelle sue radici era vura/syia, nei suoi frutti orf:cpvm 
e 7T£ÀiTtf«7 £w>aou;. La fisiologia era per lui la migliore prepara- 
zione perchè l 1 orazione avesse la forza di volgere 1' animo de- 
gli uomini ovunque piacesse all' oratore. Chi conosce la natu- 
ra, conosce anche 1' uomo, che è parte della natura. Senza la 



Gli Stoici — Hermagora 28 



conoscenza della natura umana non è possibile alcuna persua- 
sione perciò il vsiv/. r k è ottimamente preparato per possedere la 
TzziT^ur, wjx'hz. (1) A noi non è dato di seguire particolarmen- 
te 1' attività retorica delle scuole filosofiche e dei seguaci del 
metodo sofistico perchè non ci sono pervenute le opere che con 
queir indirizzo furono prodotte; possediamo poche e scarse no- 
tizie particolari, ma in compenso conosciamo i caratteri gene- 
rali di alcune scuole filosofiche, rilevati da Cicerone De Orai. 
Ili, 56-73 e da Quintiliano Inst. XII, 2-24. Quest'ultimo con 
brevità e chiarezza, dice : a Epicuro si esclude da se medesi- 
mo, poiché raccomanda di fuggire a piene vele ogni specie di 
dottrina; Aristippo che colloca il bene supremo nei piaceri del 
senso, non ci esorta certamente alla fatica degli studi. Pyrro- 
ne quale parte può rappresentare in questi studi? egli non è 
certo che vi siano giudici cui possa rivolgersi, né accusato per 
il quale possa parlare, ne senato, presso il quale si debbano 
esporre i nostri pareri. Alcuni son d' avviso che 1* Accademia 
sia assai utile, perchè V abitudine di discutere il prò e il con- 
tro ha molta analogia con le discussioni forensi, e costoro ad- 
ducono, a conforto della loro opinione, che questa scuola può 
rivendicare la gloria di aver prodotto gli uomini più eloquen- 
ti. I Peripatetici si vantano di un certo zelo per V eloquenza, 
e infatti essi, quasi per i primi, hanno stabilito il modo di 
svolgere una tesi, come esercitazione. Gli stoici se da una par- 
te sono costretti a confessare che 1' abbondanza e 1' eleganza 
del dire è mancata alla maggior parte dei loro maestri , dal- 
l' altra pretendono che non si saprebbe provare con maggiore 
sottigliezza né concludere con più forza, n 

L'Accademia dunque giovò sopratutto all' educazione dell' o- 
rato re per gli ampi orizzonti che essa apriva alla mente dello 
studioso. Cicerone dichiarava infatti di aver derivato le sue 
dottrine e la sua facoltà oratoria dagl' insegnamenti dell' Ac- 
cademia, non dalle scuole di retorica. 



(1) Hans von Arnim, Sophistih, Rh e forili, Philosophìe in ihrem hampf um 
die lugendbilduny (nell'opera Lchm ttnd ire, -he dcs Dio vov Pvnsa) Ber- 
lin, 1898 pag. 50-56; il quale alla .sua volta si riferisce all' opera di S. 
Sltmiaus. Phi lodemi volumina Rhotorica, voi. II, Teubner 1896, pag. 7 
col. XV, 9. 



Cmpiielo Secondo 



I P# ri patetici considerarono sempre il loro maestro come mo- 
dello insuperabile, ma fra essi Theophrastos, il più gè* 
siale disoepolo di Aristotele, scrisse il libro Uè pi Aé&u; nel qua- 
le trattava della espressione oratoria, e particolarmente poi 
delle tre maniere di stile (yxpxxTYjpi; rcù lóycxj) ohe erano sta- 
te probabilmente determinate da Antistene: il sublime, il 
mestano, l'umile. (1) Lo scolare di Theofrasto, Demetrios 
di Phaleron ( vissuto intorno al 800 ) uomo di stato, filosofo, 
polislore, ordinatore della biblioteca di Alessandria e autore di 
oiroa cinquanta opere di varia erudizione, non ò autore del li- 
bro Ikjft ippwtcx; ohe si trova annoverato tra le sue opere. Es- 
so fa composto da un retore o filosofo sconosciuto, che si chia- 
ma pure Demetrio, vissuto intorno al 150 a G. (2) Peripateti- 
co fu anche Hieronymos di Rodi, le cui teorie retoriche 
noi conosciamo per le citazioni che ne fa Cicerone (Orat. 190; 
De Fin. II, 3, 8; Acad. II, 42, 181); Critolaus, l'inviato a 
Roma insieme con Cameade e Diogene di Babilonia, ed Ari- 
sto a disoepolo di Cri boi ao, dei quali le teorie retoriche sono 
ricordate da Quintiliano ( I, 1, 9 ; II, 15, 19 ; II, 17, 15 ). 

Oli stoici coltivarono con particolare predilesione la retori- 
ca ma poco sappiamo tuttavia delle relazioni ohe essi mante»- 
uero oca le teorie di Isocrate e di Aristotele, e delle partico- 
larità delle loro investigaaioni, poiché tutti i trattati che scris- 
sero andarono perduti. (3) E nemmeno dei retori stoici più 
rinomati, Zenone, Cleante, Ohrysippo , Posidonio , sappiamo 
molte oose. 

Secondo Diogene Laeraio (VII, 1) Zenon (vissuto intorno 
al 300 a. C. } fu principe e quasi fondatore della scuola, ed au~ 



(1) Vouuhann, Rket* àer G)\ und Róm, Leipzig 1885, * pag. 582, sgg. 

(2) Volkmann, op. e. pag. 538.— Per la questione cfr. H. Liers, De mtoie 
et senptore libri qui fertur Demetvii Phalerei xsoi éo'xrjystx^ Breslau. 1880 ; e 
C. Hammer, Demetrius Kepi èQ'xrptixì, Laudeshut, 1883. 

(3) Fortunatamente due retori latini, Chirius Fortunatianus e 
Sulpioius Victor compilarono due manuali di retorica, il primo del 
tutto, il secondo in parte, su fonti stoiche, e da essi noi possiamo for- 
marci un 1 idea vicina al vero del carattere che avea assuuto questa di- 
sciplina nelle scuole degli stoici. 



Gli Stoici - - Hermagora 25 



tore del libro rcc« a&swj, (1) nel quale trattò dei singoli voca- 
boli e del loro uso, con dottrina non sempre accettata dai po- 
steri. Cicerone, ad esempio, ricorda il precetto, senza accettar- 
lo , che ogni cosa dovrebbe essere menzionata col suo nome, 
nulla essendo osceno e turpe a dirsi. (2) Scrisse inoltre una 
TÌxi/37 che pare sia stata arte dialettica piuttosto che retorica, 
ed è nota la differenza che egli faceva tra la retorica e la 
dialettica; questa assomigliando al pugno, quella alla palma (3). 
Più numerose notizie abbiamo intorno a Kleanthes e a 
Ohrysippos, vero fondatore costui dell' accademia (nato nel 
SJ81, m. 208-4 ) autori ciascuno di una rsyy/j pr^tzv/.ri che Cicerone 
avea letto, traendone il convincimento che sarebbe s^ata ba- 
stevole la lettura di quei libri a chiunque avesse voluto am- 
mutire. (4) Chrysippo inoltre fu autore di tre altre opere: ntù 
/Jistoì — r.ìpì rcU A-'cjiz xa« ?ò> v.yr? ayra^ ////ov — tzipi e^aca/reu!/. (5) 
Consideravano la retorica siccome scienza, e insieme con gli altri 
stoici T annoveravano fra le virtù umane , in modo che colui 
il quale in essa era esercitato, conosceva anche le altre vir- 
tù, I' uomo eloquente era necessariamente uomo buono , on- 
de quel detto stoico : u orator est vir bonus dicendi peri- 
tus. ri (6) Kleanthe e Chrysippo furono studiosi interpreti di 



(1) Degna di nota è la forma plurale della voce Acft?, la quale per i pe- 
ripatetici designa la elocuzione, laddove per gli stoici il vocabolo, Cfr. 
Strim.er, De stoicorwn studiis Wiel. Vratislaviee, 1886, p&g. 5. 

(2) Cicero, Epist. ad famil. IX, 22, 1: u Atqui hoc Zenoni placuit, homi-' 

ni mehercule acuto; Sic euim disserunt: nihil esse obsccenum, nihil 

turpe dictu ; r. 

(3) Cic. De Fin. II, 17; Ora/or 113; Quintil. II, 20, 7. Parecchie altre de- 
finizioni si attribuiscono a Zenone, ma non sicuramente; cfr. Strillek, op. 
e. pag. 6. 

(4) De Fin, IV, 7. « Quamquam scripsit artem rhetoricam Cleanthes, 
Chiysippus etiam. sed .sic, ut, si quis obmutescere concupierit, nihil aliud 
legere debeat n. 

(o) Diog. L. VII, 7; Cic. Acari. ]I, 75 « fui ci /e pu tatui* porticuni stoi- 
co rum r>. 

(61 Seneca, Conh\ I, pruMii. 9, e Quintil. XII, 1, 1, attribuiscono questa 
definizione a M. Catone: cfr. anche Foitunat. pag. 81 II. 



26 Capitolo Secondo 



Omero, come era stato anche prima di loro Zenone; (1) il pri- 
mo nelP esplicare il senso allegorico delle espressioni, il secon- 
do nella interpretazione generale; (2) in Omero gli stoici ritro- 
vavano la origine di tutte le discipline, di ogni ramo del sapere. 

Chrysippo nella sua retorica si occupava della eufonia e 
della pronunzia; (3) non approvava il precetto di Isocrate, che 
voleva si evitasse V incontro di vocali, e faceva consistere l'azione 
oratoria nella voce e nei movimenti del corpo, laddove Aristo- 
tele V avea limitata nella sola voce (Rhet. Ili, 1). Voleva che 
V epilogo contenesse il riassunto di ciò che prima <. ra stato 
detto, e niente altro, ritornando in questo modo alla tnoria di 
Corace,. Gorgia, Platone, Isocrate, laddove Anaximene e Ari- 
stotele lo aveano suddiviso in più parti, e davano il precetto 
che con esso si dovessero eccitare gli affetti dei giudici e de- 
gli uditori. (4) 

DiPoseidonios sappiamo che disputò, alla presenza di 
Pompeo, intorno alle tesi, con teoria diversa da quella di Her- 
magora, (b) e che ne avea una propria riguardante lo .status, ri- 
portata da Quintiliano, (List. III. 6, 37) Ja quale stabiliva 
questa ripartizione : 

y,wr, (vox) ~f,xyu.xrx (res) 

1) an significat? 1) coniectura [ xrr' xWjy^iv ] 

2 ) quid ? 2 ) qualitas [ r.ciórr^ ] 

3) quarn multa? 3) fini ciò [aar* swciay] 

4) quomodo? 4) ad aliquid [ ~oóz ri] 

Pare che le suddivisioni della c*»^ appartengano alle que- 
stioni legali , quelle altre alle razionali , cioò a dire le prime 
f***$ al Ao^cg vcxuiyj, le seconde al hytzvj. (f>) 



(1) Diogene L. VII, 1, 4 dice che scrisse cinque libri di Troc/S^aara 6[jr t ov/.i. 

(2) Plutarco, De Autf. Popi. 11. 

(3) Plut. De Stoir. rtpmpì. 2H. 
4) Stkii.t.kii, op. e. pag. 7-14. 

(5) Plut. Yttn Pomp. 42 ; 4. 
.6) Striuek, op. e. pag. 15-16. 



Gli Stoici — Hermagora 27 



A questi pochi ragguagli sicuri ed a parecchi altri incerti 
si riduce la notizia che noi abbiamo dei retori stoici. Quando 
la disciplina da essi coltivata era già ridotta a formalismo 
complicato ed arido, fiorì Hermagoras, il quale se l'appro- 
priò, dandole un carattere originale per mezzo di un contem- 
peramento eclettico di precetti empirici con vedute filosofiche, 
rispondendo da un lato al pratico interesse della scuola, dal- 
l' altro alle più alte pretese della tecnica. Così egli si acquistò 
il terzo posto, dopo Gorgia ed Aristotele. L ? opera sua infatti 
fece dimenticare i trattati stoici, ed il suo sistema divenne la 
fonte cui attinsero quasi tutti i posteriori trattatisti t greci e 
romani. 

Della patria, dei natali e di qualunque altra condizione di 
vita di lui, gli antichi niente ci tramandarono ; si può sola- 
mente stabilire che l'età in cui egli fiorì corre tra Aristotele 
e Zenone — Apollonio Molone Rodio , nella seconda metà del 
secondo secolo a. (J. ( 150-100 l fi) Seneca, Snida, Strabone parla- 
no di un Hermagora che visse al tempo di Augusto e Tiberio; (2) 
un terzo Hermagora pare sia vissuto al tempo Traiano-An- 
tonino Pio. (3) 

La ricostruzione del suo sistema è stata tentata da parec- 
chi critici, fra i quali ultimo in ragione di tempo, primo per 
acume e bontà di risultati è G. Thiele , la cui opera noi ora 
seguendo, ma senza trascurare i predecessori, esporremo la teo- 
ria ermagorea con quella chiarezza, che il difficile argomento 
comporta. 

Definizione della Retorica. — G-li stoici aveano definito la re- 
torica è-iirrij:/; zcù su hiyscj. (4) distinguendola dalla dialettica per 



(1) PiDEftiT. De Hermagora Ilhetore, Hersfeldie 1839, pag. 6 sgg., fo adan- 
dosi sul luogo di Quintil. Ili, 1, 8: u Tlieophrastus quoque, inquit, Ari- 
stotelis discipulus, de rhetorice diligenter scripsit, atque hinc vel studio- 
sius philosophi, quam rhetores, priecipueque stoicorum ac peripatetico- 
rum principe**. Fecit deinde velut propriam Hermagoras viam, quam plu- 
rimi sunt secati, cui maxime par atque seimilus videtur A th eri Deus fuisse. 
Multa post Àpollonius Molon, multa Areus, etc. r> determina questa età. 

(2) Piderit, op. c. pag. 9-13. 

(3) Id. ibid. pag. 15-17. 

(4) Quintil. II, 15, 38 trova questa definizione migliore fra tutte. 



28 Capitolo Secondo 



questo che essa era iTzvTrrì'J-Y} roù vj Atystv ve pi rw èv dissuèta Xòywi/, 
laddove la dialettica era ÈTzivràwri rcù òch&z àicùdy&bxi r:spi t&v iv 
èf/fì-r^si xxi d7kcxpi'jet kiyw. Secondo gli stoici adunque la retori- 
ca differisce dalla dialettica solamente nella forma esteriore del- 
l' orazione , si equivalgono nella natura e nella forza intrinse- 
ca. (1) Hermagora pare abbia dato questa definizione : àwouus 
mai Aóyw y rélcc v/cvvx to ns&ew, óvov èf 1 éxunjj, che si avvioina a 
quella di Aristotele, anziché a quella degli stoici. (2) 

Ufficio dell' oratore. — Augustinus, (De Rhet. pag. 138 H. ) 
traducendo probabilmente alla lettera un passo di Hermagora, 
dice: « Q rato ria offici um est persuadere quatenus veruni et per- 
sonarum condicio pati tur, dumtaxat in civilibus quasstionibus. » 
Queste parole corrispondono assai da vicino a quelle altre scrit- 
te da Sexto Empirico ( Adio. Rhet. 62), il quale si riferisce al** 
la sua volta ad Hermagora: Te)jusv jm^spoi ipyov eùxi (se* 'Eoua- 
yopx; liyet ) ìixrfàsrìxL xxri rò èvdv/tvzvsv xsvjtu&s ri xcmtixx £>pff- 
uxrx. (3) Hermagora dunque determinava il campo nel quale 
dovea provarsi 1' oratore, e questo campo egli chiamava izch- 
risei £>?7yjjAx?a — Qucestiones cioiles. 

Ma che cosa bisogna intendere in queste parole ? Augusti* 
nus ci soccorre della seguente dichiarazione: u sunt autem ci- 
viles qusBstiones, quarum perspectio in communem animi con- 
ceptionem potest cadere, quod Gtsbcì xcivrp vjvcuat vocant. v (De 
Rhet. pag. 138 H. ) 

Theais ed Hypothesis. — Ora di siffatte questioni civili Herma- 
gora distingueva due specie: hémz — uroGe^t;, e cosi determinava! 
secondo Cicerone [De Ina. I, 8], la contenenza dell' una e del- 
l'altra: u causai n ( ùxó^iti ) esse rem qu® habeat in se contro- 
versiam in dicendo positam, cum certarum personarum inter- 
postone ; qiupstioneih ( Osai; ) esse rem qua habeat in se con- 
troversiam in dicendo positam', sine certarum personarum in- 



(1) Aristotele avea detto che la retorica era xvri(J7ps%o^ rn dixtexrtxrj. 

(2) G. Thiglb, Hevmagoras, eia beitrag zui- Geschichte (ter Rhetorik, 
Strass burg, 1893, pag. 22-28. 

(8) Cfr. Pidbrit, op. e. pag. 20-21; Stkili.br, op. o. pag. 22; Thible, op. e. 
pag. 24 sgg. 



Gii Stoici — Hermayovu 29 



terpositione. (1) Era dunque una OsVc; questo argomento: a Ve- 
nne sint sensus? n ovvero quest'altro: a qualis terrae forma? r> 
[ Cicero , 1. e. ] ovvero ancora : u an naviganilum sit ? v u an 
philosophandum ? n [ Augustinus, 1. e. ]; era ùz'/wjiì: a an decer- 
nendum Duilio premium ? v 

Ora potendosi estendere la ( )hi; a confini larghissimi, e po- 
tendo perciò abbracciare argomenti di qualsivoglia natura, era 
facile prevedere il risentimento dei filosofi contro i retori di 
professione, i quali in questo modo invadevano il campo filo- 
sofico , laddove di proprio non aveano che la ù-fanc , che ab- 
bracciava una questione determinata da circostanze di tempo, 
di luogo, di persone. Ma come determinare d } altro lato i con- 
fini del retore e quelli del filosofo in una questione civile ? Si 
apportava questo esempio : a Un tale viene percosso in modo 
da rimanere ammalato ; quando sta per guarire esce di casa 
per accudirà alle sue faccende. Dopo pochi giorni ricade più 
gravemente ammalato e quindi muore, t? Vengono accusati di 
assassinio coloro che lo bastonarono. Il giudizio appartiene al 
medico ovvero al retore ? La questione veniva appellata mista, 
poiché la lite apparteneva alle quistioni civili , la contenenza 
di essa all' arte della medicina. (2) Il retore avrebbe dovuto 
trattare la questione avvalendosi dei lumi del medico , e per- 
ciò egli non poteva rinunziare alle hfasiì in favore dei filosofi. 



(1) Augustinus j op. e. pag. 140 H. ha questa definizione : u hypothesis 
est seu coutroversia res , quee admittit rationalem contentinvem cum defi- 

nitione persona; thesis est res, quse admittit rationalem consideratio- 

vem, «ine definitone perso nee, n Sulpioius Victor ha quest' altra: u thesis 
est res rationalem disputationem recipiens, cuius finis est wspectio; hy- 
pothesis est res rationalem disputationem recipiens, cuius finis actio et 
iudicatio. » In questa ultima definizione Striller , 1. e. vede chiaramente 
espressa V opposizione del 70 febivr^vAM e ri TrcaKTczo'y, propria degli stoici. 

Ad essa si riferisce Quintil. Ili, 5 11: u Hi thesin a causa sic distin- 

gunt, ut illa sit spectativee partis, haec adiva*. » Da questa dottrina discen- 
de il concetto di suasoria e controversia di Seneca: suasorio? sono cause 
immaginarie , di cui si disputa , controversia* vere cause che vengono di- 
battute in giudizio , o possono venir dibattute. Neil' uno e nell 1 altro ge- 
nere vi tono le persone. 

(9) Anonymus, VII, pag. 15 W. u ncsifta yio ... ri £it?rpt; mXcrocij , 
r t ik v)ji ixrptKTi. v Cfr. 8tbili.br, op. e. pag. 25. 



30 Capitolo Secondo 



Ma probabilmente Hermagora non volle ingaggiare una polemica 
su questo riguardo, poiché nella sua teoria retorica non diede 
alcun precetto per trattare la tesi ; (1) nessuno ne hanno For- 
tunaziano e Sulpicio Vittore. 

Peristasis. — Se non era possibile tuttavia che 1' oratore ri- 
nunziasse alla tesi, potevansi almeno determinare le modalità 
della ipotesi, le quali la circoscrivevano nel suo vero campo, 
differenziandola dalla tesi. Hermagora ne stabilì quindi sei, che 
sono: rorcc, yj*w:z, roir-c, tt^sV/ittsi/, aria, rody/a, e tutte insieme 
chiamò con una voce sola : rswr:x7t;. Egli per il primo pare 
abbia adoperato questo vocabolo a siffatto ufficio , giacché 
presso Aristotele si trova adoperato solamente due volte , per 
altro uso, e gli stoici ne fecero largo impiego nella trattazio- 
ne del dovere, il quale distinguevano in due specie: óbvj rcoe- 
Grr«7£'»; f e Kspvyrxruvji il primo, dovere incondizionato; il secon- 
do, determinato da circostanze particolari. (2) Pare ne ricono- 
scesse anche una settima che chiamava zzs&xx — adtmnicula , 
(3) e stabiliva infine che nella ipotesi non dovesse mancare mai 
la persona. (4) La periscasi formava una parte della topica 
ermagorea. (5) 

Parti della Retorica. — Rimaneva di sapere quali mezzi offriva 
la retorica all' oratore, coi quali si potesse completamente svol- 
gere, dimostrare, far trionfare una verità, o gì' interessi di un 
privato cittadino. In origine , constando un' orazione di pen- 
sieri e di parole, è verosimile che i primi scrittori tecnici aves- 
sero notato solamente la evosTi;— inverti io, riguardante il con- 
tenuto ; la A&jfc — elocutio riguardante la parola ; ma non sap- 
piamo di quali vocaboli tecnici si siano serviti. (6) Ànaxime- 



(1) Cicero, De Orai. Ili, 110, ci dice che gli Accademici lodavano l'e- 
sercitazione della tesi , ma di essa a neque yim neque naturam eius nec 
partes nec genera proponunt..... n Vedi per altro Thiele, op. e. pag. 27-36, 

(2) Cfr. Strili, Eit, op. e. pag. 27, e Cicero, ad Att. XVI, 11, 4. 

(3) Hermogene la chiama più tardi \jkr h II , pag. 212 Sp. Dopo Herma- 
gora le parti della peristasi furono ampliate o ridotte a minor numero 
dai retori. 

• (4) Cfr. per altro Strillbr, op. e. pag. 27-30. 

(5) Thieie, op. e. pag. 38, sgg. 

(ti) Questa divisioni) viene accennata da Thuoydide II, 60 e da Xenoph. 
Jftmof*, I, 2, 52. — Cfr, 8trh,leh, op. e. pag. 84, 



(ili Stoici — IJ^rhiat/ora 31 

ne trattò, sebbene senza nomenclatura, della sjw^i:, della io'xz- 
viiz — elocutio; della ratizzi disposino ; Aristotele riconobbe 
queste tre parti, quantunque presso di lui si leggano solamen- 
te i vocaboli uliz, ~&iz , e non zJr.i'ziz ; ricorda la it-v/Miiz zzi. 
pronunt iatio, ma afferma che di essa nei libri di arto retorica 
non si era ancora disputato al suo tempo; Theofrasto compose 
un libro t.ìu j-cy.u'jz'i): , e così la pronuntiatio venne conside- 
rata come quarta parte, aggiunta alle prime tre. Gli stoici 
sdoppiano la rocu; in ~yXtz ed ci/. vzjIj., (1 ) ed Hermagora infiue 
pare abbia stabilito questa partizione : (2) 

cùos'ju cizsys'jLtx [ tjyr,y.r t 'j-y/.'A'Jiz ? ] 



Y.U'JIZ OlZtZS'JtZ ~7.ZIZ AZZLZ 

t n * . - - - 



inventio oBconomia [ memoria pronuntiatio ? ] 

\ 

iudicium partitio ordo elocutio. 



(1) Sulpicio Vietore chiama queste non y.ior t c*Y~s6iy.r,z, ma è'v/x rcù 
or~cocz officia rhetoris, ed ha questa partizione : 



'zciz :i'/.zv:'uy. 



Spiega la yórfitz: u intelligendum primo loco est thesis sit an hypothesis. 
Cuzn hypothesin esse intellexerimus, id est controversiam, intelligendum 

erit an consistat, tum ex qua specie sit, deinde ex quo modo n Per 

mezzo della ?aé£cc u secundum textum naturalem singula persequimur, pri- 
miiiii in partihus elocutionis, ut sit scilicet primum exordium, tum nar- 
ratio. tum partes argumentationis, peroratio demum extrema; » per mez- 
zo della cÌ/.zvzvax^ u hunc ipsum ordin e ni ["■;*{'.<:] si ita causa poscit, ple- 
rumque vertimus. » 1. e. pag. 315 H. 

(2) Ci viene fornita da Quintiliano Inai. Ili, 3; 4, 7, 9; non inteso con- 
cordemente da tutti. Nel § ^ dice che i più autorevoli retori hanno rico- 
nosciuto siccome parti della retorica l' invenzione, la disposizione, l'elocu- 
zione, la Memoria* la pronunzia. Nel § 7 dice che Cicerone accolse queste 
cinque parti, e così pure Dione e Theodoro, subitene cori diversa distri- 
buzione; nel £$ 9 dice: u Hermagoras iudiciuin, partitionew , ortìinqm , qute- 
que elocutionis sunt , subicit ooconomitp. « Cfr. PihKKiT , op. e. 24-25; Mas. 
lihen. XVIII, pag. 493 e Voi.kmams', op. e. pag. 29-30, il quale ultimo non 
è d'avviso che Hermagora habbia accolto fra le pari della retorica la 
memoria e la pronunzia. Della stessa opinione e G. Thikif, op. e. pag. 152; 
Strim.er invece crede che Hermagora abbia trattato lo schema iutiero nelle 
sue quattro parti principali, e nelle suddivisioni della o economia top, e. pag. 09. 



32 Capitolo Secondo 



La sua retorica si divideva dunque almeno in due parti : 
evoeiig ed cikcvcuiol, e questa in quattro secondarie, come ap- 
pare dallo schema riportato. Quello che abbiamo detto finora 
intorno ai roXcroca forfora, alla OcVt* — vTzohfytz, alla TZipiTTo&i; fa- 
ceva parte della trattazione della gj^rcc;; vediamo ora quale 
fosse il contenuto della cUc»oy.i'z nei suoi quattro capitoli. 

XjOCft* (1) 

Hermagora avea diviso tutti gli argomenti oratori i , come 
abbiamo veduto, in due grandi categorie: tesi ed ipotesi, del- 
le quali la prima era in parte, la seconda intieramente domi- 
nio dell' oratore e perciò anche del retore; ma della prima era 
difficile stabilire norme e regole, poiché ogni tesi avrebbe ri- 
chiesto una particolare trattazione, della seconda dovea invece 
dettare regole il retore. E a questo egli si accinse. Prima di 
lui Aristotele avea fatta una classificazione delle ipotesi o co- 
me le chiamarono poi i latini cause, considerando come estre- 
mi di esse da una parte il discorso in se stesso, Àoy;;, dall'al- 
tra chi stava ad ascoltarlo , ày.pcxrih;. Col mutare della natura 
del secondo mutava anche quella del primo , e così potendo 
essere gli uditori o semplicemente spettatovi , ovvero giudici : 
giudici di cose avvenute , e giudici di cose future uditori , il 
discorso era o di genere dimostrativo èniàec/.Tixóv , o giudiziale 
chxovuoV, o politico ovii(ÌcvksifTu6v. (2) a èrriv $è vr,* pypspxni eifoj 
rota, rw àoéy.ó)r rcjcùrct yip itxi ci oatpoxrxi rtòs/ \vyav \xnipyo\niv éice»° 
aùyxeiTau aku yip ex roi&v 6 ÀÓyc* , ex re rcù /Jycvrsi xxi i:tpi cu Xeyet 
xod 7rpèì ov, xai rò ?ìac$ r^o; rcùrov erro, Tdyra $è zòv duooxnnv o&x/- 
xq de 7ov ontpczTYii/ r t hz<ùpiv stì/xi fi xpiTYp , 'étocTYp $è i} 7&v yeyevq'xévw 
r, róv usAAwrm. ima* $ J 6 ah xzpi ?<&/ ueAAoscc^ xpivm ctev exx/^iaTnfc, 
6 iè izspì rc5v ysr/&r t KUWtW clcv 6 £c%a97)fc, 6 $k iteci rf^ dui/due^ 6 
Geu^o; , &$ r J i£ àuccyxriz xv etr, rptx yivr^ róv Àoywi/ ?<5v prpopvx&v , 
auuifiov'keìjzi'AÓv , «Jixaiaxo:/, èr«£etx7ixoj/. [ Ret. I, 3]. 

Hermagora parte da un principio diverso; non pone come e- 
stremi il Aoycz e 1* catpcxrr é ^ ma lo &7y} f j.x e il wj'two; il che prò- 



(1) Trismb, op. o. pag. 44, sgg. 
(9) Vedi retro, pag, 16. 



Gli Stoici — Hermagora 88 



duce due generi di orazioni : yivo^ ìryuw e yivsz vrwxo'v, suddi- 
viso ciascun genere in quattro categorie. 

§ 1 — Tivoì Aoyixóv ( genus rationale ). 

Facciamo dichiarare le categorie che questo genere com- 
prende da Àugustinus, pag. 142 : a rationales quaestiones 

fiunt inodis quatuor; haec enim in illis quaeruntur : an sit, 
quid sit, quale sit, an induci in iudicium debeat n. 1/ orato- 
re dunque deve determinare se la causa che si svolge riguar- 
da : 1° un fatto incontestabilmente accaduto ; 2° se accaduto, 
quale nome bisogna attribuirgli ; 3° quale è la sua qualità; 
4° se è competenza di quel giudice o tribunale giudicare 
di quel fatto. Hermagora avea adattato in questo modo alla 
ipotesi le quattro categorie della filosofia stoica intorno a qual- 
sivoglia fatto [cisjl'z, sostanza del fatto; rsioV , idt'r,>; , xctròj , 
proprietà del fatto ; zti; v/cv, proprietà esteriori ed accidentali 
del fatto ; roo» ri , rapporto con un altro fatto ] , e così tra- 
sportate nella retorica, chiamò col nome di vrsfaeit. (1) 

Ingegniamoci di far capire che cosa intendesse per viziti = 
status di una causa: Quintiliano, più chiaramente dell' Auctor 
ad Herenn. fi, XI] e di Cicerone, [De Ino. I, VII] così lo 
dichiara, III , 6 , 5: u Non enim est status prima conflictio 
a fecisti v u non feci n ; sed quod ex prima conflictione nasci- 
tur , id est, genus qusestionis : u fecisti n u non feci n u an fe- 
cerit ?» ? — u hoc fecisti n a non hoc feci n ; a quid fecerit ? n 
Perciò se V accusatore dice : a Tu hai commesso ciò rei' ac- 
cusato risponde: u Io non ho commesso ciò n ; il giudice deve 
ricercare u è vero che V accusato ha commesso ciò o non è ve- 
ro ? n Quello che è oggetto della ricerca del giudice costituisce 
lo status della causa. 

Hermagora stabilì dunque che in tutte le cause fosse con- 
tenuto uno dei quattro stati seguenti : 



(1) Thiei.i? op. e. pg. 47 , crede che i quattro i^inaz potevano an- 
che essere adattati, nella Retorica di Hermagora, alle tesi. Se sia stato 
Hermagora inventore del nome oziit; non sappiamo; Quintiliano leggeva 
che alcuni V attribuivano a Naucrate, scolare di Isocrate, altri a Zopyro 
di Clazomeue, ed egli stesso tendeva di restituirlo ad Eschine. Inst. Ili, 6,8. 

8 



34 Capitolo Secondo 



a — In una causa (di genere razionale) può darsi che l'ac- 
cusatore dica all' accusato: -~ Tu hai commesso questo delitto; 
e r accusato si difenda: Non l' ho commesso io — La causa, non 
costando il delitto, si deve svolgere per mezzo di congetture, 
quindi lo stato di essa chiamasi congetturale, <j7oyjx7a*U. 

b —Può accadere invece che l'accusato non, neghi di avere 
commesso il fatto, ma si difenda in questo modo: — Ciò che ho 
commesso non costituisce il delitto del quale mi accusate — La 
causa si riduce quindi a definire giustamente il valore e il si- 
gnificato di una parola, e perciò lo stato di essa appellasi de- 
finitivo, opsg. 

e — Può accadere in terzo luogo che l'accusato si difenda 
così: — Il fatto del quale m' incolpate non è delitto, ma legitti- 
ma azione, non vietata dalle leggi — Bisogna determinar^ in tal 
caso la natura, l' intenzione, la colpabilità, etc. di quella data 
azione, e lo staio della causa chiamasi della qualità, ùciótt^. 

d — Infine la difesa dell'accusato può consistere nel dire: — 
Voi, giudici, e tu, accusatore, non avete facoltà di giudicarmi 
per il delitto del quale vengo imputato — In questo caso la sen- 
tenza si deve pronunziare anzitutto sulla legittimità o no dei 
giudici nel processo che viene intentato, avuto riguardo alle 
leggi, alla persona, al tempo, etc, e perciò lo stato della causa 
dicesi traslativo, usrxhrpi*. 

è 

Di questi quattro stati, il terzo, quello della qualità cioè, acco- 
glieva quattro specie di cause: deliberativa, svpjSwXeurraij — dimo- 
strativa, èxifeixrtxri — giudiziale, duzwAsyuri - di fatto, TZQzy'xzrwn* 

Ma fu ripresa dai retori siffatta suddivisione , principal- 
mente a cagione dei due primi nomi : Si osservava che Her- 
magora avea riconosciuto prima esservi cause di genere de- 
liberativo , e di genere dimostrativo ; in questa ulteriore clas- 
sificazione ammetteva vi fossero anche cause deliberative e di- 
mostrative; dunque gli stessi vocaboli venivano adoperati per 
designare il genere e la specie. (1) Si può tuttavia giustifica- 



(1) Cicero, De fnv. lib. I, IX, 12 u Huic generi Hermagoras partes qua- 
tuor fcupposuit, deliberati vani, demonstr stivata, iuridicialem , negotialem. 



Oli Stoici — Hermayora 36 



re la nomenclatura , se si considera che in butte le quistioni , 
siano esse indefinite, siano definite, il cardine si ridnce sempre 
ad una domanda: quale sit? Infatti in una causa di genere de- 
liberativo: u Bonone animo sint erga populum Romanum Fre- 
ge! 1 ani ? n si domanda per lo appunto : u Quales sint Fregel- 
lani, bonone animo an malo? n Similmente in nna causa di 
genere dimostrativo: a Utrum sit laudandum an yituperandum 
factum eius, qui hominem, rei public» perniciem allaturum, 
interfecerit? » si domanda: u Quale sit eius factum, laude an 
vituperatone dignum ? n Hermagora adunque non intendeva 
determinare la materia dello stato della qualitas, ma far cono- 
scere che in tutte le questioni di genere deliberativo , dimo- 
strativo, giudiziale, di fatto, si trovava insito quello stato. (1) 

La terza duzisAcyur,, si suddivide in due sotto-categorie: xo- 
r* àorrCkrf^ (ab solata), xar 1 £vrfàe7c/ (adsuraptiva). Quando la di- 
fesa poggia sopra la dimostrazione che il fatto, di cui si di- 
scute, è onesto, si ha la prima, absoluta 9 quando invece la 
difesa poggia sopra argomenti dubii, esteriori al fatto , si ha 
la seconda, adsumptioa. (2) 

Siffatti argomenti esteriori si ottengono per quattro modi: 

1° per mezzo della w/ywà juj , concessio , deprecatio ; la qua- 
le consiste nel confessare il fatto di cui si è accusati , e nel- 
r addurre ignoranza, o necessità, o caso nel compimento di es- 
so , o nel domandare perdono ; 

2° per mezzo dell' àrrbrz'ru , comparalo ; che consiste nella 
compensazione o nel confronto dei danni e dei vantaggi deri- 
vanti dal fatto di cui si è imputati ; 

3 a per mezzo della uLSTzvrx'ji; ( anche o£?«%7^ , cfr. Cic. De 
Inv. I, XI, 15 ), reitìotio; che consiste nel trasportare la colpa 
ad un fatto estraneo al dibattimento; 

4.° per mezzo dell' <ùriyxh)y.z , relatio ; con cui si dimostra 



Quod eius, ut nos putamus, doq mediocre peccatimi reprehendendum vi- 
de tur, veruni brevi ; . . . . Si deliberatiò et demonstratio genera sunt cau- 
sar uni, non possunt recte partes alicuius generis causee putari ». Cfr. Pi- 
dbrit, op. e. pag. 80; Volrmann, op. e. pag. 26. 

(1) Netzker, op. e. pag. 87 sgg. 

(2) Quintil. Vii, 4, 4; 7. Piderit, op. e. 38-34 crede che le parole di Quin- 
tiliano u ad intellectum id nomea referente^ » riferite alla voce greca 
xjct' óacD^ty siano una glossa di qualche lettore, entrata poscia nel testo. 



36 Capitolo Secondo 



che il movente del fatto fu l' utilità della repubblica, o di una 
classe di uomini, e via dicendo. 

La quarta npzyy.arrix.YÌj si avea quando nella causa, fatta astra- 
zione della persona , si disputava della cosa in se stessa , co- 
me, ad esempio: a è libero o no chi pronunzia un' asserzione ? 71 
u Le ricchezze partoriscono superbia? etc. v (1) 

§ 2 — r e v e i vo un*** (genus legale). 

Comprende anche questo , come apparisce nella tavola I , 
quattro categorie : 

1.° quando le parole discordano dal pensiero di chi scriveva, 
xara pjroV. 

2.° quando due o più leggi discordano tra loro, o&Twsutz. 

3.° quando una scrittura può essere tratta a più significati, 

4.° quando da una scrittura si può far scaturire ciò che non 
è scritto, o-uXÀff'/cjuoc. 

• § 3 — Z >j ? >j a a , a 11 7 1 z v , x 1 v y. & v e v , vvviycv . 

Dopo aver determinato in questo modo gli stati delle liti , 
Hermagora distingueva nel corpo stesso della causa parecchie 
parti: Zr-yj.* (quaestio) , zi^cv (ratio), ysawuvcv ( iudicatio ) , 
awiycv ( continens, firmante/itimi ). 

Zr-r t *z } nel significato generale, chiamasi quella questione che 
può dar luogo a due o a più opinioni verosimili; ma in mate- 
ria giudiziaria non fu sempre adoperato il vocabolo a desi- 
gnare la stessa cosa; ora indica una controversia che contiene 
parecchie questioni, senza riguardo alla loro reciproca impor- 
tanza; ora indica la questione principale, su cui si aggira tut- 
ta la causa; 

Atrtcv è il mezzo con cui si fa la difesa di ciò che consta 
essere avvenuto; 



(1) Quintil. Ili , 6, 57. A proposito delle causa? negotìales 770z.yu.X7vx.3u' 
verosimilmente Hermagora avrà potuto trattare delle tesi, cfr. Voi.kmann, 
op. e. pag. 27. 



TAVOLA I. 



IIOAITIKOK ZHTHMA ( 0w«» r, unum; ) 
yévcz \cyrtoy (genus rationale) yivoz vcxiy.óv (genus legale) 



1, zara farw ned ùrr&coupsva/ ( scrip- 

tum et voluntas ) 

2, Àruttuca ( leges contrari» ). 

3, £v&ifieMx ( ambigui tas ). 

4, vv/lryi'ju.óc ( collectio ). 



a b e rf 

ero/x'Ju.ós (coniectura) dose (finis) 77CW7>;» (qualità») urra/j^t* (translatio) 



1. 2. 3. 4. 

(deliberativa.) (demonstrativa. ) (iuridicialis.) ( negocialis. ) 



a. 



ìpiauo).oyiaL star* ò&~C/:r t '^iv 
( absoluta. ) 



( adsumptiva) 



1, <Ji>y/Wj)ULY) (concesso — deprecatio) 

2, aò/?i'«7?a?i* (coraparatio) 

8, ULSTohTXJt^ (remotio crirainis) 

4, is/TsyxJjj'AX (relatio ori minia) 



Gli Stoici — Hermagora 87 



Iwéys» viene appellato il più solido argomento dell* accusa- 
tore e il ponto più adatto a determinare il giudice; 

Kp&ópewv i il ponto da giudioare vero o falso, giusto o 
ingiusto. 

Esempio : u Oreste ha ucciso sua madre, n II fatto consta. 
L' accusato dice: a 1' ho uccisa giustamente. » Lo stato dunque 
è di qualitas, retor^. 

Qucpstio, &jr>?aa: 1' ha ucciso giustamente ? 

Ratio, «facy: Si, perchè Clybennestra avea ucciso suo mari- 
to, padre di Oreste. 

Finnainentum, vwiyeir. Ma non dovea essere uccisa da Ore* 
sta, né punita prima ohe fosse condannata. 

ludkatio, Kpatópivov; Ma un figlio è in diritto di uccidere la 
madre, pur essendo essa colpevole? (1) 

§ 4 — «crtWr*?*. (2) 

Hermagora completò la sua teoria degli v~dvzi; per mezzo 
degli à?is??27a. Come nella dialettica si contemplavano non po- 
chi casi, i quali non si potevano ridurre a categorie determi- 
nate, cosi nella retorica volle egli formulare alcuni oasi nei 
quali dall' accusa xarofya?^ e dalla difesa dndfxviì non scaturì* 
va alcuno stato. Questi casi chiamò ahÙTrara. Fortunaziano co- 
si li espone a pag. 82 : a asystat» ( scil. controversia ) quot 
modi s fiunt? secundum He rm agoraio quattuor, cum est aut 
£Ù&h:c\fjaL aut fadS^cviat. aut ^vo^pihi aut ófcspot. n 

1/ àvvjTxrcv xar' è/J.tniì ha luogo quando manca un punto 
della KìofazcLiiq nel fatto da esaminare. 

U ìttsttatcv Y.y£ fodZowTz» quando V accusato può rivolgere con- 
tro 1' accusatore la sua imputazione. 



(1) Quintil. Ili, 11, 1-28 per ciò che riguarda la nomenclatura 9 le de- 
finizioni di ciascun nome, non lascia alcun dubbio che essa non apparten- 
ga ad Hermagora, ma sull' atto di apprestare 1' esempio, diee. u Et cur non 
utamar eodem. quo sunt usi omnes fere, exemplo? ( § 4). . . n Se si pen- 
sa lattaria che l'esempio di Orette viene adoperato da Corni ficio, I, XVI- 
XVII, 26-27 e da Cicerone, De Inv. I, XV-XVIII, 20-26 per lo stesso bi- 
sogno di chiarire questa nomenclatura, si può verosimilraento ritenere 
che anch' esso appartenga ad Hermagora. 

(2) VouLMàNN, op. e. pag. 92-100; Thieu?, op. o. pag. 62*69. 



88 Capitolo Secondo 



1/ kiikkoltov Ttarà txoi/cy£cic& quando V accusato non ha alcuna 
possibilità per difendersi. 

L 7 dTìSTTxroi/ ófcopov, cum iudex non inventi quam sente ntiam 
dicat. 



àiMpeiiz rcSv orcfoerùv (1) 

Ogni status avea una trattazione speciale riguardante le ar- 
gomentazioni che ad esso riferivansi. Non abbiamo citazioni 
dirette delle serie di argomentazioni composte da Herinagora, 
ma da Cornificio e Cicerone possono dedursi a un di presso 
quali esse fossero. Cornificio le chiama con un nome comples- 
sivo vatiOy II, 2, 2: u reliquum videbatur esse, ut ostendere- 
mns , quae ratio posset inventionis ad unamquamque coustitu- 
tionem aufc partem constitutionis adcommodari ; v Cicerone le 
chiama loci, De Ino. II, 3, 11 : u nunc certos confirmandi et 
reprehendendi in singula causarum genera locos tradendos ar- 
bitrarmi hic tantum ipsa inventa unamquamque in 

rem exponentur simpliciter, sine ulla exornatione . . . . n 

Non potendo adunque ricostruire in questa parte il sistema 
di He rm agora, ci limitiamo ad indicare le diverse serie nei li- 
bri di Cornificio e di Cicerone. 

§ 1 — Tévog lcyr/.oit 

1. — rroyanwii — De Inc. II, 13, 43; II, 66, 80. 

2. - 6ps - Cornif. II, 12, 17; De Ina. II, 17, 52. 

3. — -nctóryjz. 

a. <rju(3oiitev7iétrì — manca. 

b. CTt&cxrcxiì — manca, 
e. $L/xi;\oyuft. 

a. xar' aa/vihj'pa/ — manca. 
/3. xar 7 ó&rfàe'jw. 

tnr/yvùuY!. Cornif. II, 16, 23. De Inv. II, 35, 106. 



(1) Thielb, op. cit. pag. 84 sgg. 



Gli Stoici — Hwmagora 89 



flbctVraj^. Cornif. II, 16, 22. 
uerói'TTsL'Tic. De Inv. II, 29, 87 sg. 
«vTc'y*A>jua. De Inv. LI, 25, 75. 
d. rpx/aarottj. De Inv. II, 21, 62. 
4. — t^ahifc — De Inv. II, 20, .60. 

§ 2 — r £ V S $ V atxóv 

1. — xxtà pYpiv xoi Tjxeìioupeva/. Cornif. II, 9, 13. 

2. — òjccvcoia. De //*r. II, 49, 145. 

3. — àuv/3s/«'a. Z)e The. II, 40, 116. 

4. — ovùéyi'jtjjii. De Inv. II, 50, 148 sgg. 



wfc (1) 



Questo capitolo trattava delle varie parti dell' orazione» Pri- 
ma di Aristotele .si erano già formulati non. pochi precetti in? 
torno all' esordio, alla narrazione, alla confermazione, alla pe- 
rorazione; Aristotele li raccolse e disciplinò, ma dopo di lai i 
fetori trovarono sempre da modificare, aggiungere, togliere in 
questa parte che più di ogni altra si prestava al capriccio di 
chi ne trattava. Cosichè non solo 1' uno dissentiva dall' altro 
intorno al numero delle parti dell' orazione, e all' ordinamento 
di esse, ma in seno a ciascuna parte si trovò da fare suddi- 
visioni, differenze, analisi , precetti sulla opportunità di ado- 
perare 1' una specie o 1' altra. 

Hermagora stabilì che quattro dovessero essere le parti prin- 
cipali: npcoiuM — ivrr/Ypu — TreVrc; — irt/r/s;; ciascuna delle qua- 
li avea alla, sua volta delle ripartizioni. 

La prima comprendeva quattro specie: esordio tiàc&v, esordio 
Kxpzàc'cv, esordio àufccfc£ey, esordio ótìsccv, derivanti dalla varia 
natura della causa che 1' oratore pronunziava e dalla disposi- 
zione dell' animo degli uditori. (Cfr. August. pag. 148, 149, 160). 

Della seconda non ci è stata trasmessa dai compilatori del 
suo sistema alcuna regola. 



(1) Volrmann, op. e. pag. 175 sgg.; Thiei.e, op. e. pag. 124-189. 



40 Capitolo Secondo 



Della terza non sappiamo se Hermagora avesse esposto una 
dottrina in questo capitolo , ovvero se si fosse riferito a quel- 
la della zetji'jrym^ compresa nella eùoerji; ; giacché l' insegnare 
a provare la verità o la falsità di un fatto , a ribattere o a 
ritorcere le ragioni dell' avversario è compito della topica. Ab- 
biamo una sola citazione diretta di Quintiliano , che riguarda 
i or^iix ; suddivisi da Hermagora in necessaria e non neces- 
saria, V, 9, 12: u eorum autem, quae signa sunt quidem , sed 
non sint necessaria , genus Hermagoras putat : non esse 
virginem Atalantam, quia cum iuvenibus per 
sii va s vagetur. Quod si receperimus, vereor, ne omnia, 
quae ex facto ducuntur, signa faciamus. » Tra la prova e 1' e- 
pilogo Hermagora voleva che si inserisse ufi a digressione , 
nxfjéxpx'yt;, De Ino. I, 51, 97: a Hermagoras digrossi onem dein- 
de, tum postremam conclusionem ponit. In hac autem digres- 
sione ille putat oportere quandam inferri orati onem a causa 
atque a iudicatione ipsa remotam , qusB aut sui laudem aut 
ad versarli vituperationem contineat aut in aliam causam de- 
ducati, ex qua confici a t aliquid confirmationis aut reprehen- 
sionis , non argumentando , sed angendo per quandam ampli- 
ficati onem. n 

Dell' epilogo non ci è stato trasmesso , come della seconda 
parte dell' orazione, alcun precetto. 



aìcm (1) 



Non sappiamo se Hermagora abbia adoperato questo voca- 
bolo, ovvero la locuzione più generica ri xreo* Azcer,^; e non co- 
nosciamo quale parte abbia trattato della elocuzione, se le fi- 
gure o gli stili o la composizione del periodo. 



(1) Thielb, op. e. pag. 140-143. 



Gli Stoici — Hermagora 41 



Malgrado i dissensi verso la sua teoria, Hermagora fu riguar- 
dato da contemporanei e posteri siccome caposcuola , ed Her- 
magorei si chiamarono i seguaci della sua retorica, i quali vo- 
levano affermare la superiorità di quella dottrina su altre che 
in seguito vennero alla luce. Dell' ingegno e del carattere del- 
l' opera di Hermagora , Cicerone diede nel Brutus ( cap. 76 , 
263 ) maturo giudizio: u L' arte sua, diceva, è povera per edu- 
care agli ornamenti del dire , ma agevola l' invenzione. Essa 
dà norme determinate e precetti del dire , i quali , se non ri- 
guardano la solennità esteriore , giacché sono sottili , conten- 
gono purnondimeno ordine, e certi mezzi che nel dire addita* 
no la giusta via. n (1) Hermagora fiorì in un periodo net qua- 
le la eloquenza serviva più per la scuola che per la vita pu- 
blica ; i retori , all' ombra delle scuole , costruivano schemi 
complicatissimi , che erano come luccicanti panoplie , e crede- 
vano con ciò d' aver creato anche il guerriero che le vestisse; 
T armatura invece rimaneva vuota ed inerte. 

Egli volle ridurie a sistema tutte le pieghe del pensiero 
oratorio, classificando, dividendo, sezionando; ma per la sover- 
chia sottigliezza , e per la premura di ritrovar parti , per- 
dette d'occhio l'insieme. (2) Accadeva appunto nel suo siste- 
ma ciò che in ogni opera dell' ingegno umano suole acca- 
dere, quando l' operosità si rivolge all' industria dei partico- 
lari : il meccanismo complicato dei precetti distraeva la men- 
te del futuro oratore dal v^ro carattere dell' orazione , in mo- 
do che , colui il quale voleva poscia seguirli, rimaneva freddo 
esecutore di un ricettario inefficace , e chi voleva invece par- 
lare per persuadere o far trionfare le proprie idee, rinunziava 
alla scuola e si affidava al naturale suo ingegno. 

Dopo Hermagora i retori di Pergamo fermarono la loro stan- 
za in Roma, e da essi i romani appresero 1' arte retòrica. 



(1) Vedi anche poco appresso, cap. 78, 271. 

(2) Westermann, op. e. I, 181: u Hermagoras aus Temnos, welcher im 
Eiier, ein wohlgeordnetes Fachwerk aufzustellen , den praktischen Ge- 
sichtspuokt aus den Augen verlor. » ' 



LA RETORICA IN ROMA 
LE OBIOIVI — COBJOFICIO — M. TULLIO CICERO VE 



o~#- 



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Thiele G. Quaest. de Cornif. et Cicer. artibus rhetoricis, Gryphiswaldi», 1889. 



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CAPITOLO TERZO 

LE ORIGINI DELLA RETORICA IN ROMA 

LA a RHETORICA AD HERENNIUM » 



• ».« ♦ 



— Gli studi retorioi , e i retori ohe precedettero V autore della Rheto- 
rtca ad Hcrennium — Gornifioio — Esposizione del sistema contenuto nella Rhe- 
tortca ad Hercnnium. ohe gli si attribuisce — Le fonti. 
Contributo di Gornifioio alla retorica latina. Carattere della sua teoria. 

I Romani , per estrinsecazione spontanea del loro ingegno , 
aveano cominciato ad avere una letteratura originale, rude co- 
me ogni prodotto primitivo dell' uomo. La civiltà greca non 
fece compiere a siffatta letteratura il suo naturale svolgimen- 
to, giacche, penetrata fra un popolo forte solamente nelle ar- 
mi ed incolto , o fece mutar carattere ad alcuni generi lette- 
rari, come avvenne della poesia in generale; od offri ad altri 
il mezzo di progredire , superando di un salto un lungo pe- 
riodo di formazione, come avvenne dell' arte del dire. 

Non ci indugiamo a designare V anno nel quale la coltura 
greca penetrò in Roma; che la civiltà di un popolo viene ac- 
colta ed assimilata da un altro per lenta infiltrazione e per 
lungo uso : cosi chi determina 1' anno della presa di Taranto 
(a. C. 272), o quello della prima rappresentazione di una tra- 
gedia di Livio Andronico tradotta dal greco ( a. C. 240 ) co- 
me date , dalle quali incomincia ad entrare in Roma la col- 
tura greca , trascura di notare che fin dall' anno 492 a. C. si 



46 Capitolo Terzo 



hanno prove incontestabili di rapporti artistici e letterari tra 
Greci e Romani. (1) Val meglio dire adunque che penetrati 
prima assai lentamente in Roma i prodotti del pensiero greco 
e perciò rimasti privi di notevole influenza, nella seconda me- 
tà del terzo secolo a. C. essi vengono accolti dai Romani as- 
sai largamente , e perciò esercitano su quelli del pensiero ro- 
mano una influenza manifesta. 

Or mentre i latini studiavano, sedotti dall' incanto della for- 
ma, i vari generi della letteratura greca, e imitavanli, per le 
nozioni di due discipline rimasero diffidenti sul principio, per 
la retorica e per la filosofìa cioè, le quali anzi ebbero biasimo 
e sarcasmo. Si crearono perfino . due vocaboli , rhetoricare e 
philosophare , con significato dispregiativo, per designare due 
specie di occupazioni non conosciute fino a quel tempo ; (2) 
Ennio, Pacuvio, Plauto sono apertamente nemici di quelle di- 
scipline. (3) 

Ma siffatta ostilità è una prova che al tempo di questi scrit- 
tori si conosceva in Roma la retorica e là filosofia, e e' era chi 
le professava. Erano greci sopratutto i cultori di queste, disci- 
pline , venuti in Italia numerosi al tempo delle guerre Mace- 
doniche ( 200-168 a. 0. ) , fra i quali si acquistò fama C r a - 
tete di Mallo, rimasto parecchio tempo in Roma intorno 
all' anno 169. Essendo caduto in una cloaca si ruppe una gam- 
ba , e durante la malattia leggeva ad amici , che andavano a 
trovarlo , poesie greche , spiegandole sia nella lingua , sia nel 
pensiero. Da Ini, secondo Svetonio, ebbe origine lo studio del- 
la grammatica , che dagli oppositori di Orate te fu appellata 
con facezia , ars cioacina. Vi furono quindi in Roma dei di- 
lettanti di grammatica , quali C. Octavius Lampadio, 



(1) Nell'anno 493 due greci, Daniophilo e Gorgaso aveano dipinto a fre- 
sco le pareti del tempio di Cere, il quale era situato là, dove più tardi 
fu costruito il Circo Massimo; Plinio, H. N. XXXV, 46. Vedi per altro 
Moritz Voigt , Pritataltertiimer und hultnrgesch. etc. [ in Handbuch der 
klas. Alt. etc. di J. von Mùller ] Miincben, 1893, pg. 389 sgg. 

(2) Nonius, alla voce rhetoricare. Cfr. Cucheval, Histoire de V eloquence 
latine, etc. I, pg. 187. 

(3) Aulo Gellio , V , 15 ; XIII , 8. Pacuvio avea creato uu personaggio , 
Zetho , che rappresentava la opposizione sistematica alla filosofia ; cfr. 
Cicerone, De Oratore, II, XXXVII 155. 



Le origini della retorica in Roma 47 



Q. Vargunteius ed altri , ma il fiorire di essa comincia 
veramente coi trionfo di Emilio Paolo ( 168 a. C. ) e con la 
venuta dei mille achei in Italia ( 167 a. C. ). 

Il propagarsi dell' Ellenismo trovò breve ostacolo in Catone. 
Nel 155 tre filosofi greci, Cameade accademico , Diogene stoi- 
co e Critolao peripatetico, vennero in Roma per affari di stato. 
Cameade attirò la gioventù romana per la forza del suo 
stile , Critolao per la stringente argomentazione , Diogene per 
il suo stile semplice e piano. Contro Cameade che un giorno 
parlava a difesa di un argomento, e il dì seguente con futa va- 
io, si scagliò Catone, siccome contro un sovvertitore dei prin- 
cipii della giustizia nella educazione della gioventù, e i tre fi- 
losofi furono fatti partire da Roma. Tuttavia quello avveni- 
mento avea scosso lo spirito di molti , fino allora indifferenti 
o diffidenti per lo studio della retorica e della filosofia, e mal- 
grado una corrente di conservatori , seguaci di Catone , fosse 
arrivata fino a far votare dal senato , quattro anni dopo , un 
decreto di proscrizione dei filosofi e dei retori greci , (1) una 
schiera contraria di giovani ed adulti prese interesse a quel- 
lo studio, il quale, morto Catone, non ebbe più in Roma al- 
cun nemico. Si guardava come esempio Scipione e Lelio , nei 
quali la cultura greca non avea apportato danno allo virtù 
patriottiche. 

Dopo la caduta di Corinto ( 146 a. C, ) vennero di nuo- 
vo in Roma retori greci , e questa volta si lasciarono vivere 
in pace. Provenienti costoro in gran parte da Atene e dalle 
colonie dell'Asia Minore, introdussero chi l'atticismo; chi 
il sistema di Hermagora ; chi V opposizione ad esso , e co- 
storo forse provenienti da Rodi . (2) L' importazione del- 
l' atticismo ci viene attestata dal fatto che Crasso ed An- 
tonio si propongono a modello Demostene , il principe degli 
oratori attici , e da quest' altro che 1' autore della Rheto- 



(1) Svetonio, De Claris Rhef. I, (Ed. Reifferscheid 25) u C. Fannio Stra- 
berne , M. Valerio Messalla consulibus , M. Pomponius preetor sonatimi 
consnluit. Quod verba facta sunt de philosophis et rhetoribus, de ea re 
ita censuerunt : ut M. Pomponius prato r animadverteret curaretque ut, si 
ei e republica fideque sua videretur, uti Romae ne essent. r> 

(2) Kròhnert R. Die Anfànge der Rhetorik bei den Rómern, Memel, 1877, 
pag. 14. 



48 Capitolo Terzo 



rica ad Herennium mostra conoscenza delle orazioni di Demo- 
stene più larga che non di quelle di alcun altro; laddove alla 
scuola rodiese può risalire la opposizione ad He rm agora , che 
si fa manifesta nella Rhetorica ad Herennium e nei primi 
scritti retorici di Cicerone. (1) 

A queste notizie di carattere generale non possiamo aggiun- 
gerne altre d' indole particolare sali' insegnamento che i retori 
greci professavano in Soma. Sappiamo da Svetonio che lo stesso 
maestro insegnava grammatica e retorica a veteres grammatici 
et rhetoricam docebant n [De Grani. 4] ma particolarmente por 
la retorica non ci vuol molto a supporre ciò che si poteva in* 
segnare dai seguaci di Hermagora, dopoché noi conosciamo il 
sistema di costui. Crasso ci dà un breve ragguaglio di ciò che 
studiò in quelle scuole: u....non negabo me ista omnium corn- 
ili uni a et contrita prsBcepta didicisse : primum oratoria offi- 
cium esse dicere ad persuadendum accommodate; deinde esse 
omnem rationem aut de infinita? rei questione sine designatone 
personarum et temporum, aut de re certis in personis ac tem- 
poribus locata in his enim fere rebus oranis istorum ar- 
ti ficum doctrina versatur , . . . t> [De Oratore, I, 137-145]. Si 
dovette adunque insegnare la dottrina di Hermagora, o fedel- 
mente, o con quel!' adattamento all' ambiente che l' ingegno e 
T attitudine didattica di ogni singolo retore greco sapeva sug- 
gerire. 

In questo stato educativo si chiude il secondo secolo avanti 
Cristo nella storia di Roma ; il principio del primo secolo è 
più ricco di fatti e di nomi, perchè le relazioni con la Grecia 
sono divenute continue e larghissime, la conoscenza della lin- 
gua e del sapere ellenico riconosciuta oramai quasi come ob- 
bligo ad ogni persona colta , mentre la eloquenza moderata 
dall'arte va sostituendo quella spontanea e natia di Roma. 

Nei primi anni dell' ultimo secolo a. C. , cioè nel periodo 
della gioventù di Cicerone , nelle scuole di retorica si ripete- 
va un corso di precetti, disposti sempre ad un modo, e com- 



(1) Króhnert, op. e. pag. 15, attribuisce alla scuola rodiese la introdu- 
zione delle causa? vxcbéveic nello insegnamento retorico in Roma, ma non 
dice lui, ne sappiamo noi, su qual fondamento; attribuisce pure ad essa 
senza dubio la opposizione ad Hermagora, mentre a nostro avviso ciò de- 
ve ritenersi come ipotesi. 



Le origini della retorica in Roma 49 



pilati senz' alcun intendimento di nutrire la mente di larghe 
cognizioni. Sul principio del De Oratore infatti Cicerone sen- 
te il bisogno di avvertire che il suo trattato nulla avrà di co- 
mune con quei libriciattoli scolastici : u non oomplectar in his 
libris amplius,. quam quod huic generi re quassìta et inultum 
disputata summorum hominum prope consenso est tributum ; 
repetamque non ab incunabulis nostra; veteris puerilisque doc- 
trina* quendam ordinem pra>ceptoruui, sed ea, quse quondam 
accepi in nostroram hominum eloquentissimorum et ornai di- 
gnitate principum disputatone esse versata ;...*. (lj Accanto 
all' esposizione teoretica di precetti , si tenevano esercitazioni 
sopra questioni di diritto, causce, la cui materia" veniva forni- 
ta dalla storia, dalla mitologia, dalla vita sociale, e qualche 
volta anche dalla fantasia, tanto che alcuni temi ricordati nel- 
la Rhetorica ad Herennium e nel De Inventione di Cicerone, 
non sono molto dissimili dallo controversie del periodo impe- 
riale- Tal metodo era comune così ai retori greci, come ai re- 
tori latini, sorti in quel tempo; ma sembra che i latini appa- 
gassero meno col loro insegnamento, giacché Crasso insieme 
con Cn. Domizio Àenobarbo suo collega nella censura, rinnovò 
contro di essi, nel 92, l'editto di proscrizione che prima era stato 
pubblicato contro i retori greci. Senonchè V insufficienza dei re- 
tori latini avrà fornito a Crasso la ragione apparente; la ragione 
vera sarà da ricercare nel fatto che la retorica insegnata lati- 
namente avrà allettato tanto la gioventù, che in quelle scuo- 
le essa si tratteneva per tutto intiero il giorno, il che non con- 
veniva all'educazione di un romano (2). Ma finalmente la nuo- 
va tendenza vinse, e noi vediamo sorgere in L. Pioti us Gr al- 



ti) Cicero, De Oratore, I, 22-23. 

(2) Si cfr. il testo del decreto riportato da S ve tori. De Rhet. I e Geliio 
XV, 11, 2, e si ponga attenzione alle parole « dies totos dosi de re. Maiores... 
recta videntur ». La questione non è di facile soluzione, e lo provano i 
vari tentativi fatti per chiarirla, tra i quali quello di Fr. Marx, Incerti 
auct, de rat. die. ad C. Heren. Lipsiae 1894, pag. 141-150, che vorrebbe ne- 
gare l'autenticità del testo dell'editto e che in ogni modo scorge in es- 
so un atto di ostilità dei censori contro la sola persona di Plozio, cioè 
della nobiltà contro la democrazia mariana, di cui era partigiano Plozio. 
Cicerone, dal modo con cui fa parlare Crasso nel libro, III, 94-95 del De 
Orat., mostra che non sapeva la vera ragione, o non voleva dirla. 



60 Capitolo Terzo 



lus, liberto, amico di Mario, un primo* maestro latino di re- 
torica, riconosciuto e incontrastato, alle cui lezioni però non potè 
assistere Cicerone quantunque ne fosse desideroso, perchè fu trat- 
tenuto dai partigiani delle antiche idee (1); quindi Voi tacili as 
Pio tu s maestro di Pompeo, del quale scrisse le imprese, aprì 
anche lui una pubblica scuola (2), ed Antonius Q-nipho (3) 
gali*», il quale era stato prima educatore nella casa di Cesare e 
divenne in seguito accreditato maestro, tanto che alla sua scuo- 
la soléano andare uomini ragguardevoli, fra i quali Cicerone, 
già adulto, nelP anno 66, quando era pretore. Così la retorica 
greca venne a poco a poco insegnata latinamente da romani, 
e non solamente nella scuola; nelle case private giovani ed a- 
dulti soleano riunirsi per ripetere quelle giostre scolastiche. 
Cicerone adulto si prbvava a declamare in greco e in latino, 
in compagnia di M. Pisone e Q. Pompeo, ed era lieto, e cre- 
deva di rivivere nei tempi della sua gioventù quando si ve- 
deva attorniato da giovani quali Hirzio, Dolabella, Pansa, Bru- 
to che a lui si univano in quegli esercizi. 

Ma già siamo andati un po' avanti, cronologicamente; che 
al tempo in cui Cicerone declamava con costoro, le scuole era- 
no divenute numerose, e. qualche libro latino di retorica si e- 
ra scritto. Ce n' è pervenuto solamente uno, la Rhetorica ad 
He.renniiuiìy del quale è necessario trattare -per comprender 
bene ciò che compirà in seguito Cicerone in questa disciplina. 

L' opera è stata attribuita, sulla interpretazione di un luo- 
go di Quintiliano , ad un Comificio, di cui non possediamo 
determinate notizie. (4) Anche a noi, pur riconoscendo che la 
questione ha ancora dei punti che ci lasciano dubbiosi, pare verosi- 



(1) Cicerone in una lettera a Titinio, dove parlava del desiderio di u- 
dir Plozio, bcrive : u Continebar autem doctissimorum hominum auctori- 
tate, qui existimabant grsecis exercitationibus ali melius ingenia posse n. 
Cfr. Sveton. De Rhet. 2. 

(2) Sveton., De rhet. 8 — Euseb. Chron. S. Hieronymo interp. anno 81. 
(8) Sveton., De Orammat. 7. 

(4) Vedi la storia delle varie opinioni intorno all'autore di questo li- 
bro in Corni fici Rhet. ad C. Heren. ree. et in ter. C. L. Kayser, praef. pag. 
VI-XIII, e Fu. Marx, op. e. pag, 67-78. 



Le origini della retorica in Roma 51 



mile l' ipotesi , e perciò , fino a nuova e miglior soluzione , ci 
accordiamo coi più nel chiamare Cornificio l' autore della Rhe- 
torica ad Herennium. (1) 

Cornificio non era maestro di retorica , ma uomo privato e 
di molteplice cultura ; nelle ore che le sue faccende domesti- 
che gli concedevano libere , si dedicava agli studi , e per gio- 
vare all' amico suo Herennio, che si era dato alla politica e al- 
l' arte oratoria , scrisse quel manuale. Si proponeva per altro 
di scrivere di grammatica ( cfr. libr. IV, 12, 17), di arte mi- 
litare e di scienze politiche (cfr. libr. Ili, 2, 3), contro i dia- 
lettici ( cfr. II, 1 1, 16 ) e si affermava sopratutto studioso di fi- 
losofia ( cfr. I, 1; IV, 66 ). Compose la Rhetorica in età adul- 
ta, come appare dalle relazioni ohe mostra di avere, probabil- 
mente fra gli anni 86-82; (2) la sua nascita, secondo il più 
probabile computo, cadrebbe intorno all' anno 123 a. C. (3). 



(1) Il luogo della Inst. Orai, dì Quintiliano, per cui si attribuisce l'opera 
a Cornificio, è lib. IX, 3, 98, nel quale Quintiliano dopo aver riportato le 
figure di seneo e di parole, aggiunge: u adicit bis Ceecilius mpfypcvjat , 
de qua dipci , Coruificius interrogationem , ratiorinationem , subiectionem , 
transitionem , occultalionem; preeterea sententiam, membrum, articulum, in- 
terpretationem 3 concluswnem n. Ora appunto le figure che Quintiliano at- 
tribuisce a Cornificio si rinvengono nella Rhet. ad Heren. IV, 22; 28; 24; 
85; 37; 24; 26; 88; 41. Per l'ordine mutato nella esposizione di Quintilia- 
no, Krohnert, pag. 22 op. e. adduce la ragione che Quintiliano enume- 
ra anzitutto quelle che a suo giudizio non sono figure di parole, ma di 
pensiero , poi quelle che non sono propriamente figure. — Gli altri luoghi 
della Jnstit. Oratoria j quali derivano dalla Rhet. ad Heren. sono: Insù V, 
10, 2 = ad Her. IV, 25; Inst, IX, 2, 27= ad Her. IV, 48; InsL IX, 3, 91 = 
ad Ber. IV, 85; fnxtit. IX, 8, 69-71 =«rf Her. IV, 20-21. Frh>. Marx, Incerti 
auctoris de ratione dtcendi ad C. Herennium libri IV, Lipsise 1894, pag. 70- 
78 rifiuta a Cornificio la paternità dell'opera. 

(2) Krohnert R. De Rhetoricis ad Heren, 1878, pag. 28 fondandosi par- 
ticolarmente sugli esempi del libr. IV e sul luogo IV, 54, 68: u profieisci- 
tur in Asiani », più determinatamente vorrebbe gli anni 86-85. Iordan , 
Hermes, Vili , 1874 Zu lateinischen Prosaihern, conforma con nuove pro- 
ve l'ipotesi di Krohnert; Bochmann , De Corni fici auctoris ad Heren. qui 
vocatur rerum Roman, scientia, Leipzig. 1876 pag. 8-5 arriva a questo me- 
desimo risultato. Fr. Marx, op. e. pag. 155 allarga il periodo tra gli an- 
ni 86-82. 

(8) Bochmann, op. e. pag. 6-7 osserva che i fntti storici ricordati nel- 
l' opera non vanno più in qua dell 1 85 a. C. ; gli esempi di storia ro- 



52 Capitolo Terso 



Queste date sono rese ancora più probabili da) carattere del- 
l' opera , che consiste nei celare il fondamento greco di tutta 
la dottrina, e nel mostrare poca stima di tutta la letteratura 
greca. L' autore segue il metodo di Catone, che pur servendo- 
si dei mezzi che la coltura greca gli apprestava , voleva cela- 
re, agli occhi dei romani , che si giovava di quel sapere me- 
desimo contro il quale egli inveiva. Ora siffatto indirizzo non 
può appartenere ad un' epoca molto inoltrata del 1° secolo , e 
mette capo d' altro lato ad una educazione ricevuta durante 
1' ultimo quarto del 2.° secolo, quando il catonismo conservava 
ancora dei seguaci. 

Esponiamo intanto , prima di far considerazioni intorno al 
libro di- Cornificio, il sistema retorico che in esso è contenuto. 

'Generalità della Retorica. Il dovere dell' oratore consiste nel 
saper parlare di tutti i rapporti sociali regolati da consuetu- 
dini e da leggi. Per conseguenza di tre generi di cause deve 
occuparsi 1' oratore: dimostratioo, deliberativo, giudiziale. Per 
trattare una causa 1' oratore deve possedere: inoentio, disposi- 
no, memoria, pronuntiatio, elocutio, [ 1, 2-3 ] che vengono ap- 
pellate parti della retorica. 

In ve n tic Abbraccia le sei parti dell' orazione : exordium , 
narratio, dioisio, confirmatio, confutatio , conclusio [I, 4]. 

Inventio nel geniui iudioial*. 

Exordiuièì. Per ben cominciare bisogna considerare che qualsi- 
voglia causa appartiene ad uno di questi quattro generi: hone- 
stum, turpe, dubitati, humile. Quindi si pensi che abbiamo due 
specie di esordio: di principio (principium, xpcci'ute») e d' insi- 
nuazione ( insinua/io, hoèo^ ). Si adatti a ciascun genere di 
cause quella specie di esordio che meglio conviene, avendo ri- 
guardo che esso ha lo scopo di rendere l'uditore docilem, am- 
mana cominciano coiranno 107; deduce che Cornificio in quel tempo in- 
dossò la toga virile, a perciò che nacque intorno all'anno 123 a. C. Kay- 
ser , op. e. pvwf. pag. VI , voleva riconoscere il nostro autore in quel 
Cornificio che nel 69 fu tribuno, e nel 64 sollecitò il consolato con Ci- 
cerone. 



Le origini della retorica in Roma 63 



tentum , benivolum. Sarà docilis queir uditore al quale V ora- 
tore avrà esposto in breve il nodo e l' interesse della causa , 
a nam docilis est qui attente vulfc audire n; sarà attentus quan- 
do gli avrà promesso che parlerà di cose grandi, nuove, non 
comuni; si può renderlo benioo/us in quattro modi: o che 1' o- 
ratore parli di se stesso, ab nostra ; o degli avversari, ab advor- 
sariorum persona; o degli uditori, ab auditor uni persona; o 
della causa medesima, ab rebus ipsis. In tre casi non si può 
far uso dell' esordio di principio , ed invece si deve ricorrere 
a quello d' insinuazione, 1.° quando la causa è turpe; 2.° quan- 
do l'uditore pare sia stato tratto dall'avversario alla sua par- 
te; 3.° quando 1' uditore è stanco di ascoltare. L' esordio deve 
essere di stile umile; bisogna evitare che sia volgare, cioè che 
possa venire adattato a più cause ; cotnmune cioè tale da po- 
ter essere anche adoperato dall' avversario; e finalmente nimium 
adparatis verbis compositum, e non dorivato dalla causa di cui 
si tratta. [I, 4-11]. 

Narratio. É di tre specie: narrazione del fatto che ha dato 
luogo al dibattimento ; narrazione che qualche volta si fa en- 
trare nel discorso come mezzo di prova, di accusa, di transi- 
zione, di preparazione, di elogio; narrazione estranea alle cau- 
se civili (letteraria). Quest'ultima comprende la seguente par- 
tizione : 

narratio 



in negotiis in personis 



fabula historia argumentum 

Veramente il retore non dovrebbe far menzione di questa 
terza specie di narrazione ; ma giova tuttavia che 1' oratore si 
eserciti in essa, acciocché possa lo altre due trattare con si- 
curezza e maestria. 

La narrazione deve essere brevis, dilucida , verisimilis [ I, 
12-16]. 



54 



Capitolo Terso 



Divisio. Si distingue in due parti , 1.° ciò che ammettiamo 
noi di accordo con 1' avversario , e ciò che non ammettiamo ; 
2.° distributio di quanto saremo per dire nella nostra orazio- 
ne , suddivisa alla sua volta in altre due parti : enumeratio , 
expositio [I, 17]. 

Confirmatio et confutatio. E la parte più importante del- 
l' orazione, e può venir trattata bene allora quando si avrà co- 
nosciuto la constitutio della causa. La dottrina esposta da 
Cornificio è la seguente : 



Gonst. 
coniect. (i) 



Gonst. Iuridicialis (2) 



absoluta 



adtìumptiva 



concessio remotio 
criminis 



trans! atio 
crimiuis 



compa ratio 



purgatio deprecai io vel in hominem vel in rem 

1. fortuna 

2. imprudenza 

3. necessitas 



Gonst. 
legituma (8) 

1. Scriptum et 
sententia. 

2. Con trarise le- 
ges, 

3. Ambiguum. 

4. Defini tio. 

5. Translatio. 

6. Ratioci natio. 



Stabilita la costituzione di una causa, si cercano in essa la 
ratio , il firmamentum , la itidicatio. (4) [ Vedi cap. II di que- 
sto libro, pag. 36-37 ]. • 



(1) I, 18; II, 3-12. 

(2) I, 24-25; II, 19-26. 

(3) I, 19-23; II, 13-18. 

(4) I, 27-80. 



Le origini della wtorica in Roma 



65 



Per trovare la ratio in una causa di costituzione congettu- 
rale, bisogna esaminare in essa molti aspetti e saper fare mol- 
te argomentazioni, secondo uno schema che è il seguente: [II, 
3-13 ] : 



Ratio consti tu tionis coniecturalis 



Probabile 



causa 
vita 



Àrgunientura 

pr&teritum 

instane 

consequeny 



Consecutio Àdprobatio 

.signa conscientit» 
.signa confidenti» 
signa innocentieB 



Conlatio Signum 

aliineminijlocus 

bonum Itempus 
neminem 1 ,. 

alium VP»"»» 
potuisse Zocca sio 

jspes perfì- 
! ciendi 

f tipes celan- 

\ di 

Anche le altre costituzioni hanno degli schemi che guida- 
no a determinare la ratio, ma meno complicati. [I, 19-27]. 

Dopo che si conosce il modo di ritrovare le argomentazioni, 
bisogna si conosca quello di ben comporre e presentare 1' ar- 
gomentazione. La quale si compone di cinque parti, non sem- 
pre necessarie tutte e cinque : propositio, ratio rationis, con- 
firmatio, exornatio , comple.xio [11,27-30]. Non poco ac- 
corgimento è necessario per evitare i difetti che sogliono ri- 
trovarsi nelle argomentazioni [ II, 31-46 ]. 

Conclusio. Consta dell' enumeratio , dell' amplifìcatio , della 
commiseratio. Con la prima parte ricapitoliamo l' orazione ; 
con la seconda cerchiamo, per mezzo di luoghi comuni, di ec- 
citare gli uditori, con la terza di commuoverli. [II, 47-50], 



Xnvontio nel genus deliberativum e demonstrativum. 

Le cause deliberative si distinguono in due specie: con 1' u- 
na si cerca ut rum potius faciendum sit ; con l'altra si cerca 
quid poi is$ unum faciendum sit. Della prima maniera sarebbe 
questa: u Karthago tollenda an relinquenda videatur n; della se- 
conda : u Hannibal consulit, quom ex Italia Karthaginem ac- 
cersitur, in Italia remaneai. an domum redeat an in Aegyptum 
profecfcus occupet Alexandriain n. 



56 



Cepitolo Terso 



L' oratore di argomento deliberativo deve proporsi il con se 
giumento dell' utilità , la quale è base della seguente suddi- 
visione [ III, 3-7 ] : 



utilitas 



tuta 



honesta 



vis 



dolus 



rectum 



laudabile 



identi 



prudentia iustitia forti tudo modestia 

In relazione a questo schema 1' oratore adatterà al suo discor- 
so quella specie di esordio, di confutazione, etc. che parrà più 
opportuna [III, 8-9], 

L' oratore di argomento dimostrativo si propone la lode o il 
biasimo di un fatto o di una persona. Il che si può fare svol- 
gendo il seguente schema [III, 10]: 

Causa de mon strati va 



laus 



vituperalo 



rerum externarum corporis animi rerum extern arum corporis animi 

Si può cominciare con 1' adattare lo svolgimento di > questo 
schema o alla nostra persona, o a quella di cui parliamo, o a 
quella di coloro che ascoltano , o al fatto di cui si parla. Se 
accade di narrare e di decidere, si seguano i precetti che ri- 
guardano la narrazione e la divisione giudiziale. Bisogna poi 
riferire tutto quanto si dice intorno all' animo di una perso- 
na, alle quattro virtù: giustizia, fortezza, temperanza, pruden- 
za, e ai vizi opposti [III, 11-16]." 

Dispositio, Si distinguono due specie di disposizione: secondo 
i precetti dell'arte, ab itisi itutione artis ; secondo le opportu- 
nità, ad casutn temporis. L 7 oratore si atterrà all' una o all' al- 
tra, secondo le circostanze del dibattimento [III, 1618], 



Le origini della retorica in Roma 



57 



Pronantiatio. Nella pronunzia si distìnguono due elementi : 
modulazione della voce, figura oocis, movimento del corpo, cor- 
poris motus. La modulazione può assumere tre caratteri distin* 
ti: robustezza, magnitudo; resistenza, firmitudo; dolcezza, mol- 
li ludo. Quest' ultimo, che è di maggiore importanza per V ora- 
tore , viene suddiviso in senno, contentio, ampli ficatio, suddi- 
vise alla loro volta queste parti in altre [III, 20-25]: 

Pronuntiatio 



figura voeis 



magnitudo 



firmitudo 



senno 

'dignitas 
Idemonst ratio 
fnarratio 
iocatio 



molli tudo 



oontentio 

(continuatio 
Jdistributio 



corports motus 



amplificatio 

(cohortatio 
(conquestio 



I movimenti del corpo devono possibilmente adattarsi alla 
modulazione della voce, che alla sua volta è in relazione alle 
rafie parti dell'orazione [III, 19-28]. 



Memoria. Nella memoria, come nella pronunzia, si distinguono 
due elementi fondamentali: naturale, artificiale. Quest' ultimo si 
acquista per mezzo di luoghi e d' immagini. I luoghi possono 
paragonarsi alla cera o alla carta; le immagini alle lettere del- 
l' alfabeto; la disposizione e collocazione delle immagini, alla 
scrittura ; il trai* fuori le immagini al bisogno, alla lettura di 
ciò che si è scritto prima. Per ricordar molto dunque bisogna 
fornirci di molti luoghi, e in ciascuno di essi collocare molte 
immagini. Gli uni e le altre disposte con ordine [111,29-40]. 







t » 



Capitolo Terso 



• * 



■ ■ » 



Elocntio* Riguarda anzitutto le varie specie di 
qualità sempre necessarie a ciascuna specie di 



stile 



> 



e 



le 



stile 



Gli stili 



sono tre, che Cornificio chiama figarm: sublime, gravis 



me 



diocre, mediocris; umile , estenuata 




> 



armou 



eh' esse tre : eleganza, e/egantìa; 

dignìtas. Queste tre qualità quindi sì suddividon 

che viene indicato dal seguente specchietto : 



qualità necessarie *an 

si, compositio; dignità 



nel 



modo 



Elocutio 



figura elocutionis 

gravis 

mediocris 

extenuata 



res necessaria elòcutiotii 



elegantia 



compositio 



i crebra 



vo ca- 



la tini tas 



explanatio 



HumcoQcur- 



siones 



(soloecismus (verbis usitatis 



n imi a 



adsi- 



f barbar ism us } verbis propri is J duitas verbi 

vei-borum 
transiectio 



dignitas 

exor natio 
verborum 
exornatio 
sente ri tia- 

rum 



Le figure di parole (exornationes cerbortim) sono 33: Repe 



titio, Convorsio, Complexio, Traductio, Contentio, Exclamatio, 
Interrogalo, Rafciocinatio, Sententi a, Contrarium, Membrum, 

Àrticulus, Continuatio (tripartita), Compar, Similiter cadens, 

Similiter desinens, Adnominatio, Subiectio, Gradatio , Defini 

tio. Transitio, Correctio, Occultatio, Disiunctio, Conduplicatio 

Permissio, D ubi tati o , Expeditio 

Dissolutum. Praecisio. Conclusi»). [Nominatio, Pronominatio , 



? 



i 



Interpretatio , Conmutatio 



» 



* 



i 



7 



ì 



Denominatio , Circuitio, Transgressio, Superlatio , Intellectio , 
Abnsio, Translatio, Permutatio (tripartita)]. 

Le figure di pensiero (ejcornationes sententtarum) sono 19: 
Distributio, Licentia, Deminutio, Descriptio, Divisio, Frequen- 



tatio, Expolitio, Ccnmoratio, Contentio, Similitudo, Exemplum 



? 



Imago 



, Ecfictio, Notatio, Sermocinalo, Conformatio, Significa 



tio, Brevitas, Demonstratio. 




sistema 



come 



si ricava dalla esposizione fatta, è abba- 
stanza complicato e ricco di nomenclatura, perciò Cornificio 
dovette far tesoro d'insegnamenti ricevuti, di libri consultati 



Le origini della retorici in Roma 59 



e adoperati come fonte della sua opera. Ma torna difficile de- 
terminare e la scuola che egli frequentò , e i libri che adope- 
rò. I risaltati di siffatta ricerca, quando fossero corti, non ap- 
pagherebbero solamente la curiosità erudita, ma ci offrirebbe- 
ro il mezzo di stabilire quanto apportò di nuovo Cornificio, 
se non nella scienza retorica, almeno nella nomenclatura re- 
torica latina, e d'altro lato ci indicherebbero fino a qual pun- 
to , al tempo di Corni ficio , nelle scuoio di Roma si prendeva 
interesse per le sottigliezze della retorica stoica. 

Il nostro autore ricorda parecchie volte le fonti dell' opera sua 
[T, 1; 1, 16; 1, 18; II, 16; III, 19; III, 38; IV, 1; IV, 10] ma con espres- 
sioni sempre generali ; giammai cita un libro di cui si giova; 
dice solamente in vari luoghi che ha consultato autori greci; 
ma è anche certo che si giovò, malgrado egli non lo dica, di 
un testo a latino n adoperato quasi nello stesso tempo da Cice- 
rone , e parecchie volte trascritto quasi letteralmente da am- 
bidue. (1) 1/ autore di questo libro latino di retorica potreb- 
be anche essere stato il maestro di Cornificio; ma chi fu quel 
maestro? Si è creduto dn alcuni Antonio; ipotesi difficile a di- 
mostrarsi, poiché è inverosimile che Antonio abbia tenuto in- 
segnamento sistematico di retorica, e se pur non fosse inve- 
rosimile, non è provato che l'abbia tenuto. (2) Bisogna ricor- 
dare quello che gli fa dire Cicerone, De (h*at. I, 208: a Ne- 
que enim sum de arte dicturus quam nunquam didici , sed de 
mea consuetudine .... t» ; II, 29 : a docebo vos , discipuli , id 
quod ipse non didict\ quid de omni genere dicendi sentiam n, 
o le parole di Cicerone medesimo, che sono come una illustra- 



ci) Weber, Ueòer die Quellen der lihet. ad Her, Zurich 1886, pag. 8-22, 
muove questa domanda: u Sarebbe stato iu generale possibile a Corni- 
ficio giovarsi di libri latini di retorica? Eranvi libri di retorica in lin- 
gua latina prima della composizione dell'opera di Cornificio? n Rispon- 
de, dopo non breve discussione, che Cornificio non 'ha alcuna dipendenza 
da predecessori latini. G. Thiei,e, Qutest. De Corni /". et Cicer. artibus 
Wietoricis , Grypuiswaldise, 1689, dimostrò al contrario che Cornificio ha 
dipendenza du un testo latino. Fr. Marx , op. e. pag. 115 , non crede 
che Cornificio e Cicerone possano avere avuto lo stesso maestro; il mae- 
stro di Cornificio (pag. 129) sarebbe stato di tendenze latine; quello di 
Cicerone di tendenze greche. 

(2) Questa ipotesi è stata messa fuori da KkohinEiit , De Rhetorins ad 
Her. pag. 35;è confutata da Wei'ER , op. e. pag. 22 sgg. 



60 Capitelo Terzo 



zione ai luoghi riportati, De Orai. II, 4: u Fuit hoc in utro- 
que eorum, ut Crassus non tam existimari vellet non didicis- 
se, quani illa despicere et nostrorum hominum in ora ni gene- 
re prudentiam Graecis anteferre; Àntonius autem probabilio- 
rem hoc populo orationem fore censebat snam , si oinnino di- 
dici sse numqnam putaretur: atque ita se uterque graviorem 
fore, si alter contemnere, alter ne nasse guide m Graecos vide- 
retur n. La deduzione necessaria è questa, poiché Antonio co- 
nosceva la retorica greca, e fingeva di non conoscerla, che mol- 
to meno V avrebbe professata in insegnamento privato o pubblico. 

Anche Crasso dice (De Orai. I, 139) ohe ha appreso i a co- 
muni e triti precetti n della retorica , e conosce i tre stati 
delle cause ; perciò Crasso , come Antonio , potè essere stato 
maestro di Cornificio. Ma a nostro avviso non fu ne V uno 
né V altro. Una volta sola Cornificio dice : u noster doctor 
tris putavit esse, eto. n ( I, 18 ) e finché altra indicazione non 
avremo, all' infuori di questa, varrà meglio rinunciare alla ten- 
tazione di determinare il nome del suo maestro. (1) . 

Si può ritenere come certo che si è giovato della 'Pr^pizù 
irpòi 'Mzlzvdpc)/ largamente per le regole della inoentio e del- 
la elocutio; non è facile invece determinare una fonte qua- 
lunque per le regole della disposi t io , della memoria , della 
pronuntiatio. (2) Trattando delle generalità retoriche e del- 
l' invenzione non tralasciò di attingere anche dal trattato di 
Hermagora; ma il carattere dell' opera di Cornificio , riguardo 
alle fonti, é questo, che non segue un solo testo preferito in 
tutto il corpo della esposizione, e quello ohe segue non ripro- 
duce fedelmente. (3) 



(1) Weber, op. e. crede sia stato Herinas, vissuto fra il 160-80 circa, 
intorno a cui cfr. S veto» io, De Gram. 10. Fr. Marx , op. e. pag. 151 cre- 
de invece sia stato Plozio. 

(2) Weber, op. e. 46-79. Ben riuscita è la ricostruzione che FA. fa 
della teoria dello .status nel libro che egli attribuisce ad Anaximene. Da 
essa si ricava che il doctor che segue Cornificio nella teoria dello status 
era risalito alla sua volta ad Anaximene , abbandonando Hermagora nel 
numero delle costituzioni , ma rivestendo il pensiero di Anaximene con 
la nomenclatura ermagorea , e arricchendolo di parecchie nuove partico- 
lari suddivisioni ermagoree. 

(8) Weber, op. e. pag. 84. 



Le origini della retorica in Roma 61 



V ha anche di più: Cornificio vuol dare un carattere di o- 
riginalità alla sua opera per mezzo di esempi nuovi, cercati e 
trovati da lui ; e il pregio della utilità per mezzo della no- 
menclatura latina foggiata da lui su quella greca. Nel princi- 
pio del libro quarto infatti egli dice : u Quoniam in hoc .li- 
bro, Herenni , de elocutione scripsimus, et quibns in rebus 
opus fuit exemplis uti, nostris exemplis usi sumus et id feci- 
mus praater consuetudinem Graecorum , qui de hac re scripse- 
runt n Ma siffatta pretesa di Cornificio noi dobbiamo ac- 
cogliere con quella larghezza di criteri che gli antichi aveano 
riguardo a paternità di pensiero e di espressione. Ellendt in- 
fatti è d' avvi so che gli esempi del libro quarto sono piutto- 
sto reminiscenze di vecchi esempi , ed apporta parecchie ra- 
gioni : in IV , 65 Cornificio loda un esempio , il che farebbe 
meraviglia, se V esempio fosse stato composto da lui stesso; la 
lingua negli esempi non è sempre la stessa; un esempio: u. ra- 
mo potest uno adspectu neque prseteriens in amorem incide 
re v (cfr. Cicero, De Ino. I, 80) appartiene a Curio, Pro Serv. 
Fulvio Fiacco. Altri esempi sono tratti da Demostene ; ad es. 
IV, 22, a cum igitur . . . n Pro corona, 71: a iwtepcv raùza .... n 
Similmente in IV, 7, 10 dice : a . . . . nomina rerum grsaca con- 
vortimus: ea remota sunt a consuetudine; qua enim ras aput 
nostros non erant , earum rerum nomina non poterant esse 
usitata ; . . . . n Bisogna riferire questa dichiarazione, per valu- 
tare giustamente 1' opera di Cornificio , ai termini che appar- 
tengono alla elocutio, non a tutta la materia retorica; e di sif- 
fatti termini bisogna togliere, a discrezione, un certo numero; 
giacché le figure di pensiero e di parole, poveramente quanto 
si voglia, pur doveano trattarsi nelle scuole romane, al tempo 
di Cornificio. 

Molto più vaga è una terza affermazione , che esprime nel 
libro HI, 19, trattando della pronunzia: a qua re et quia no- 
mo de ea re diligenter scripsit — nam omnes vix posse puta- 
runt de voce et vultu et gestu dilucide scribi , quom h& res 
ad sensus nostros pertinerent — et quia magnopere a nobis ad 
dicendum comparanda est, non neglegenter videtur tota res 
consideranda n. Quali sono le osservazioni che appartengono a 
Cornificio, il quale trovava nelle retoriche greche parecchi buoni 
predecessori per questo suo capitolo ? Giacche dopo Aristotele, 



62 Capitolo l'erzo 



[nel libro III aggiunto alla sua 'P^reoooj, cap. I viene ricorda- 
ta la vKÓKpmz siccome una delle parti della retorica , cfr. pag. 
19 di questo volume ] , Theofrasto scrisse un trattato itepi vkc- 
xaVefci;, e non è facile pensare che uno scritto di quel filoso- 
fo, fosse trascurato e confuso, come giudica Cornificio in ge- 
nerale tutto ciò che prima di lui si era scritto su quel par- 
ticolare argomento. 

Tolto questo meritQ di originalità di esempi, e di nuove vo- 
ci retoriche introdotte nella lingua latina, tutto il contenuto 
tecnico dell'opera è patrimonio greco. Non essendo dunque 
Cornificio autore di un sistema retorico, e non seguendo d' al- 
tro canto un sistema determinato, riuscì in un eclettismo non 
sempre ben fuso ed organico. Le sottigliezze di Herm agora 
pare lo abbiano disgustato; ma poiché non era oratore di pro- 
fessione, e nemmeno filosofo, malgrado egli dica che fosse stu- 
dioso di filosofìa , essendosi accinto a comporre un tratta- 
to di arte oratoria , non potè del tutto rinunziare alle sotti- 
gliezze, alle regole minute, proprie di chi scrive la teoria di 
un' arte che non esercita. Non riuscì dunque a darci un trat- 
tato di carattere pratico e romano , come fece più tardi Cice- 
rone col De Oratore; non riuscì a comporre un manuale re- 
torico-filosofico, come avea fatto Aristotele che non era orato- 
re e non volle tener dietro agli schemi e alle classificazioni. 

Cornificio sopra un fondo di retorica anaximenea ricamò non 
pochi particolari stoici-ermagorei, commettendo però delle sdru- 
citure. Le quali potrebbero anche essere state commesse dal 
doctor latino, che fu per lui fonte non piccola. Così sul prin- 
cipio del trattato egli dice che 1' oratore deve conoscere : in* 
venzione, disposizione, elocuzione, memoria, pronunzia; e quin- 
di, definiti ad uno ad uno questi doveri, soggiunge: u Inventio 
in sex partes orationis consumitur, in exordium, narrationem, 
divisionem, confirmationem, confutationem, conclusionem n, e a 
questa affermazione seguono i precetti di ciascuna parte della 
orazione. Ma perchè solamente la invenzione riguarda le sei 
parti della orazione ? e la disposizione, la elocuzione , la pro- 
nunzia, la memoria che altro riguardano se non medesimamen- 
te le parti dell' orazione ? (1). 

(1) Vedi altre contradizioni riguardanti la disposizione in G. Thielk . 
op. e. pag. 99-101. 



• • 



Aristotele! 






Cicer. De Or. II, 






Antonio 








Quintil. UI, 6* 








1 




Consti tu ti o 








legituma 


< 






1. Scriptum et sen- 

tali tia. 

2. Contrari© leges. 


1 

Cornifleio 


iti a 




8. Ambigaum. 




8 




4. Definitio. 

5. Translatio. 


i 


em 




6. Ratiocinatio. 


• 






Tévo$ vofj.tx.6v 






ue7oMr$i$ 


1. icari prjzòv ned 


\ 




( translatio ) 


ùne^cupefjQ/ 




:x>j 




2. àvruciuoL 




is) 




8. àuyifich'x 
4. fjv/loyt<Juó$. 


Hermagon 









Le origini delia retorica in Roma 63 



Cornificio nel capitolo che tratta della confermazione crede 
opportuno inserire la dottrina della costituzione di una causa; 
la quale dottrina, nella retorica di He rm agora, non poteva as- 
solutamente far parte della trattazione della confermazione. (1) 
Per questo Cornificio è costretto a parlare di nuovo della nar- 
razione in II, 2, 3, mentre già avea prima esaurita in I, 12-17, 
la esposizione dei precetti che le appartenevano. E la dottri- 
na della costituzione che egli espone non è quella di Herma- 
gora, ma probabilmente quella del doctor latino, quantunque 
sia alquanto diversa da quella che conosce Antonio nel De Ora- 
tore , la quale deriva da Aristotele, e potrebbe essere quella 
che comunemente veniva insegnata nelle scuole di Roma. La 
teoria esposta da Cornificio è riduzione e trasformazione di 
quella di Hermagora. [vedi tavola 2 a ]. 

Cornificio adunque, o la fonte che segue, riduce il yéve; vc- 
pwù di Hermagora a constilutio legitima, aggregandovi sei ca- 
si particolari, dei quali due, nella teoria di Hermagora, la de- 
finitio e la translatio cioè, erano costituzioni principali. ' 

Nella constitutio iuridicialis raccolse ogni altra suddivisio- 
ne : rigettata quella che Hermagora avea chiamata r^ayixaruaj' , 
( negotialis ) e considerata la iizàziv-uri e la <7vy.(ìcvA£i>7ixY) come 
generi di eloquenza , non come stati di causa , la constitutio 
iuridicialis corrisponde alla -cmtyiz di Hermagora. 

Il libro di Cornificio adunque contiene teorie greche, in va- 
rio modo attinte dalle fonti ed ordinate, e qualche contributo 
originale non esattamente m determinabile; eppure dovette in- 
contrare non poco favore presso i romani , se potè vivere ac- 
canto ai libri di Cicerone che vennero alla luce più tardi. Ai 
nostri giorni non si accoglie più l' estimazione che il libro 
godette pel passato: Spengel ha pronunziato un giudizio alquan- 
to severo: u . . . Egli ( Cornificio ) non ha mutato nulla, tranne 
la lingua ; la Iìhetorica ad Herennium è un prodotto greco , 
e contiene 1' essenza dell' antica teoria insieme con la dottrina 
delle vziveiz, che la scuola filosofica vi avea trasportato n ; (2) 

(1) Vedi a pag. 80-31 di questo volume la partizione di Hermagora. 

(2) Ueber das studium der Hhetorih bei den Alien, Munchen, 1842, pag. 
10. Inaccettabile è il giudizio di Kayser, op. e. prcef. X: u apad Corni- 
ficium nusquam invenies Hermagoreie discipline© vestigi um ; quin vide- 
tur eam ipsam petere procumii verbis, u illa, quee Greci scriptores inanis 
adroganti ee causa sibi adsumpserunt, reliquimus ». 



64 Capitolo Terzo 



né più benevolo è stato quello di altri nostri . contempora- 
nei. (1) 

Noi, pur associandoci da un Iato a siffatto giudizio, rilevia- 
mo d' altro canto un merito di Cornificio, che è degno di con- 
siderazione, e consiste nell' aver voluto romanizzare una disci- 
plina che al tempo suo si studiava nelle scuole, greca nel con- 
tenuto e nella forma. Per questo proposito egli limita quanto 
più può le cognizioni tratte dalla mitologia, esclude quelle che 
soleva fornire la storia greca, nessuna citazione accoglie di 
versi di poeti greci, concedendo posto solo a pochi esempi 
tratti da oratori, specie da Demostene, che tuttavia non cita. 
Per contrailo mostra conoscenza di tutta la letteratura nazio- 
nale , e si giova di versi di poeti latini , di brani di oratori , 
di fatti della storia nazionale. Ha perfino un breve catalogo 
di oratori, a suo giudizio, i più ragguardevoli: Catone, i Grac- 
chi, Lelio, Scipione, Galba, Porcina, Crasso, Antonio. Se non 
riuscì nell' intento ohe si era proposto , non bisogna farglie- 
ne colpa, giacché i primi tentativi difficilmente sono coronati 
di buon successo. 



(1) G. Thiele, op. e. pag. 109; e H. Weber, op. e. pag. 85. 



M. TULLIO CICERONE 



• »*♦- 



BXBUOCntÀFIA FABTZCOLABB 



Ciceronis Opera rhetonca edid. Schùtz, Lipsise 1814-21. 

— Ars rhetorica edid. Wkidner, Berol. 1878. 

Kròhnert R. De Rhetoricis ad Herennium, Regi monti 1878. 

— Die Anf&nge der Retorih bei den Rómeìti, Meiuel 1877. 
Badbr De Ciceronis rhetoricis libris, Gryph. 1879, 

NfeTZKER H. Hermagoras , Cicero, Corni ficius, qua: docuerint de u stati « 

bus », Kiliae 1879. 
Thiele G. Queestiones de Cornificiet Ciceronts artibus rhetoricis, Gryph. 1889. 
Hbimcrb G. De Cicei'onis doctrina quce pertinet ad materiam artis rheto* 

ricas et ad inventionem, Regiraonti 1891. 



*»-+i+">* ^ » .«"«fr» «» * ^ « 



CAPITOLO QUAKTO 
IL u DE INYENTIONEr, 



-o ♦- 



— Ejposiaione del sistema — Osservazioni critiche intorno a questo si- 
stema — Paragone tra la teoria di Comincio e quella di Cicerone nel De Ja- 
rcntione. 



Nel capitolo precedente, parlando del propagarsi della reto- 
rica nelle scuole e nella educazione dei romani, eravamo già 
arrivati fino a Cicerone, ma acciocché il lettore ne compren- 
desse bene i primi scritti retorici credemmo necessario premet- 
tere l'esposizione dell'opera di Cornificio, la quale occupò tut- 
to il capitolo. Abbiamo oramai fornito al lettore sufficiente pre- 
parazione e perciò ora trattiamo delle opere retoriche del più 
grande oratore romano. 

Quando Cicerone fu in età di frequentare le scuole di reto- 
rica, l'ellenismo si era oramai imposto su Roma; nessuno 
più pensava di muovere guerra al sapere e ai maestri greci , 
che anzi la coltura greca veniva considerata necessaria ad un 
uomo che volesse conseguire uffici e cariche pubbliche. Cice- 
rone ricevette la prima educazione, guidato dal padre, nel se- 
no della sua famiglia, ma ben per tempo fu condotto in Ro- 



68 Capitolo Quarto 



ma, ove L. L. Crasso, illustre consolare, oratore famoso e 
amico del padre di Cicerone , accettò V incarico di dirigere 
l' educazione del giovinetto, affidato alle cure di un maestro 
greco, nella casa medesima di Crasso, il quale con tanto in- 
teresse vi attese che, quando Plozio aprì una scuola, e Cicero- 
ne espresse il desiderio di frequentarla, egli non lo permise, 
considerando V insegnamento greco più proficua preparazione 
per il futuro oratore, e solo gli concesse di studiare allora, ol- 
tre alla retorica, la poesia sotto la guida del poeta Architi. 

Crasso mori nel 91 , e nel seguente Cicerone indossò la to- 
ga virile; cominciava allora Ortensio, di otto anni più adul- 
to, ad acquistarsi fama di grande oratore. Trascorsi due an- 
ni , neir 88 da Mucio Scevola augure, e dopo la morte di co- 
stui, da Scevola pontefice apprese la giurisprudenza. Contem- 
poraneamente si diede con Filone allo studio della filosofia 
accademica. Morivano in quel torno di tempo i più rinomati 
oratori della vecchia generazione, Sulpicio nell'88; Antonio, 
Catulo, Cesare Strabone nell'87. 

Cicerone intanto si proponeva di gareggiare con Ortensio , 
e perciò durante il triennio 86-84 frequentò nuovi maestri , 
Molone e Diodoto stoico, e avanzò di molto nella conoscenza 
del sapere ellenico traducendo opere greche , ed esercitandosi 
nelle declamazioni in greco. In questo tempo compose anche 
una retorica, che porta il titolo De Incentione, in due libri. 

I primi effetti dell' educazione letteraria di Cicerone si ve- 
dono in quest' opera giovanile manifestamente; Cornificio si at- 
teggia ancora a difensore dell' educazione nazionale e fa po- 
lemica coi Greci, laddove Cicerone nutrito di sapere greco, non 
ha nemmeno il sospetto di dover dissimulare dinanzi ai Roma- 
ni l'origine e il carattere della sua arte retorica. 

Ma esponiamo , prima di far considerazioni, il sistema reto- 
rico contenuto nei due libri di quest' opera. 

1. Definizione e partizione della retorica. 

La scienza politica abbraccia molte discipline, delle quali 
una delle più estese e delle più importanti è la retorica, che 
insegna V arte del parlare. Offìcium del retore è quello di par- 



AI. Tullio Cicerone 69 



lare in modo da persuadere; finis è il persuadere con la pa- 
rola ; materia della retorica è tutto ciò che abbraccia 1' arte e 
la facoltà che 1' arte produce nell' oratore. Ma poiché i limiti 
della materia retorica erano stati da alcuni allargati estrema- 
mente, da altri ristretti, Cicerone si attiene alla delimitazione 
che attribuisce ad Aristotele, la quale comprende i tre gene- 
ri : demonstratiouniy del iberni itvtm, indiciate. (1) La divisione 
di Hermogora della materia retorica in hht^ e uro'Oeo^ (quae- 
stio, causa ) è un grave errore per Cicerone, giacché la Gc'?*;, 
quaestio non appartiene per nulla all' oratore, ma spetta al 
filosofo. Partes della retorica sono: incentio, dispostilo y elo- 
cutio, memoria, pronuntiatio. (2) 

2. L'Invenzione in ogni genere di cause. 

A. La costituzione delln causa. Ogni questione che contiene 
un motivo di controversia, di dibattimento, di discussione, dà 
luogo o ad una questione di fatto, o di nome, o di genere, o 
di azione. Il punto controverso per cui è sorta la causa si 
chiama constitutio, la quale è di quattro specie : constitutio 
coniectttralis se si discute della esistenza del fatto ; definitiva 
• se si discute intorno al nome da attribuire ad esso; genera- 
lis se del genere di esso ; translatioa se della procedura. 

Questa classificazione è quella di Hermagora , come è facile 
vedere. Procedendo nelle suddivisioni differisce un poco nella 
ripartizione della constitutio general is, ma in tutto il resto 
segue il sistema ermagoreo, senza allontanarsene di un passo. 



(1) I, 6-7. Baper , De Cireroms rhet. libri» , Gryph. 1879 , pag. 2-8 , e 
Wolkmann, op. c. 2 pag. 20 accusano Cicerone di non avere inteso la de- 
finizione di Aristotele della retorica, aia perchè Aristotele non inscrisse 
la retorica fra le scienze politiche, sia perchè non determinò che la ma- 
teria di essa fosse costituita dai tre generi. Leggendo con attenzione il 
cap. V, si ricava che Cicerone non attribuiva ad Aristotele il batte- 
simo della retorica a scienza politica; di Aristotele in quel §. 6 non si 
fa parola, quindi il rimprovero di Bader e Wolkmann è ingiusto. Rima- 
ne vero il secondo, che dalla definizione di Aristotele, u A. 2 v Eonw $r, 
jtrpopVKTi . • . iyeiv TÒ ivjywx/Av n, non si ricava che lo Stagirita avesse de- 
terminato i tre generi come materia dnlla retorica. 

(2) I, 9. 



70 Capitolo Quarto 



Meglio di ogni esposizione gioverà, per abbracciare con occhio 
sintetico il sistema di Cicerone e per farne il confronto con il 
modello, la tavola 3. a qui annessa. 

Cicerone non approva che della costituzione della qualitas 
si facciano derivare le due deliberatioa e dcrnonstratioa, osser- 
vando che il genere è fatto in tal modo diventare specie. Vi 
accoglie solamente la consti tulio iuridicialU e negocialis, in 
senso diverso quest'ultima da quello inteso da Hermagora. (1) 
Attribuisce inoltre lo stato definitivo alle controversie ex 
scripto, e cade in errore. (2) 

B. Quaestio; Ratio; Iudicatio; Firmamentum. 

Quaestio chiamasi la controversia che nasce dal conflitto del- 
le diverse affermazioni, in questo modo: u Non hai operato giu- 
stamente — Ho operato giustamente, n La quaestio sarà: u Ha 
operato giustamente o no ? n 

Ratio è ciò che costituisce la causa, tolta la quale, il dibat- 
timento non potrebbe sussistere; es.: u Oreste, accusato di ma- 
tricidio, si difende : a ragione la uccisi, perchè essa avea uc- 
ciso il padre mio. n La difesa è la ratio, la quale, pronunzia- 
ta dall' accusato, dà luogo al dibattimento. 

Iudicatio è la controversia che nasca dall' accusa e dalla di- 
fesa. Continuando l' esempio addotto : a Oreste : mia madre 
aveva ucciso mio padre — accusatore: dovevi tu, suo figlio, 



(1) Volkmann, op. e. * pag. 26-27 si associa alla critica che Cicerone fa 
dello stato della qualitas di Hermagora. Netzker, op. e. pag. 37 sgg. di- 
fende assai felicemente Hermagora, tanto che, a parer nostro, rimane a 
Cicerone il torto di non averne inteso bene la classificazione. Cfr. pag. 34- 
35 di questo studio. Cfr. anche per altre questioni attinenti, l'opuscolo di 
Netzker, pag. 20 sgg. 40 sgg. 45 sgg. 

Tutta la parte del quadro che riguarda Cicerone è derivata dai seguen- 
ti luoghi, che possono con frutto venir riscontrati dal lettore, per la di- 
chiarazione della nomenclatura: I, 10 definizione della constitutio; 1,10-11, 
II, 15 constitutio coniecturalis; I, 11, II, 52 constitutio definitiva; I, 14, II, 
62; 69; 72; 78; 86; 94; constitutio generalis; I, 16 const. transitiva; I, 17 con- 
troversia ex ambiguo ; II, 116, II, 121-22 covtr. ex scripto et sente* tia; II, 
144 conlr. ex cont* m ariis leyibus; II, 148 c.ontr. ex ratiocinatione; 11,153 de» 
fini fio. 

(2) De Inc. I, 17; II, 153; e cfr. Voi.kmann , op. e. 2 pag. 52, Netzker, 
op. e. pag. 00. 



TAVOL 



a 



QToyaauLoq 
( coniectura ) 



a. 



Const. coniectur. 



is) 



C< 



4. 

otialis 



d. 

( translatio ) 



d. 
Const. tra risiati va 



Vévsq JNsuwcói/ 

1. -/ara pyjrov v.od 

2. aVru/cu/a 

4. wAkoyi'Ju.ós. 



Controversi 89 

1. Ex scripto et sen- 

tentia. 

2. Ex contrarila . le- 
gibus. 

3. Ex ambiguo. 

4. Ex ratiocinatione. 

5. Ex definitione. 



L^ 



M. Tullio Cicerone 



71 



darle la morto ? Si poteva punire quel misfatto da te senza 
che avessi commesso un altro misfatto ? n la iudicatio sareb- 
be: Fu giusto o no che Oreste uccidesse la madre, poi che es- 
sa avea ucciso il padre di Oreste ? 

Firmamentum è la difesa più salda dell' accusato. (1) 

C. Parti dell 9 orazione. Sono sei : exordium, narratio, parti- 
tio, confirmatio, reprehensio, conclusio. 

L' exordium serve a rendere V uditore benevolo, attento, inte- 
ressato alla discussione, e può essere diretto, principium; in- 
diretto, insinuatio. I mezzi, rationes, che deve adoperare l 1 o- 
ratore perchè 1' esordio conseguisoa lo scopo suo, sono quattro: 
o col parlare di se stesso, ab nostra (sott. persona); o degli 
avversari, ab adversariorum; o dei giudici, ab judicum; o del- 
la causa medesima, ab ipsa causa. Nella insinuatio vanno no- 
tati tre momenti : o si promette di distruggere la prova mi- 
gliore addotta dall' avversario; o si ricava 1' esordio dalle ultime 
parole dell' avversario; o ci mostriamo imbarazzati nella scelta 
delle ragioni a nostro favore. (2) 

La narratio è V esposizione dei fatti come sono avvenu- 
ti, o come si suppone siano avvenuti. Considerata riguardo a 
tutti gli uffici che essa può sostenere è di tre specie : 

narratio 



omnis ratio controversi» digressio 
continetur extra causam 



n. delectationis 
causa 



in negotiis 



in personis 



fabula historia argumentum 



La narrazione quaa* causre continet expositionem deve a- 
vere tre qualità : breve, chiara, verisimile, ( breois, aperta, 
probabili» ). (3) 



(1) De Inv. I, 18-19. 

(2) Ibid. I, 20-26. 

(3) Ibid. I, 27-30. 



72 Capitolo Quarto 



La partitio serve a determinare quelle parti nelle quali 
siamo d' accordo con 1' avversario, e quelle in cui discordiamo; 
ed inoltre ad analizzare e ad esporre tutto ciò che formerà la 
materia' del nostro discorso. Suqi pregi devono essere brevità, 
compiutezza, parsimonia (brecitas, absoluti), paucitas). (1) 

La conflrmatio persuade 1' uditore col mezzo del ragiona- 
mento, stabilisce la verità della causa, trova le prove che la 
fanno trionfare. Ogni ragionamento scaturisce in una causa 
dal considerare le persone o le cose (aut ex eo quod personis, 
aut ex eo quod tiegotiis est attributum). Inerenti alla persona 
sono il nome, la natura, il genere di vita, la fortuna, le abi- 
tudini, le passioni,. le tendenze, i disegni, la condotta, gli av- 
venimenti, i discorsi; inerenti alle cose sono la sostanza me- 
desima del fatto, gli accessori, le circostanze e le conseguenze. 
Ogni ragionamento derivato da questi luoghi (loci) sarà pro- 
babile o necessario; perchè sia necessario deve assumere la 
forma di dilemma (complexio), di enumerazione ( enumtratio ), 
di conclusione (conclusio .simplex). Inoltre nell' argomentazio- 
ne si fa uso o dell' induzione (inductio) o dell' epicherema 
(ratiocinatio). La prima, facendoci convenire prima su verità 
evidenti, e' induce quindi a poco a poco a farci convenire su 
altre dùbbie, che hanno rapporto con la prima; questa era la 
maniera di Socrate. La seconda dall' essenza medesima del 
soggetto trae una proposizione probabile, la quale conosciuta 
e svolta, si sostiene per mezzo dell' intima sua forza e ragio- 
ne. Essa ha cinque parti: la maggiore (propostilo), la prova 
della maggiore (propositionis approbatio), la minore (assum- 
ptio), la prova della minore (assumpt ionia approbatio), la 
conclusione (complexio). (2) 

La reprehensio distrugge o almeno indebolisce per mezzo 
di argomenti le asserzioni dell' avversario. Essa attinge alle 
medesime fonti della confermazione, giacché i medesimi prò* 



(1) De Inv. I, 31-33. Altri precetti espone Cicerone, riguardanti In par- 
tizione filosofica, non la oratoria; i quali non si leggevano, come afferma 
Cicerone, in altre retoriche, I, 33. 

(2) Ibid. I, 84-77 ( l' epicherema 61-77 ). 



M. Tullio Cicerone 78 



cedimenti che servono a dimostrare un argomento, sono anche 
adatti a confutarlo; occorre solamente saper adattare siffatti 
procedimenti al bisogno che ci crea Y avversario. (1) 

La dottrina della confermazione e della confutazione assu- 
me aspetti diversi, secondo che trattasi di una causa di co* 
sbituzione congetturale, definitiva, generale; perciò molti altri 
precetti aiutano la ricerca del vero , proprii di ciascuna co- 
stituzione, e di chi accusa (2) e di chi difende. (3) 

In ogni causa poi, se una parte degli argomenti tratti da es- 
sa sono inerenti alla causa medesima, in modo che non possono 
facilmente adattarsi ad un 9 altra, sia pure della medesima specie, 
ve n' è un' altra invece alquanto indeterminata, che si adatta 
a tutte o a gran numero di cause del medesimo genere. Que- 
sti argomenti si chiamano loci communes, i quali contengono 
V amplificazione di una cosa certa, o dubbia. Essi aggiungono 
al discorso ornamento e varietà, purché si sappiano adoperare 
con misura, e aopra tutto dopo che si è guadagnato 1' uditorio 
con prove convincenti. (4) 

La conclusio compie e termina tutta 1' orazione, ed ha tre 
parti: enumerazione, indignazione, doglianza (enumeratio, in- 
digna tio 9 conquestio). La prima raccoglie e schiera sotto un* u- 
nica veduta tutti i ragionamenti sparsi nelle parti dell' ora- 
zione ; la seconda eccita 1' odio contro un uomo, o e' inspira 
gravi diffidenze intorno ad un fatto ( il che si può far deriva- 
re da ciascuno degli attributi delle persone o delle cose; vedi 
la confermazione ) ; la terza ha lo scopo di eccitare la pietà 
dell' uditore , il che si può conseguire per mezzo di luoghi 
comuni, che sono sedici per questo bisogno. (5) 



(1) Ib. I, 78-97. 

(2) Ib. II, 12-24. 
(8) Ib. II, 25-31. 

(4) De Inv. II, 45-50. — Luoghi comuni che sogliono ricorrere nelle 
costituzioni congetturali II, 50 51 ; nelle generali 11,65-66; 77; 85; 91; 
100-102; nelle varie specie di controversie: ex scripto et sententia 125; 185- 
137; 141-143; ex conir. leyibus 147; ex raciocinaliona 150. 

(6) Ib. I, 98-109. 



74 Capitolo Quarto 



Il genere deliberativo e dimostrativo. 

Il genere giudiziale si prefigge di difendere l'equità, cioè u- 
na parte dell' onestà ; col genere deliberativo, secondo Aristo- 
tele si propugna l'utilità, secondo Cicerone l'onestà e l'utili- 
tà; col dimostrativo l'onestà [II, 156]. E chiaro che l'oratore 
il quale si accinge a trattare un argomento dell'uno o dell'al- 
tro di questi due generi , debba conoscere in che consista la 
giustizia, 1' onestà e 1' utilità , ciascuna nella relazione che ha 
con le altre, e nella suddivisione in altri concetti cui dà luo- 
go [II, 157-178]. 

II 

L'opera è imperfetta, perchè delle cinque parti che enume- 
ra nel libro I, 9, Cicerone svolge solamente la prima, 1* itwentio, 
e il libro secondo vien chiuso con queste parole : a quare, quo- 
niam et una pars ad exitum hunc ab superiore libro perducta 
est, et hio liber non parum continet litterarum, quae restant, 
in reliquis dicemus » (1) 

Ma non è tutta materia che appartiene all'invenzione quel- 
la trattata nell' opera. Dall' esposizione del sistema si ricava 
che Cicerone parla delle parti dell' orazione, dell' esordio, cioè, 
della narrazione, e via dicendo ; il che è compito dell' ordo 
( r&iì ) non dell' inoentio ( eùpeTt*. ) Come è avvenuta siffatta 
confusione ? ed è essa incosciente , ovvero Cicerone sa quello 
che fa? 

Bisogna ricordare la partizione retorica di Hermagora, per 
giudicare quella di Cicerone. Hermagora dunque avea stabili- 
to questa: 

eùpefiti; cincvcpioL [ \wr t uji ùrróxpvyig ? ] 



lucida, e determinata come si vede ; la evoivu, che è una spe- 



(1) Nel libr. I, 49, Cicerone dice che tratterà della elocuzione: u Ho- 
rum exempla et descrlptiouas in pvaeceptis elorutionis cognoscentur n 



M. Tullio Cicerone 75 

eie, non viene confusa con la ro|e* orcio che è una sottospecie. 
Pare che i retori posteriori non abbiano veduto nettamente la 
differenza fra la sùf&Jt; e la xo&rt; e la ùixtptns e abbiano per- 
ciò fatto di tutte e tre una parte sola, col nome di eùptiiz. 15 
fin qui, anche a parer nostro, non avrebbero avuto tutti i tor- 
ti, giacché torna difficile distinguere, nel ritrovare, ordinare e 
sviluppare gli argomenti di una causa e nel determinarne la 
costituzione, ciò che è puramente invenzione, e ciò che appar- 
tiene alla x(A7iì e alla à -.v'ozi kz, la prima compenetrandosi assai 
spesso in queste due. Ma la ?a:i* non era in alcun modo da 
fondere insieme con la suostiz, e 1* averlo fatto, è errore mani- 
festo. Essa, avendo V attribuzione di dettare le regole dell' or- 
dinamento delle parti di una orazione, avea anche quella di 
dettare i precetti ad esse inerenti ; perciò il trattare dell' esor- 
dio, della narrazione e via dicendo, nou era compito della in- 
venzione. Quintiliano più tardi nota l'errore e si guarda dal 
commetterlo anche lui. Ma Cicerone nel determinare le parti 
della retorica si attiene semplicemente alla comune divisione : 
u partes autem hae , quas plerique dixerunt , inoentio , dispo- 
sii io, clocutio , memoria, pronuntiatio r> [I, 9] e non du- 
bita nemmeno lontanamente della leggi t ti mi tà di questa divi- 
sione; che se avesse avuto alcun dubio, avrebbe aggiunto qual- 
che periodo per difenderla, giustificarla. L' accetta perchè se- 
guita dai più, e non si ferma nemmeno a determinare il si- 
gnificato e i limiti di ciascuna. Egli dunque ha accolto inco- 
scientemente la partizione, ed ha seguito nello svolgimento di 
essa la via seguita dai più, non quella di Hermagora, che un 
accurato esame, se V avesse fatto, lo avrebbe indotto a preferire. 
Osserviamo inoltre che la dottrina di Cicerone risalta di più 
dottrine unite insieme , ma la fusione non è riuscita. Infatti 
nel principio del trattato , parlando dei limiti della mate- 
ria dell' arte retorica, Cicerone si attiene alla delimitazione 
che attribuisce ad Aristotele , e che consiste nei tre generi : 
giudiziale, deliberativo, dimostrativo; quindi passa a ricor- 
dare quella di Hermagora , che consiste nella héiiz e nella 
U7»fa?i£; e rigettata la tóru, si attiene alla vm ( jz i 7i^ alla quale 
unisce , sottoponendo, i supposti generi aristotelici: u Nam 
Hermagoras qnidetn nec quid dicat attendere nec quid pol- 
liceatur intelligere videtnr , qui oratoris materiali» in cau- 



76 Capitolo Quarto 



sam et in quaestionem dividat. Causam esse dioit rem qaae 
habeat in se contro ve rsiam in dicendo positam cum persona- 
rum certaruin interpostone ; quam nos quoque oratori di- 
ci mus esse attributatn. Nam tres ci partes , quas ante dixi- 
idus, supponinittn, iudicialera, deli borati vam, demoustrativain n 
[ I, 8]. Dopo aver fatto questo connubio, determina le par- 
tes della retorica nel modo che abbiamo mostrato innanzi , 
e poscia si accinge a trattare di ciascuna parie , incomincian- 
do dall' incendo che è la più importante fra tutte. U esposi- 
zione è condotta in modo che, esaurita per una parte, sia an- 
che esaurita per tutta la materia: l'invenzione, ad esempio, 
comprende i precetti inventivi per qualsivoglia orazione, sia 
essa di genere giudiziale, dimostrativo, deliberativo: u Àc mi* 
hi quidam videtur coniuncte agendum de materia ac partibus. 
Quare inventio, quae princeps est omnium partium, potissimum 
in omni causarli in genere, qualis deboat esse, cousideretur » 
[I, 9]. Base dell' invenzione è la quadruplice divisione di 
tutte le cause : o intorno alla esistenza del fatto; o intorno al 
nome del fatto; o intorno alla qualità; o intorno alla giusta 
procedura della causa. Ora dovendo convenire semp.e i precet- 
ti di ciascuna parte della retorica, caso per ca30, alla materia 
retorica, ne derivava che le quattro costituzioni dovessero ap- 
partenere ai tre generi che sono compiesi dalla materia reto- 
rica. Il che non avviene, perchè le costituzioni sono proprie 
del genere giudiziale, e non appartengono né al deliberativo, 
né al dimostrativo, (lj 

Hermagora avea evitato la con tradizione, sopprimendo i ge- 
neri, e sostituendo la hkiz e la vx-fortiì nella delimitazione del- 
la materia; Cicerone accoglie una base e rmagorea- aristotelica 
con svolgimento ermagoreo e riesce in sdruciture e con tradizio- 
ni. Infatti scrive definizioni della costituzione con carattere e 
larghezza ermagorea : a omnis res , quae li ab et in se posi- 
tam in dictione ac diseeptatione aliquam controversiam , aut 
facti aut nominis aut generis aut actionis continet quaesti o- 
nem ; n [I, 10] e poscia soggiunge restrizioni con traditto rie , 
quando esclude dalle costituzioni le cause deliberative e dimo- 



(1) Ofr. Yoi.kmam*, op. e. * pag. 45,50; Nbi7RBB, op. e. pag. D, 10, 25, 26; 
Thible, op. e. pag. 107. 



M. TuUio Cicerone 77 



strati ve : a Deinde si consti tu ti o et ipsa et pars eius quaelibet 
intentionis depulsio est, quae intentionis depulsio non est, ea 
nec constitutio nec pars constitutionis est. At si, quae inten- 
tionis depulsio non est, ea nec consti tu ti o nec pars consti tu- 
tionis est, demonstratio et deliberalio neqae consta ut io nec 
pars constitutionis est. Si igitur consti tu ti o et ipsa et pars 
eius intentionis depulsio est, deliberalo et demonstratio ne- 
que constitutio neque pars constitutionis est. Placet autem ipsi 
consti tu ti onera intentionis esse depulsionem ; placeat igitur 
oportet demonstrationem et deliberationem non esse constitu- 
tionem nec part-m constitutionis n [I, 13]. 

Altra incoerenza: nel luogo che abbiamo ora citato nega vi 
siano costituzioni pel genere deliberativo e dimostrativo ; e in 
II, 156 promette che darà esempi del genere deliberativo e 
dimostrativo per ciascuna costituzione. (1) 

La dottrina dello status produce come oorollarii i concetti 
di quaestio, ratio, iudicatio, finnamentum, ma Cicerone li ha 
determinati assai oscuramente, tanto che pare confonda la 
quaestio con la constitutio , la quale in vario modo definisce 
[ cfr. I, 10 ; I, 13 ]. (2) 

Ma non opprimiamo con l' analisi, alla quale nou resiste, 
questo libro di Cicerone e passiamo ad altre questioni. 

IH 

Dal confronto del de Inoentione con V opera di Cornificio non 
poche domande si presentano allo studioso.; noi ci proponia- 
mo di rispondere solamente a quelle che hanno relazione con 
la natura del nostro studio. 

L'opera di Cornificio fu fonte di quella di Cicerone, oo- 
oero l' uno e l* altro attinsero ad una medesima fonte comune ? 

Un accurato confronto dei luoghi simigliane nelle due ope- 
re e' induce ad affermare che Cornificio e Cicerone non eb- 



(1) Thiklb, op. e. pag. 107-106. 

(2) Volkmakn, op. a* pag. 102-105 riprende Cicerone; Heinickk, De dee* 
ronis doctrina quae pertinet ad materiam artis rheloricae et ad inientianem, 
Regi monti 1891, pag. 46-49 vuol conciliare i vatt luoghi di Cicerone, pro- 
ponendo anche la correzione della voce u defensoris » I, 19, in u accusa- 
toria ». 



78 



Capitolo Quarto 



bero sott' occhio 1' uno il libro dell' altro , ma un comune au- 
tore latino che conteneva più cose di quante ciascuno di 
essi riporti ; qualche volta seguirono anche fonte diversa. 
Per chi guarda esteriormente e sorvolando i luoghi dei due 
autori, questa conclusione parrà non vera, o almeno non sem- 
pre; presentandosi prima alla mente una diversa ipotesi, che 
Cicerone cioè avesse avuto sott' occhio assai spesso il testo di 
Oornificio. (1) Ma 1' analisi accurata dei luoghi simigliane, fa 
sempre convenire nella conclusione suaccennata. (2). 

La misura e il modo col quale Oornificio e Cicerone ado- 
perarono la fonte comune viene apprestata da numerosissimi 
luoghi paralleli nelle due opere, dei quali riportiamo qualcuno: 

Cornif.: I, 7: Dociles auditores habere poterimus, si sum- 
mam causae brevi ber exponemus et si attentos eos faciemu3 ; 
nam docilis est is, qui attente vult audire. 

Cicer.: I, 23: Dociles auditores faci e mas, si aperte et bre- 
vi ter summam causae exponemus, [hoc est in quo con si sta t 
controversia. Nam et cuna docilem velis facere , simul atten- 



ti) Bapbr, De Ciceronis Rhet. libri*, Griphiswaldiae 1869; Krohnert, De 
Rhetoricis ad Herenn. Regi monti 1873; pag. 37; Ld. t Die Anfànge der Rhet. 
etc pag. 30. 

(2) Fu presentita da Handt [ Encycl. di Ersch e Gruber, voi. XVII, Ci- 
cerone, pag. 206), poi da A. Kikssung, il quale fece compiutamente trat- 
tare l'argomento da G. Thiei.e, Quaestiones de Corni fici et Ciceronis artibus 
rhetoricis, Gryphisw., 1889. Non sempre tuttavia le indagini del Thiele 
sono rigorosamente esatte; ad esempio, quella sulla definizione dell' esor- 
dio non ci pare seguita da felice conclusione: 



Cornif. I, 4 u exordium est prin- 
cipiurn orationis , per quod animus 
auditorio coustituitur ad audiendum. 



Cicero, I, 90 u exordium est ora- 
tio animum auditoris idonee compa- 
rati* ad reliquam dictionem. 



Secondo il Thiele, Cicerone ha tradotto la definizione che leggiamo ne- 
gli Excerpta di Rufo, Rhet. Graeci , pag. 214 Sp. u ~fjcctaiw i??e AÓyc^ 

7:ol(j0lO7£V^wj tgv óu{jC3.7r,v eli rr,v 7zoc/.£ty.iy/pj ÙKÓbsvw irtryjdsicv. E con- 
veniamo. Ma perchè in quella di Cornificio si devono vedere due defini- 
zioni greche fuse in una: Aristot. Rhet. IH, p. 1414 b 19 a nzcovxtw h?& 
dpyji AÓycv n ed Anaxim. pag. 54 Sp. u sVri $s Kpcctiiiw -tx'jokou ah «- 
usti/ àxpxr&v zxox'jxsiffi n ? La parte aristotelica è giustificata dalie pa- 
role di Cornif. u exordium est principi um oratiouis », ma quella di Ana- 
ximene in qual modo, non vediamo. 



M. Tullio Cicerone 79 

tam facias oportet. ] Nam is est maxime docilis, qui attentis- 
sime paratila est audire. 

Di qnest' ultimo luogo le parole ohe abbiamo chiuso fra pa- 
rentesi non sono nel primo, come è facile vedere, e possono 
derivare, o dal comune autore, ovvero anche potrebbero essere 
un' aggiunta dichiarativa composta da Cicerone , poiché V hoc 
est introduce appunto una dichiarazione che poteva non esse- 
re nel modello; e le parole u nam et ciun docilem... oportet* 
sono una diversa espressione del precetto ohe segue ; il che 
preannunzia la futura abbondanza ciceroniana. 
Diversa conclusione bisogna trarre dal confronto di quest' altri 
due luoghi: 

Cornif.: I, 7: Attentos habebimus, si pollicebimur, nos de 
rebus magnis, novis, inusitatis verba facturos, aut de iis rebus, 
quae ad rem publicam pertineant, aut ad eos ipsos, qui audient, 
aut ad deorum immortalium religionem ; et si rogabintus ut at- 
tente audiant, et si numero exponemus res, quibus de rebus 
dicturi sumus. 

Cicer. : 1 , 23 : Attentos autem faciemus , si demonstrabi- 
mus ea, quae dicturi erimus, magna, nova, incredibili* esse, 
aut ad omnes, aut ad eos qui audient, aut ad aliquos illustres 
komines, aut ad deos immortales, aut ad summam rem pu- 
blicam pertinere ; et si pollicebimur, nos breoi nostrani cau- 
sarn demonstraturos atque exponemus iudicationem aut iudi- 
cationes, si plures erunt. 

Si vede manifestamente che Cicerone ha enumerazione di 
parti più abondante che non Cornificio ; ma non è da pensa- 
re che abbia escogitato lui quei particolari i quali apparten- 
gono senza dubbio alla fonte comune. Infatti uno dei particola- 
ri che manca a Cornificio è u si pollicebimur . . . demo astra- 
turos » ; ora Cornificio pone si pollicebimur in capo a tutto il 
precetto, ma arrivato al punto in cui si trovava nel testo mo- 
dello quella espressione, non volendola ripetere, aggiunge et si 
rogabimus ut attente audiant, che ha il carattere di una re- 
gola improvvisata, giacché è una stonatura, in rapporto al re- 
sto, che ammaestra a cattivarci 1' attenzione senza domandarla. 

Questi due confronti possono riguardarsi come tipi di due 
categorie, le quali comprendono quasi tutti gli altri luoghi 
simigliatiti delle due opere ; tolti quegli altri che ne formano 



80 Capitolo Quarto 



una terza, nei quali si riscontra, oltre alla fonte comune, una 
seconda diversa. Es. : 

Corni f.: I, 5 : Causa posita , quo commodi us exordiri pos* 
simus, genus causae considerandum est. G-enera oausaram sunt 
quatuor : hon estuni, turpe, dubium, humile. 

Cicer.: I, 20: quare qui bene exordiri causam rolet, eum 
necesse est genus suae causae diligenter ante cognoscere. Ge- 
nera cansarum quinque sunt : honestum y ad mirabile , hnmile, 
anceps, obscurum. 

Cicerone dunque e Cornificio derivarono i particolari precetti 
per i loro trattati qualche volta da diversa fonte, ma assai spes- 
so da una comune, della quale ciascuno si servì con misura 
diversa nelle varie circostanze : ora è più attento, più minuzioso 
Cicerone, ora invece Cornificio (cfr. Cornif. 1,8 — Cic. I, 22), 
ora conservano ambidue la medesima dicitura ; ora Cicerone 
si scosta da quella di Cornificio per renderla più varia , o 
in miglior latino [cfr. es. 2.°: Corn : a ex pò nani us res, qui- 
bus de rebus di e turi simus ». — Cic: a exponemus iudicatio- 
nem, aut iudicationes, si plures erant * ; e molti altri ]♦ 

Due luoghi hanno formato Y argomento più forte per coloro 
i quali hanno creduto che Cicerone avesse attinto da Cornifi- 
cio. (1) Essi sono : 

Cornif.: 1 , 9 : Deinceps de insinuatione aperiendum est : 
Tri a sunt tempora, in quibus principio uti non possumus, qu» 
diligenter sunt consideranda : aut quom turpem causam habe- 
mus, hoc est, quom ipsa res anitnum auditoris a nobis alienat, 
aut quom animus auditoris persuasus esse videtur ab iis , qui 
ante contra dixerunt; aut quom defessus est eos audiendo, qui 
ante dixerunt. 

Cicer. : 1 , 23 : Nunc insinuationes quemadmodum tractari 
conveniat, deinceps dicendum videtur. Insinuatione igitur u- 
tendum est, cum admirabile genus causa) est, hoc est, ut an- 
te diximus , cum animus auditoris infestus est. Id autem tri- 
bus ex causis fit maxime: si aut inest in ipsa causa quaedam 
turpitudo, aut ab eis, qui ante dixerunt, iam quiddam audi- 
tori persuasimi videtur , aut eo tempore focus dicendi datur , 



(1) Ciceronis opera reth. ed. SchUtz; voi. I, prol. p. XX; Badbr, De Vie. 
rhet. hhris, pag. 10; Kròhnert, Die Anfdnge etc. pag. 30. 



M, Tullio Cicerone 



81 



cum iam illi, quos audire oportet, defessi sunt audiendo. [Nam 
ex hac quoque re non minus quam ex primis duabus in ora- 
tore nonnnmqnam animus auditori* offenditur]. 

Le parole che abbiamo chi rise fra parentesi in quest' ultimo 
luogo hanno a parer nostro il carattere di un' amplificazione 
ciceroniana; il resto è stato riguardato come una trascrizione 
della triplice divisione dell' esordio d' insinuai ione fatta da Cor- 
nificio. Né si può ricorrere per questo caso alla comune fonte, 
perchè Corni fi ciò si attribuisce il merito di aver fatta lui per 
il primo siffatta divisione : 1 , 16 : a adirne quaB dieta sunt , 
arbitror mihi constare cum ce te ria artis scriptoribus, nisi qute 
de insinuatione nora exeogitavimus , quod eam soli prater ee- 
beros in tria tempora divisiinus, ut piane certam viam et per- 
spicuam rationem exordiorum haberemns. r> 

Se si guarda attentamente la divisione di Cornificio e quel- 
la di Cicerone, si ottengono questi due schemi : 



Insinuatici 



Oornifloìo 

f cum turpem causam habe- 
mus [cum animus audi- 
torio alienatus est a no- 
bis. ] 

ìum animus auditoris per- 
suasus esse etc. 

\cura defessus est audiendo 



Cioerone 

(sì inest turpi- 
tudo iu cau- 
sa, 



Xoum animus 1 

Insinuatici au litoris lai persuasum 

/infestila est] aliquid ei est, 



si defessus est 
audiendo. 



Dunque Cornificio ha semplificato la divisione riportata da 
Cicerone, il quale non l'attribuisce né a Cornificio nò ad al- 
cun altro. Ora ragioniamo in questo modo: Cicerone non ri- 
corda alcun autore della divisione della insinuatio, perciò es- 
sa appartiene alla comune fonte latina; Cornificio invece di- 
chiara : u de itisi mi adone noca excogitacimtts, qnod eam soli 
prtpter ceteros in tria tempora divisiinus » ; si può mettere 
d' accordo V apparente contrasto? A nostro avviso agevolmente. 
Infatti ciò che Cornificio ha escogitato di nonutn è la divisio- 
ne in tria tempora ; e il merito consiste nella nuova nomen- 
clatura , da un lato, e nella semplificazione dall'altro. In Ci- 
cerone non ricorre la voce tempora, laddove Cornificio v' insi- 
ste sia quando enuncia il precetto , sia quando lo ricorda co- 

6 



82 Capitolo Quarto 

me sua innovazione. Né deve parer strano che Cornificio si 
faccia un merito per così poco, perchè a proposito di nomen- 
clatura tradotta dal greco e di esempi, vedemmo che si attri- 
buiva quasi allo stesso modo lode di nuovo contributo alla sua 
arte (1). 

La fonte comune era scritta in greco o in latino? 

L' insegnamento retorico essendo già al tempo di Cornificio 
e di Cicerone da parecchio tempo considerato siccome parte 
importante dello studio della gioventù , e dovendosi insegna- 
re la teoria retorica a giovani che contemporaneamente stu- 
diavano il greco, e quindi non bene ancora lo conoscevano , 
avrà dovuto rendersi necessario 1' uso di manuali scolastici di 
retorica scritti in latino. 

Se non correvano libri di testo , correvano certamente qua- 
derni di precetti , composti prima e poi dettati dai maestri di 
scuola. Cornificio ebbe il quaderno dettato da colui che egli 
chiama u doctor nunis n e Cicerone ebbe i medesimi appun- 
ti scolastici , 1' autore dei quali egli non ricorda mai né con 
indicazioni generali , né con particolari. Nel De Orat. 1 , 5 
ricorda questo quaderno di omnium coìumunia prtecepta , 
senza credere che valga la pena di fare il nome dell'autore. Si 
è voluta sostenere V ipotesi che il libro di Cornificio deri- 
vasse piuttosto da una retorica scritta in greco , ma non 
é stata dimostrata , (2) laddove dal confronto delF opera di 
Cornificio con quella di Cicerone risulta dimostrata la ipote- 
si contraria. 

Ammessa infatti la esistenza di una fonte greca per Corni- 
ficio, non sarebbe stato possibile che Cicerone, servendosi del- 
la medesima, avesse tradotto con le stesse parole non solo, ma 
spesso col dare ad esse la medesima giacitura. 

Dimostrato che i due autori derivano da una stessa fonte 
latina, proponiamo una terza domanda : 

(1) TftirELE , op. e. pag. 19 dimostra che il luogo di Cicerone non deriva 
da quello di Cornificio, osservando, come abbiamo fatto noi, che ueo 
eniin potisshnum differunt , quod Cornifìcius tria tempora insinuationi 
subiungit , non unum adnii labile genus idque in tres partes divisum, ut 
Cicero lecit «. 

(2; Weber, Ueber di Queilen der Ithet. ad IIet\; pag. 8 sgg. 



3f. Tullio Cicerone 



88 



// sistema dell'uno è uguale a quello dell'altro? Ed ha il 
medesimo carattere ? 

C. L. Kayser notò , forse per il primo , le differenze princi- 
pali fra la teoria dello status di Cornificio e quella di Cicero- 
ne (1). Noi seguendo il nostro metodo , le renderemo evidenti 
per mezzo del seguente quadro : 

Cornificio 



Const. 
couiectur. 



Const. Iuridicialis 



absoluta adsumptiva 



coucessio 



ex reraotio- ex trauslatio- ex coni- 
no criminis no criminis paratioue 



purga tio deprecatio vel in hominem ve 1 in rem 

1. fortuna 

2. imprudenza 

3. necessitai 



Const. 
legitima 

1. ex scripto et 
sententia. 

2. ex contrariis 
legibus. 

3. ex ambiguo. 

4. ex defini tione 

5. ex trans la- 
ttone. 

6. ex ratiocina- 
tione. 



Cicerone 



Const. 
coniectur. 



Const. Genera lis 



iuiidicialis 



n egoti al is 



absoluta 



adsumptiv.-i 



concessio remotio 

e ri min ih 
jpurgatio [causa tran- 
/deprecatio J sfertur 

factum tran- 
sfer tur 



relatio comparatio 
cri min ih 



Const. 
defini- 
tiva 



Tras- 
lativa 



(1) Cornifica tteth. ad Her. ree. et interpr. C. L. Kayser, Lipsiae, 1854, 
praef. pag. IX. Traeva però una conseguenza falsa, che Cicerone e Cor- 
nificio avessero adoperata fonte diversa; del primo ricorda Hermagora ed 
Hermogene; del secondo non sa determinarne alcuna. 




V /.-, - w 



_^"!^i*-.. y j»*_ 4 . Jt 



84 



Capitolo Quarto 



Cicerone ha il medesimo mal riuscito connubio del sistema a- 
ristotelico con V ermagoreo, che notammo nel libro di Cornificio, 
con questa differenza che Cicerone ha mantenuto i quattro stati 
fondamentali di Hermagora, laddove Cornificio li ridusse a tre, 
subordinando necessariamente in modo diverso le suddivisioni. 

Un 1 altra prova di diversa classificazione nei sistema di Cor- 
nificio e in quello di Cicerone , ci viene apprestata dal con- 
fronto dei capitoli nei quali vengono svolti dai due autori le 
regole riguardanti i vari stati. 

Limitiamoci alla constitutio coniecturalis : quando intorno 
al fatto di cui si discute esiste il dubbio, bisogna saper cerca- 
re la verità, la quale, ammaestravano i retori, si può ricavare 
analizzando il fatto in se stesso , la causa che potè produrre 
il fatto , la persona accusata. Da questi tre elementi primi si 
facevano scaturire non pochi mezzi di argomentazione. Corni - 
iicio, con poca chiarezza, sopprime questi tre elementi, e rac- 
coglie gli argomenti che ne scaturiscono in sei categorie , che 
nella sua nomenclatura costituiscono la 



Ratio consti tutionis coniecturalis 



Probabile 

} causa 
{vita 



Conlatio (1) 

alii nomini 
bonum.... 

nemìnem a- 
1 i u in po- 
tili sse.... 



Signum 

/locus 
te m pus 
Ispatium 
oecasio 
iSpes perfì- 
I ciendi 



Àrgumentum Consecutio Ad p roba t io 

(prseteritum 

unstans 

(cons»oquens 

\ Udenti a* 

/signa inn<>- 

\ centiu» 



spes celan 
di 



/signa con- 
l scienti» 
/signa con- 



(1) Voi.kmànn, Hhet. d. Gt\ und Rum. pag. 870-71, e Thiei.e, op. e. pag. 
44 osservano che Cicerone non ha nella sua classificazione la conlatio. Noi 
osserviamo che Cicerone non adopera il vocabolo ; ma conosce e nota il 
procedimento. Vedi quadro, ex persona. 



M, Tullio Cicerone 



85 



Cicerone espone questa teoria della ratio con&t. coniectura- 
lis in modo diverso, più razionale, più abondante [II, 16-44] (1). 



Omnia igitur coniectura capienda e»t 



ex causa ex persona 



ex facto ipso 



impili- 

aio, 

ratioci- 

natio. 



alii n em itti 
causam fuis- 
&e facieudi, 

nemini tan- 
ta m aut taro 
idoneam, 

auspicio 
de nomine 
de natura 
de natione. 

de maiori bun. 



eotithientiacum ip- 
so il ego t io, 

.'spes per- 
\ tìciendi. 
ante rem? 

/facultas 
faciendi. 
in re 
post rem. 



negotii 
genus 
/) oc US 
itempus 
ìoccasio 
[facultas 



adiunctiun 

nego t io 
^metus 
leetitia 
/titubatio 



consecutio, 

consuetudo 

lex, 

actio, 

rei arti il* 
cium, 

usus, 

exercitatio, 

adprobatio 
faut of- 
fensio ho- 
minum ). 



Da quanto abbiamo esposto ci sembra baste voi mente dimo- 
strato che il sistema di Cicerone non è uguale a quello di 
Cornificio: ma dai quadri che abbiamo presentato si ricava al- 
tresì che i due sistemi, se non sono eguali, sono quasi equivalenti. 

Infatti la differenza si riduce a questo , che 1' uno dispone 
in modo diverso dall' altro una materia che spesso è comune , 
qualche volta più abondante nuli' uno che non neir altro. Ora 
la differente disposizione ci da il mezzo di giudicare del ca- 
rattere diverso delle due opere. 



(1) Thiei k , op. e. pag. 62 inette a confronto la classificazione di Cor- 
nificio con una di Cicerone che egli ricava dal cap. XIII, 48. La classi- 
ficazione delle argomentazioni di t'ornili? io è riprodotta manchevole del- 
le due ultime sognate da noi ; quella di Cicerone non è esatta perchè è 
ricavata da un capitolo nel quale V autore intende fare la ricapitolazione 
delle argomentazioni più importanti, tratta da tutto l' insieme che ha e- 
sposto noi precedenti capitoli II, 16 — 42; contiene inoltre una lieve svi- 
sta nel fare delle parole « utrum id tacimi» sit, quod poe intere fue- 
rit necesse, ite in quod spem eelnndi non haberet » unico membro rispon- 
dente a u spes celaudi n di Comincio. Noi correggiamo facendo due mem- 
bri : u utrum id necesse n rispondente a u spes peificieudi » ; u item 

quod . . . haberet n rispondente a « spes celaudi ». 



86 Capitolo Quarto 



Cornificio nel primo capitolo del suo libro scrive : u . . . illa, 
qu» Graeci scriptores inanis adroganti& causa sibi adsumpse- 
runt, reliquiraus: nani illi, ne parura multa scisse viderentur, 
ea conquisiverunt , quae nihil attinebant, ut ars difficilior co- 
gnitu putaretur n ( I, 1 ). Egli obbediva dunque, forse uno de- 
gli ultimi, all'indirizzo di una scuola catoniana presso a tra- 
montare , e perciò mostra di tenere in pooo conto i libri dei 
retori greci. In realtà poi rimaneggia, sopprime, ordina in mo- 
do diverso le divisioni e suddivisioni ermagoree, senza riusci- 
re a darci un sistema nuovo, e nemmeno un sistema più sem- 
plice. Tuttavia con siffatte innovazioni egli crede di aver da- 
to alia sua teoria retorica , cementata con alquanti nomi di 
oratori e poeti latini ed esempi tratti dalla storia di Roma , 
un carattere romano. 

Cicerone non sente il bisogno di dissimulare V origine gre- 
ca dell' arte di cui scrive, segue più da vicino la fonte erma- 
gorea, e perciò muta meno del suo predecessore romano. E 
poiché non ha l'intendimento di presentare ai romani co- 
me scienza indigena quella che forma il contenuto del suo li- 
bro , non ha nemmeno V intonaco cominciano , i nomi latini 
cioè e gli esempi storici o mitici tratti dal mondo romano. 
Egli infatti si vale continuamente, per gli esempì, della mito- 
logia, della storia, delle costumanze greche: ricorda Ulisse, 
Aiace , Oreste , Alessandro , Epaminonda , Alessandro di Fere, 
Zeusi, etc. Socrate, Eschine, Aristotele, Senofonte, Theofrasto (1). 
Il che suggerisce un'ultima considerazione: Cornificio appor- 
ta un contributo, sia pure di poco valore, alla scienza re- 
torica che espone, col voler ordinare a suo -modo, col ricerca- 
re nella storia nazionale fatti da proporre ad esempio, col dar 
forma latina a qualche parto della nomenclatura gfreca; egli, 
di fronte ad una disciplina greca , vuole affermarsi roma- 
no. Cicerone non conosce bene ancora la storia e la lette- 
ratura di Roma, nò sente il bisogno di conoscerla per l'opera 
che si accinge a scrivere ; le cognizioni che ha raccolto nella 
scuola, i suoi appunti, qualche tesbo greco sono per lui suffi- 



(1) Kròhnert, De lihet. ad Heren. pag. J35 sgg. 



A/. Tutlw Cicerone 87 

ci ente preparazione. La sua opera perciò è frutto della scuola 
e degli studi che in essa avea compiuto; l'impronta sua, il 
carattere romano ad una teoria retorica lo darà molto più tar- 
di quando , veramente maturo iV ingegno e di anni , si accin- 
gerà a scrivere il De Oratore. 



' + **tJZ& Jr^< z +* 



BIBLIOGRAFIA PARTICOLARE 



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Heinicre G. De Ctceronis doctrina quae pertinel ad maieriam artis rhet. et 

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Hans von-Arnim, Sophislih, Rheturik, Philosophie in ih rem Kampf um die 

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CAPITOLO QUINTO 



IL a DE ORATORE v 



I 

— Esposizione del contenuto — Metodologia — Enciclopedia di eaatt — 
Tecnica. 

Fin dal tempo in cni compose il De Inoentionc 9 Cicerone si 
era già dedicato alla pratica dell' arte oratoria, ed avea perfi- 
no guadagnato qualche causa contro Hortensio ; ma volle for- 
nirsi di più largo corredo di studi retorici e filosofici, andò in 
Grecia, e studiò in Atene sotto Antioco di Ascalona, seguì le 
lezioni di Fedro e di Zenone epicurei, si esercitò nel parlare 
guidato da Demetrio di Siria. Passò quindi nell'Asia Minore, 
e studiò ancora coi retori Menippo di Stratonicea, Xenocles di 
Adramytto, Eschylo di Cnido, Dionysio di Magnesia; in Rodi 
si esercitò a pronunziare orazioni in greco con Apollonio Mo- 
lone, suo antico maestro, e seguì le lezioni di Posidonio, stoico. 
Dopo questi studi, che durarono poco meno di tre anni (79-77 a,Ci\), 
Cicerone tornò in Roma , si affermò a poco a poco primo ora- 
tore romano, e conseguita nel 70 la questura, proseguì nella 
carriera politica sino alla più alta dignità della republica. La 
vita attiva della politica gli diede agio di esplicare grande at- 
tività di pensiero e di parola, gli procurò periodi di intenso 
lavoro nella vita pratica, di ritiro dagli affari pubblici ; fu 
1* oratore dei processi più rumorosi, il filosofo degli ozii for- 
zati. 



SH) Capitolo Quinto 

Un lungo periodo di studi, di vita forense e politica doveano 
necessariamente apportare dei mutamenti nelle teorie reto- 
riche di Cicerone, sicché quando egli si accinse a comporre un 
secondo trattato di retorica, avea già ben altri propositi, diversi 
convincimenti da quelli che avea avuto quando scrisse il De 
Inoentione: allora usciva dalla scuola e conosceva solamente 
regole e precetti; ora, dopo circa trent' anni ( 56 # a. Cr. ) possie- 
de dell' arte oratoria quella dottrina che può condurre il cit- 
tadino romano ad una eloquenza utile ai privati e alla repu- 
blica, informata di sapere e di conoscenza della vita umana, 
non di schemi, di divisioni, di ricette. Perciò Cicerone col De 
Oratore professa teorie diverse dalle prime; attinte da trattati 
greci, ma fuse insieme e fatte servire alla formazione di un si- 
stema eclettico, conciliativo, con carattere romano. 

Seguiamo intanto il nostro metodo, ed esponiamo perciò an- 
zitutto il sistema retorico contenuto in questo trattato, il qua* 
le a differenza di ogni altro greco, di quello di Cornificio, del 
De Inoentione, interessa il lettore per una parte nuova che 
essa contiene, la metodologia retorica, la quale precede la te- 
cnica retorica. 



Metodologia 



Un oratore, acciocché possa conseguire vera lode e sia adat- 
to a largamente dominare le parti della retorica, e a dare ade- 
guato svolgimento ad un' orazione, deve possederà anzitutto sa- 
pere , ( doctrina ) , qualità naturai i , ( natura ) , esercitazione 
oratoria, ( exercitatio ) , imitazione di un modello, ( imitatio ). 

Sapere. Due teorie tenevano divisi i retori quando Cicerone 
scriveva il trattato : V una richiedeva nelP oratore conoscenza 
universale di tutte le arti liberali e di quanto il pensiero u- 
mano avea escogitato nel campo della vita speculativa e pra- 
tica [ L 30-34, opinione di Crasso ] ; 1' altra sosteneva essere 
solamente necessario all' oratore quel sapere comune che dà il 
mezzo di costruire qualsivoglia discussione, le cognizioni par- 
ticolari ai singoli argomenti dovendosi procurare quando il bi- 
sogno di una difesa o di un'accusa lo richiedesse [I, 36-44 



Il u De Oratore » 91 



opinione di Scevola; I, 80 95 di Antonio, contraria a quella di 
Crasso ]. 

Cicerone, prima di rappresentare gì' interlocutori del dialogo 
come sostenitori di teorie contrarie, nel proemio del libro pri- 
mo [ 1 — - 29] dopo aver fatto I' elogio dell' eloquenza e dopo a- 
ver accennato alle sconfinate conoscenze che deve possedere 
colai che vuol essere appellato vero oratore, soggiunge: u Ne- 
que vero ego hoc tantum oneris imponam n ostri s praesertim 
oratoribus, in hac tanta occupatone urbis ac vitae, nihil ut 
iis p n te in licere nescire, quamquam vis oratori», professioque 
ipsa bene dietndi hoc suscipere ac polliceli videtur, ut omni 
de re, quaecumque sit proposita, ornate ab eo, copioseque di- 
catur. Sed quia non dubito, qnin hoc plerisque immensum in- 
finitumque videatur et quod Graecos homines non solini) inge- 
nio et doctrina, sed etiam otio studioque abundantes, partitio- 
nem quamdam artium fecisse video, neque in universo genere 
singulos elaborasse , sed seposuisse a ceteris dictionibus eam 
partem dicendi, quae in forensibus disceptationibus indiciorum, 
aut deliberationum versaretur, et id unum genus oratori reli- 
quisse: non complectar in his libris amplins, quam quod hnic 
generi re quaesita et multum disputata summorum hominum 
prope consensi! est tributimi ; . . . . * (1). 

In questo egli con tempera ciò che teoricamente richiedeva 
Aristotele in un oratore modello, con ciò che in realtà era con- 
cesso di conseguire ad un uomo, e romano per giunta, prean- 
nunziando in tal modo, nelle sue linee generali, il carattere 
conciliativo del suo sistema. Infatti, intavolato il dialogo, dopo 
aver attribuito a Crasso 1' opinione della universalità del sapere, 
e a Scevola quella contraria, fa stabilire da Crasso in certo mo- 
do i confini del sapere necessario all'oratore: u Quamobrem , 
si quis universam et propriam oratoris vini definire complecti- 
qne vult, is orator erit mea sententia hoc tam gravi digli us 
nomine, qui, quaecumque res inciderit. quae sit dictione expli- 
canda, prudenter et composite et ornate et memoriter dicet cu in 
quadam actionis etiam dignitate. Sin cuipiam niinis infini tum 
videtur, quod ita posili u (juacumque de re n, licei Itine qwin- 



(1) Vedi un'altra restrizione intorno al sapere necessario all'oratore 
nel libro li, 67-68 e III, 8-1 sgK- 



92 Capitolo Quinto 



tuui cuique videbitur circunicidat atque autputet, tamen illud 
tenebo, si, quae coieria in artibus atque studiis sita sunt, ora- 
tor ignoret tanturaqne ea teneat, quae sint in disceptationibus 
atque usu forensi, tamen his de rebus ipsis si sit ei dicenduin, 
cum cognoverit ab eis, qui tenent, quae sint in quaque re, mul- 
to oratoretn rnelius , quam ipsos illos quorum hae sint artes , 
esse dicturum n [I, 64-65]. 

Qualità naturali — Colui che si ha procurato largo e vario 
sapere, è solamente un uomo colto ; perchè divenga eziandio 
oratore, deve essere fornito di qualità naturali adatte all' ufficio. 

Bisogna dunque ohe 1' oratore senta nell' animo quei movi- 
menti rapidi, quei calore che anima il pensiei^o, feconda ed ar- 
ricchisce V elocuzione, e imprime nella memoria le idee in mo- 
do sicuro e durevole, u Nam et animi atque ingenii celeres qui- 
dam mot us esse debent, qui et ad exeogitandum acuti, et ad 
explicandum ornandnmque sint uberes, et ad memoriam firmi 
atque diuturni n [ I, 113 ]. 

E se qualcuno è d' avviso che tutto questo si possa acqui- 
stare con l'arte, sappia che altre qualità necessarie alt ? orato- 
re, quali: scioltezza di lingua, voce sonora, polmoni vigorosi, 
forte organismo, una certa dignità negli atti e in tutta la per- 
sona, nascono con 1' uomo. Ma non bisogna dedurre che colui 
il quale è sfornito di qualcuno di questi vantaggi naturali deb- 
ba rinunziare all' arte della parola. Vi sono esempi che confor- 
tano a raccomandare anche la conciliazione tra l' ottimo e 
il mediocre: C. Celio, uomo nuovo, al tempo di Crasso, si avea 
acquistato fama con un poco di eloquenza conseguita a furia 
di lavoro; Q. Vario, della stessa età, con un aspetto punto gra- 
devole e con modi ripugnanti, fu debitore ad un certo suo na- 
turale talento, del credito e dell' autorità che godette in Ro- 
ma [I, 115-117] (1). Si può dunque essere forniti mediocre- 
mente dalla natura, delle qualità predette; ma bisogna essere 
animati in ogni caso di zelo, di nobile entusiasmo, senza il 
quale nessuna azioue grande o lodevole si compie nella vita 
[I, 134]. 

Per esso 1' uomo si procura conoscenza minuziosa di regole 
e di metodi che riguardano 1' arte che egli vuol coltivare, per 



(1) Vedi anche li, 84-87. 



// u De Oratore ?i 93 

esso dunque V oratore apprenderà tutto quello che i retori han- 
no detto intorno all' eloquenza, e da siffatto studio trarrà co- 
noscenza di ciò che è opera della natura, di ciò che ci viene 
dato dall' arte, dei vantaggi che 1' arte può acquistare alle for- 
ze rudi della mente e dell' animo nostro. 

Esercitazione — Le esercitazioni giovano non solo a chi comin- 
cia lo studio del saper parlare, ma anche ai provetti; esse so- 
no come combattimenti simulati, per mezzo dei quali i giova- 
ni si dispongono a sostenere quelli veri e più difficili del foro, 
gli adulti si mantengono pronti. Ma perchè 1' esercitazione pos- 
sa riuscire proficua , bisogna che non si parli sopra un argo- 
mento se non dopo conveniente preparazione, giammai improv- 
visando; che si scriva prima ciò che si dovrà pronunziare: 

u Caput autem est, quod, ut vere dicam, minime facimus (est 
enim magni laboris, quem plerique fugimus ): quam plnrimum 
scribere. Stilus optimus et praestantissimus dicendi effector ac 
magister ; neque iniuria. Nam si subitam et fortuitam oratio- 
nem commentatio et cogitatio facile vincit, hanc ipsam profec- 
to adsidua ac diligens scriptnra superabit n [I, 147-159]. (1) 

Imitazione — La voce, i polmoni, il portamento del corpo, la 
scioltezza della lingua hanno meno bisogno di arte, che di eser- 
cizio , ma è necessario tuttavia aver cura diligente nello sce- 
gliere un modello al quale vogliamo assomigliare , ed occorre 
che il giovine fermi la sua attenzione non solamente agli oratori, 
ma eziandio agli attori di teatro, per non cadere in biasimevoli 
abitudini [ I, 156 ]. D' altra parte, ritrovato il modello che noi 
vogliamo imitare, bisogna guardarsi dal riprodurre, fenomeno 
assai comune, i difetti di esso, anziché i veri pregi [IT, 90-91]. 

Alcuni sono d' avviso che si possa ben riuscire seguendo le 
proprie attitudini , senza imitare alcuno. Si da il caso di ora- 
tori i quali senz' altra guida all' infuori della loro medesima 
natura, pervengono a buon porto; ma in generale l'imitazio- 
ne è stata sempre la regola comune in tutte le scuole e in tut- 
ti i tempi. Per essa in Grecia si spiega la medesima precisio- 
ne, finezza, rapidità negli scritti di Pericle, Alcibiade, Tuci- 
dide ; la medesima naturalezza e verità negli oratori scolari 
d'Isocrate [II, 92-95]. 



(1) Vedi anche II, 96-98. 



94 Capitolo Quinto 

Enciclopedia 

La metodologia di una scienza o di un' arte comprende 
l 7 enciclopedia attinente a questa scienza od arte. Così , com- 
prendendo la metodologia quattro parti : doctrina , natura , 
exercitatio, imitatio, era necessario determinare in che consi- 
stesse e quali studi abbracciasse ciascuna di queste parti. La 
doctrina comprende : letture di poeti , conoscenza di storia , 
di ogni utile disciplina, del diritto civile, delle leggi politiche 
e civili: u Legendi etiam poetae, cognoscendae historiae, om- 
nium bonarum artium doctores atque scriptores legendi et per- 

volutandi Perdiscendum ius civile , cognoscendae leges , 

percipieuda oinnis antiquitas, senatoria consuetudo, disciplina 
rei publicae, iura socioruni, foedera, pactiones, causa imperii 
cognoscenda est. r> [I, 158]. 

La natura non può avere enciclopedia propriamente detta; 
abbraccia solamente alcune qualità naturali che 1' esperienza 
ha dimostrato valer molto nelT oratore. Le quali sono quelle 
medesime annoverate nella metodologia, aggiungendovi V atti- 
tudine alle facezie : u libandus est etiam ex omni genere ur- 
banitatis facetiarum quidam lepos, quo tamquam sale persper- 
gatur omnis oratio n [I, 159]. 

La exercilatio comprende non pochi esercizj di memoria, di 
critica sulle opere degli scrittori, e sopra argomenti proposti 
per determinare la verità e saperla esprimere: a exercenda est 
etiam memoria ediscendis ad verbum quam plurimis et nostris 
scriptis et alienis. Àtque in ea exercitatione non sane mihi di- 
splicet adhibere, si consueris, etiam istam locorum simulacro- 
rumque rationem. quro in arte traditur. Educenda deinde dictio 
est ex hac domestica exercitatione et umbratili medium in aginen, 
in pulverem, in clamorem, in castra atque in aeiem forensem; 
subeundus usus omnium et periclitanda? vires ingenii ; et illa 
commentalo inclusa in veritatis lucem proferenda est.... 158 
et exercitationis causa laudandi, interpretandi, corrigendi, vitu- 
perandi, refellendi (idest scriptores); disputandumque de om- 
ni re in contrarias partes et, quidquid erit in quaque re, quod 
probabile videri possit, eliciendum n [I, 157-158]. 

La iutitatio finalmente abbraccia: traduzioni delle migliori ora- 
zioni greche; osservazione del modo di pronunziare degli ora- 



// u De Oratore » 95 



tori e degli attori da teatro: u Postea mihi placuit, eoque sum 
usus adolescens, ut suminorum oratorum gra>cas orationes ex- 
plicarem. Quibus lectis hoc adsequebar, ut, cura ea, qure lege- 
ram graece, latine redderem, non solum optimi» verbis uterer 
et tamen usitatis , sed etiam exprimerem quidam verba imi- 
tando, quaB nova nostris essent , dum modo essent idonea. Iam 
vocis et spiritus et totius corporis et ipsius lingua) motus et 
exercitationes non tam artis indigent quam laboris; quibus in 
rebus habenda est ratio diligenter, quos imitemur, quorum si- 
miles velimus esse. Iutuendi nobis sunt non soluin oratores , 
sed etiam nctores, ne mala consuetudine ad aliquam deformita- 
tem pravitatemque veniamus n [ I, 155-5G ]. ' 

Tecnica 

Divisione della retorica (artis distributio). Qualsivoglia ar- 
gomento che nelle molteplici sue relazioni sociali può trattare 
l'oratore, secondo la nomenclatura dei greci, o è una tesi, 
quaestio infinita, o è una ipotesi , quaestio certa. Sia la pri- 
ma specie, intesa con restrizione, sia la seconda, sono conte- 
nute dai due generi di eloquenza deliberativa e giudiziale. E 
compito della retorica dare precetti intorno a questi due ge- 
neri; del terzo, il panegirico, non sono necessarie regole parti- 
colari, perchè venga trattato convenientemente dall' oratore ; i 
principii che si applicano agli altri due generi convengono an- 
che a questo. Se si dovessero esporre precetti per esso , se ne 
dovrebbero anche formulare per le deposizioni presso i giudi- 
ci, per biasimare od esortare, consolare, ammonire, che più? 
per scrivere una storia. Stabilito dunque che solo dei due ge- 
neri deliberativo e giudiziale deve occuparsi il retore, occorre 
determinare la estensione delle specie che ciascuno di essi con- 
tiene : ipotesi e tesi. La prima costituisce la materia parti- 
colare e necessaria di ogni orazione giudiziaria o deliberativa, 
perciò non offre campo a discutere intorno ai suoi limiti ; la 
seconda, se contiene la materia generale dentro cui si può far 
rientrare la ipotesi , appartiene all' oratore ; se contiene altra 
materia, come ad esempio: matematica, astronomia, musica, 
non è propria dell' oratore. Su questo riguardo Cicerone non par- 
tecipa ne della indeterminatezza dei retori, ne della intransigenza 



96 Capìtolo Quinto 



dei filosofi: i primi, senza assegnare regole, aveano la pretosa 
che appartenesse all' oratore la tesi, indeterminatamente; i se- 
condi riserbavano per se esclusivamente la tesi , largamente 
intesa, gelosi che il retore e 1' oratore se ne attribuissero una 
parte, piccola quanto si voglia. Cicerone è d' avviso che spetta 
all' oratore quella specie di tesi che riguarda le virtù e i vi- 
si, la politica, il governo, la guerra, l'amministrazione, i co- 
stumi degli uomini; inteso tutto questo nei giusti limiti. Di 
modo che V oratore non deve saper sviluppare questi argomen- 
ti generali come fanno i filosofi, ma deve saperli svolgere in 
maniera da farli entrare con destrezza nella causa, ragionando 
intorno ad essi a somiglianza di coloro che hanno fondato il 
diritto, le leggi, le città, cioè a dire in una maniera semplice 
e chiara, senza mescolarvi 1' aridità dell' analisi e la noia del- 
la discussione. Non è necessario tuttavia esporre precetti per 
la tesi, giacché il difficile, che è 1' orazione su fatti determi- 
nati , contiene per analogia regole per ogni altro argomento 
[ II , 41-73 ]. E i precetti per trattare bene una causa allora 
sono efficaci quando vengono formati da chi ha avuto pratica 
di arte oratoria, facendoli da essa scaturire. I retori che nel 
silenzio del loro studio escogitano formule e schemi , fanno 
sorridere di compatimento il vero oratore, come accadde al re- 
tore Formione che volle parlare in Asia, così narrasi, di arte 
di guerra alla presenza di Annibale [II, 73-87]. Nelle scuole 
adunque i giovani studiano regole , e si esercitano sopra temi 
proposti dal maestro, ma non è da farsi illusione che da essa 
il giovine possa uscire preparato per la vita pratica , giacché 
le regole sono state composte, in generale, da chi non è stato 
oratore, od avvocato; i temi sono fondati sopra casi di diritto 
previsti dalla legge , nei quali il punto controverso è presto 
determinato. Quante cose invece vengono comprese per la pri- 
ma volta e meditate nell' esercizio della professione ! in essa si 
studia e si apprende come si debba svolgere un argomento, in 
essa solamente si conosce ciò che siano e a che valgano in una 
orazione atti, testimonianze, convenzioni, contratti, stipulazio- 
ni , gradi di parentela, sentenze di tribunali , responsi di giu- 
reconsulti , costumi insomma e vita civile di coloro che sono 
interessati negli affari [ II, 99-100 ]. 



Il u De Oratore ti 97 



L' Invenzione — Quando all' avvocato viene affidata una cau- 
sa, anzitutto bisogna che questi inviti il cliente ad esporre la 
questione, e schierandosi dalla parte contraria, costringerlo a 
difendere quasi la propria causa, in modo da tirar da lui tut- 
te quelle idee che ha, riguardo ai suoi interessi. Quando co- 
stui è partito, 1' avvocato deve occupare, nel silenzio del suo 
studio, successivamente il posto di difensore della causa , di 
parte contraria, di giudice. Se si presenta qualche mezzo fa- 
vorevole agli interessi del cliente , bisogna fermarvisi e impa- 
dronirsene; si scartano d'altro lato tutti i mezzi che appaio- 
no più nocivi che utili [II, 101-102]. 

Costituzione — Compresa bene la questione, si passa a deter- 
minarne lo status. Per far ciò basta sapere che in ogni causa 
si deve esaminare: 1° ciò che è avvenuto, che avviene, che av- 
verrà ; 2° la natura della cosa dibattuta; 3° come qualificarla. 
Le costituzioni quindi si possono ridurre a tre : 
1°. Quid fiat, factum, futurumve sit; 
2°. Quale sit; 

8°. Quomodo nominetur [II, 104-113]. 
Le quali corrispondono [ secondo la nomenclatura del De In- 
oentione ] a constitutio coniecturalis —generalis — definitiva (1). 
Cicerone ripete nel De Oratore V errore nel quale era incorso 
nel De Inventinone, che la costituzione cioè appartenga non so- 
lo al genere giudiziale , ma al deliberativo e al dimostrativo. 
Provare, Conciliare, Commuovere— Ridotta la causa ad una 
delle tre costituzioni menzionate, bisogna : 

1°. Provare la verità della opinione che si vuol far trionfare, 
2°. Conciliarsi la benevolenza degli uditori, 
3°. Far nascere nell' animo di essi quelle sensazioni , che 
possano giovare gl'interessi della causa [II, 114-115]. 

Probatio. Le prove sono, o nel soggetto stesso che si tratta, 
in re positae , o fuori di esso , in disputatone et argumenta- 
tione collocatae [li, 116-118, ed anche 162-177]. Quando si son 
trovate , per trarne profitto 1' oratore deve saper parlare a fa- 



(1) Hbimckb, op. e. pag. 39 fa parola di una constitutio iuridicialis, fon- 
dandosi su I, 139, ma a torto; giacche Crasso nel luogo ricordato riferi- 
sce questa costituzione insieme con le altre, non come accettata da lui, 
ma come appresa nelle scuole. 

7 



98 Capitolo Quinto 



««***.*-*- #**i 



vore o contro un atto scritto , una deposizione di testimonii , 
una interrogazione , sia in maniera generale , sia in maniera 
determinata da circostanze di tempo, di persone. Queste brevi 
parlate, che sono i luoghi comuni, loci comrmtnes , richiedono 
ingegno mediocre, è vero, ma esercizio grandissimo , e voglio- 
no esser tenute sempre in pronto, per poterne disporre al bi- 
sogno [II, 118-120], Giacché stabilire il punto su cui si aggi- 
ra la causa, è questione di buon senso; né sono necessarie tut- 
te le sottigliezze retoriche; V abilità dell' oratore deve consi- 
stere nel ridurre la questione particolare ad argomento d' in- 
teresse universale. E qui si vede ancora una volta V errore dei 
retori che distinguono discussioni di soggetto universale e di 
soggetto particolare, tesi ed ipotesi. Ma ogni fatto non si può, 
non si deve far rientrare in questioni generali ? 

Ad esempio : u Opimio ha ucciso Gracco; Decio lo accusa che 
non era autorizzato a ciò dalle leggi. Quegli si difende col- 
T asserire che operò per il bene della repubblica , dopo aver 
chiamato il popolo alle armi, in virtù di un senatus-consulto n. 
Quando si discuterà la causa non si tratterà certamente di 
Opimio, di Gracco, di Decio; si tratterà bensì di mostrare u se 
un senatus-consulto , o V utilità della republica possono legit- 
timare 1' uccisione di un uomo n. 

I mezzi per accusare e difendere saranno forniti necessaria- 
mente da considerazioni generali; si tratterà della prodigalità, 
se T accusato è uno sciupone ; della cupidigia , se è avido dei 
beni altrui; dei pericolosi cittadini, se l 1 accusato è un sovver- 
titore; della validità delle testimonianze, se gli accusatori sono 
molti [11,121-136]. Con siffatti criteri, di ridurre cioè le questioni 
a principi generali, la classificazione delle cause riesce agevole, 
e semplice; infinita invece se si è d' avviso che in ogni causa 
la persona e le circostanze e i luoghi determinino una specie. 
L'invenzione adunque [II, 137-147] esige essenzialmente tre 
qualità nell'oratore: penetrazione, acumen, metodo, ratio seu 
ars, applicazione, diligentia. Anzitutto l'acume naturale, Par- 
te quindi ci guida a ritrovare ciò che vogliamo nel campo ora- 
torio; V applicazione fa tutto il resto: ci fa comprendere la cau- 
sa, ci fa studiare e notare le parole, il pensiero dell'avversa- 
rio, ci fa scegliere il luogo comune [II, 148-151]. 

Conciliatio — Dopo che 1' oratore ha pensato alle prove, sap- 



TI u De Oratore w 99 



pia che conferisce non poco alla vittoria il conciliarsi gli udi- 
tori. I quali possiamo renderci benevoli col richiamare la loro 
attenzione sulla dignità del carattere, sulle belle azioni, sulla 
vita irreprensibile, sia di colui che parla, sia di colui a favore 
del quale si parla. E poi ancora col tuono di voce , con P at- 
teggiamento, con la riservatezza dell' oratore, con la dolcezza 
delle espressioni, ebc. Accanto a questa parte , che può chia- 
marsi positiva, Cicerone raccomanda un' altra, negativa, quella 
cioè di colorire e aggravare i difetti che per avventura pos- 
sono trovarsi nell'avversario [§ 182-184]. 

Permotio. — Ma u il punto più importante per P oratore , è 
quello di attirarsi il favore di coloro che P ascoltano, di ecci- 
tare in loro forti emozioni, eccitando la passione e lo scompi- 
glio nei loro animi, piuttosto che rivolgersi alla loro ragione; 
giacché gli uomini, nelle loro decisioni, cedono più spesso al- 
la influenza dell'odio o dell'amore, del desiderio, della colle- 
ra, del dolore, della gioia, della speranza, del timore, dell'er- 
rore, di qualsivoglia altra eccitazione del cuore ; anziché al- 
la influenza della verità, della ragione, delle norme del dirit- 
to, delle sentenze, delle leggi. r> 

Cicerone conosce i mezzi opportuni ad eccitare la passione dei 
giudici; e qui i suoi precetti, più che in ogni altro luogo del 
a De Oratore n sono esperienza viva, alimentata da larga col- 
tura letteraria, poiché non solo egli alla sua pratica si affida, 
ma a testimonianze di poeti e di oratori. Bella sopratutto è 
P analisi di un' orazione di Antonio , Pro M* Aquilio , nella 
quale tutta P arte consisteva, non nel persuadere con ragiona- 
menti, ma nel commuovere col patetico. (§ — 216). 

focus et faceti ae. Alla mozione degli affetti riescono ausi- 
liarie di non poco conto le facezie , le quali però sfuggono ad 
ogni regola; il saperle a proposito collocare in una orazione è 
dono naturale, non frutto di arte. Per quanto ribelli alle regole, 
tuttavia la retorica avea scoperto in esse dei caratteri sia ri- 
guardanti la loro intima struttura , sia riguardanti la conve- 
nienza , e perciò avea distinto anzitutto P umorismo sparso in 
tutto il discorso ( cavillatio ) , dalle facezie intercalate in es- 
so ( dicacilas ). Ma dell' una o dell' altra specie maestra a 
noi è la natura , la quale solamente e' insegna a contraffare 
o a piacevolmente raccontare , a far ridere con atteggiamene 



100 Capitolo Quinto 



ti del volto , con inflessioni di voce, con l'originalità della 
parola. Quale arte a mio fratello dettò , esclama Cesare nel dia- 
logo (§220), la risposta che diede al console Filippo? Questi 
gli domandava u perchè latrasse a quel modo r> e quegli : a Ve- 
do il ladro ». 

Le questioni tuttavia che intorno al ridicolo si possono muo- 
vere sono cinque : 

1°. Quale è la natura del riso? 

2°. D' onde scaturisce ? 

3°. Conviene all' oratore eccitarlo ? 

4°. Fino a qual punto conviene eccitarlo ? 

5°. Quali sono le specie del riso ? 

cl ) La prima non è materia di retorica, ma di filosofia. 

/5 ) Riguardo alla seconda si sa che il motivo del ridere è una 
deformità, e il mezzo di suscitarlo consiste nel farla rilevare, 
dipingendola con qualche motto piccante , senza che 1' oratore 
si presti esso medesimo al ridicolo. 

7 ) Quanto alla terza non v' ha alcun dubbio che il riso non 
giovi all' oratore : un motto di spirito eccita una sorpresa ge- 
nerale, sconcerta l'avversario, l'imbarazza, l'intimidisce. 

à ) La quarta vien risoluta nei singoli casi dalla circospezio- 
ne di chi parla ; si sa che non si è disposti a ridere né della 
estrema perversità e nemmeno della estrema miseria. I sogget- 
ti che si prestano al riso sono quelli che non destano ne gran- 
de orrore, né molta pietà. 

e ) La piacevolezza si può eccitarla o con l' inventare fatti 
ed avventure che dipingono al vivo una persona, o con frasi 
che velano un tratto di spirito. Questa seconda specie si sud- 
divide in: facezie di pensiero, quando rimangono sempre pic- 
canti , pur mutandone i vocaboli ; facezie di parole , quando , 
mutate le parole , non s' intendono più. Le facezie di parole 
alla loro volta hanno non poche varietà , giacché si possono 
ottenere con parole a doppio senso, o cambiate in qualche sil- 
laba (1), o intese nel senso letterale, o trasportate, o con anti- 
tesi, con allusioni, con metafore, col nascondere un significa- 
to maligno , e cosi di seguito con tutti quei mezzi che la na- 



(1) Catone chiamava M. Fulvio Mobilior invece di xobilior. 



Il u De Oratore n :W 



>~*«.j>..«. 



turale svegliatezza dell' ingegno sa suggerire nelle particolari 
occasioni. 

La disposizione. — Vi sono due metodi : uno indicato "dal- 
la natura della causa ( quam affert natura causarwn ) , V al- 
tro dal discernimento e dalla sagacia dell' oratore ( quae ora- 
torum i adi ciò comparatur ). Far precedere la questione da un 
preambolo , poi esporre il fatto , sviluppare quindi le nostre 
prove e confutare quelle dell' avversario , conchiudere infine 
con una perorazione , è la via che la natura stessa ci addita. 
Appartiene al buon senso dell' oratore giudicare nelle singole 
circostanze quale sia il modo più felice di disporre tutto ciò 
che sarà per dire , per convincere , istruire, persuadere. Dopo 
che ha pensato alla disposizione , 1' oratore avrà cura di dare 
alle parti dell' orazione la forma e l' intonazione conveniente 
[§307-315]. 

Riguardo all' esordio abbia presente questo precetto: u prin- 
cipia autem dicendi semper cum accurata , et acuta , et in- 
stici età sententiis, apta verbis, tum vero causarum propria es- 
se debent. Prima est enim quasi cognitio et commendatio ora- 
tionis in principio, quae continuo eum, qui audit, permulcere 
atque allicere debet. n eto. [§ 315-325]. Della narrazione si 
suole avvertire anzitutto che sia breve; [ e va bene, se la bre- 
vità non ingeneri oscurità], che sia chiara, [ed è necessario, 
quantunque la chiarezza debba essere dote delle altre parti 
dell' orazione ]. Dopo la narrazione si determina la causa : ed 
allora bisogna far seguire la discussione; esaurita la dimostra- 
zione e la confutazione, si da termine al discorso con 1' ampli- 
ficazione , con 1' eccitare lo sdegno o la benignità nel giudice 
( rebus augendis , vel infiammando iudice , nel mitigando ). 
( § 325-332 ). 

La memoria. Secondo Simonide, per esercitare la facoltà 
mnemonica, bisogna formare come un casellario nella nostra 
mente e in ciascun compartimento collocare ciò che vogliamo 
ricordare , dopo avercene fatto con 1' animo nostro una imma- 
gine. Cosi 1' ordine del collocamento potrà conservare 1' ordine 
delle idee; le immagini richiamano le idee; i compartimenti 
sono come le tavolette di cera, le immagini sono come le let- 
tere che vi si segnano sopra. 

La facoltà mnemonica, tanto giovevole all' oratore, vien data, 



;!<#< Capitolo Quinto 






come le altre facoltà oratorie, dalla natura; ma come è appun 
to delle altre* facoltà che possono giovarsi dei precetti, coni è 
ancora della memoria, che può rafforzarsi, quando per natura 
se ne sortì poca ( § 352-360 ). 

L'elocuzione* Comprende: 1.° il latine; 2.° il piane; 3.° 
V ornate; 4.° V apte congrventerque dicere ( III, 37 ). 

Si consegue la prima qualità con 1' adoperare vocaboli lati- 
ni conformemente alla grammatica latina , e col moderare la 
pronunzia delle parole nella forza e nel suono ( § 40-48 ) ; la 
seconda col rifuggire da parole od espressioni ambigue, da pe- 
riodi lunghi , da continuate metafore , da pensieri smembrati , 
da inversioni di date, scambio di persone, insomma dalla per- 
turbazione dell' ordine ( § 49-51 ). 

Queste due qualità dell' elocuzione sono piuttosto da con- 
siderarsi siccome doveri di chi parla; non così la terza, V or- 
nate dicere, la quale riscuote sempre ammirazione. Conseguo- 
no questa qualità a qui distincte, qui explicate, qui abundan- 
ter , qui illuminate, et rebus et verbis dicunt et in ipsa ora- 
tione quasi quendam numera ui versumque conficiunt * ( § 63 ). 
TJ ornatus del dire si esplica nelle singole parole, e nell'unio- 
ne delle parole: per ottenere la prima esplicazione occorre co- 
noscere che i vocaboli possono essere proprii, antiquati, nuovi, 
traslati ( § 148-165 ) , e che in conseguenza del vario uso 
che di essi si fa, nascono delle figure, quali la metafora ( § 155 
sgg. ) l'allegoria (§ 166) la metonimia (§ 167) la sineddoche 
( § 168 ) la catacresi ( § 169 ). 

Per ottenere la seconda esplicazione è necessario conoscere 
le regole della collocazione delle parole, del numerus (§ 171-198), 
l'ufficio delle figure di pensiero (§ 200-208). 

La quarta qualità, apte congruenlerque dicere, consiste nel- 
1' adattare un parlare e una pronunzia conveniente alla natu- 
ra della causa, all'uditorio, all'occasione. [La divisione del- 
lo stile in tre specie: plenum, tenue, mediocre è seraplicemen- 
te accennata nel § 199]. 

L'Àctio. Tutti i vantaggi dell' elocuzione hanno effetto 
se sono animati dall' azione: senza di questa il migliore ora- 
tore non avrà successo ; con essa un oratore mediocre vince 
spesso i più abili. L' azione mira a rendere perspicuo 1' aspet- 
to dei vari movimenti dell' animo, che spesso sono confusi ed 



// n De Oratore n 103 



oscuri; bisogna perciò saper adattare V accento della voce alla 
collera, alla pietà o al dolore, al timore, alla violenza, etc. ed 
accompagnare la voce col gesto conveniente , con 1' atteggia- 
mento del volto, e sopratutto col movimento degli occhi. Non 
poca parte per una buona azione ha la modulazione della vo- 
ce e l' intonazione generale che diamo al discorso. 

I generi deliberativo e dimostrativo. 

Le regole esposte pel genere giudiziale valgono anche per gli 
altri due, in generale. Particolarmente puossi aggiungere che 
nel genere deliberativo l'oratore deve trar profitto da tutta l'au- 
torità che egli possiede, giacche solo chi è sapiente può arrogar- 
si il diritto di esporre la sua opinione sopra i più gravi inte- 
ressi, e chi è uomo dabbene e facondo può far previsioni, può 
convincere con la sua autorità, persuadere coi suoi discorsi. 

Diverso atteggiamento bisogna tenere quando si parla al po- 
polo, e quando si parla al senato. L' assemblea del popolo è il 
più bel teatro in cui possa brillare V eloquenza; in essa 1' ora- 
tore viene naturalmente spinto a sfoggiare tutte le facoltà del- 
la sua arte, e poiché può perdere il favore popolare per quat- 
tro errori: orationis peccato aliquo; ho mi muri offeasione oel 
invidia; si res displicct; aliquo motti cupiditatis aut metus; 
così egli deve saper opporre a tempo uno di questi quattro ri- 
medi: obiurgatio, adutonitio, promissio, deprecatio. (§ 333-340). 

Del genere dimostrativo od encomiastico si faceva in Roma 
poco uso, e i greci medesimi non lo trattavano dalla tribuna; 
solamente V adoperavano come lettura piacevole, o per celebra- 
re qualche personaggio. Ma poiché si è dato il caso di farne 
qualcuno anche in Roma, come accadde a C. Lelio che scrisse 
V elogio di Scipione Africano , così non è fuori di luogo nel 
sistema di Cicerone qualche precetto. 

Si sogliono distinguere nelP uomo qualità desiderabili e qua- 
lità d*?gne di lode ( alia optando, alia laudanda ); di queste 
bisogna anzitutto parlare, poiché la virtù consiste nel giusto 
uso delle qualità, che la fortuna e la natura ci largirono. 

La virtù quindi si suddivide in più parti, e perciò si faran- 
no notare le qualità virtuose particolari, sia verso i privati cit- 



104 Capitolo Quinto 






tadini, sia verso lo stato. Quando si tratta di biasimare, il 
metodo è evidentemente lo stesso ( § 340-349 ). 

n. 



— 1. Come si ricavi dal De Oratore la metodologia e la taonioa di Cice- 
rone. — 8. Cicerone tratta la metodologia con indirizzo conciliativo tra la teo- 
ria dei filosofi e quella dei retori. — 3. Origine é carattere delle polemiche tra 
queste due scuole. Contemperamento delle dottrine avvorse nel sistema di Cice- 
rone. — 4. Le fonti della metodologia e della tecnica. — 5.L' arte della oompo- 
sisione: oontradisioni, disordine, ripetizioni. Scopo del libro. 



Fin qui abbiamo esposto il sistema retorico del u De Orato- 
re 75 nelle due parti in cui esso è distribuito , metodologia e 
tecnica: la prima nel primo libro, e nei § 66-147 del terzo; la 
seconda nel secondo e terzo. Fra le contrarie opinioni pronunzia- 
te dagF interlocutori del primo libro , non ci è stato difficile 
rintracciare una teoria che fosse veramente quella di Cice- 
rone, poiché ivi Crasso e Scevola esprimono un insieme di 
convincimenti e di dottrine che , determinato poi tecnica- 
mente negli altri due libri, è quello medesimo che informa 
tutto il trattato. Le parlate di Crasso sono tutte comprese 
nei n. I, 30-34, elogio dell' eloquenza ; 45-73 ; 78-79 influenza 
della filosofia e della retorica nella educazione del vero orato- 
re; [Scevola, 36-44; 74-77 approva le idee di Crasso]; 113-121 
qualità naturali richieste nell'oratore; 129-30; 134-159 dottri- 
na, esercitazioni, imitazione, enciclopedia retorica; 165-203 svol- 
gimento di una parte della enciclopedia retorica. 

Le parlate di Antonio sono due : con la prima , 1 , 122-128 
si fa adesione alle idee di Crasso riguardo alle qualità natu- 
rali e a quelle acquistate con lo studio dall' oratore ; con la 
seconda I, 207-262 si confutano invece le idee di Crasso intorno 
alla metodologia ed alla enciclopedia. Ma ad escludere che 
questa confutazione possa far parte del sistema di Cicerone , 
ci soccorre una dichiarazione che Antonio fa nel libr. II, 40 : 
u Et Crassus, u Nox te, inqnit, nobis, Antoni, expolivit homi- 
nemque reddidit. Nam h esterno sermone unius cuiusdam ope- 
ris, ut ait Caecilius, vemigem aliquem aut baiulum nobis ora- 
toreni descripseras, inopetn quemdam humanitatis atque inur- 
banum n. Tum Antonius, u Heri enim, inquit, hoc mihi prò- 



Il u De Oratore r> 106 



posuerani, ut, si te refellissem, hos abs te discipulos abduce- 
rem; nane, Cattilo audiente et Caesare, videor debere non tam 
pugnare teoum, qaam, quid ipse sentiam , dicere». Antonio 
dunque non contradiceva a Crasso perchè aveva diversi con- 
vincimenti, ma per rappresentare nella disputa la scuola con- 
traria. E evidente perciò che Crasso, non Antonio, rappresenta 
la metodologia di Cicerone. 

Più agevole riesce determinare la tecnica ciceroniana. Do- 
po la disputa del libro primo Antonio, cedendo alle preghie- 
re degli amici , espone per tutto il libro secondo la sua teo- 
ria dell'invenzione, della disposizione, della memoria, la-* 
sciata a Cesare una parte sola dell' invenzione , le facezie ; 
Crasso poscia alla sua volta svolge in tutto il libro terzo la teo- 
ria dell'elocuzione e della pronunzia. Durante la trattazione 
della tecnologia non e' è più polemica o contradizione fra gì' in- 
terlocutori ; di quando in quando qualche obiezione , richiesta 
dall' arte dialogica. Dunque Antonio e Crasso sono espositori 
della teoria di Cicerone , e dalle loro parlate abbiamo tratto , 
senza timore di errare, una sola tecnica, informata ad un so- 
lo ed unico criterio di contemperamento tra le larghe vedute 
filosofiche e la sottigliezza retori co- stoica. 

Nel dividere in due parti la materia, Cicerone potè esser gui- 
dato da anteriori trattati, giacché la nomenclatura della meto- 
dologia era stata stabilita da Protagora, ed era conosciuta da 
Platone e da Isocrate, e, fra i romani, da Cornificio. Ma Pla- 
tone, Isocrate e Cornicifio accennano soltanto e semplicemen- 
te alla nomenclatura (1), mentre Cicerone la svolge largamen- 
te, e in ciò consiste il primo suo merito per noi. Potremmo 
chiamarlo anche merito originale, se volessimo far deduzioni 
dalle opere retoriche greche, anteriori a Cicerone, a noi perve- 
nute, delle quali nessuna tratta di metodologia (2); ma poiché 
di retorica stoica niente o quasi ci è pervenuto, è prudenza 
non attribuire a Cicerone anche il merito della originalità. 



fi) Plat. Phaedr. pag. 269 D. Isoor. Or. XIII, 14-17; XV, 187. Coraif. I, 
2, 8: a Haec omnia tribus rebus as^equi poterimus, arte, imitatione, ex er- 
ri tal ione n, 

(2) Volkmann, op. o. pag. 32. 



106 Capitolo Quinto 



Ammettiamo dunque che essa fosse stata trattata dai Greci; 
rimane a Cicerone la originalità di averla ridotta , con carat- 
tere romano, ad una teoria di conciliazione fra gli eccessi ai 
quali erano trascesi i filosofi da una parte, e i retori dall' al- 
tra. Giacché in Grecia era sorto un conflitto di metodi e d' in- 
tendimenti ne IP educazione del vero oratore, e Cicerone si pro- 
pose di risolvere la questione con la sua metodologia. Per com- 
prenderla bene adunque è necessario che noi rifacciamo per 
sommi capi la storia di quel conflitto. 

Quando egli scriveva il trattato era rigogliosa fra retori e fi- 
losofi la polemica, la quale si aggirava intorno all'ufficio che 
ciascuno di essi avrebbe dovuto avere nell'educazione dell'o- 
ratore. I retori pretendevano di dover essi solamente, con la di- 
sciplina retorica, fornire il vero oratore; i filosofi al contrario 
negavano loro questo diritto, arrogandoselo essi, in virtù del- 
la disciplina che professavano. Cicerone senza schierarsi da una 
parte o dall' altra, segnò una via di conciliazione. 

La nostra città, così comincia egli a ragionare, ha avu- 
to valorosi capitani, dotti scienziati, poeti insigni, e quasi nes- 
sun grande oratore. Eppure sono più numerosi coloro che si 
addicono all'arte del dire, che tutti gii altri insieme i quali si 
versano nelle rimanenti discipline. La ragione è questa, che 
per raggiungere lode di vero e grande oratore bisogna posse- 
dere la scienza di ogni arte, di tutto ciò che lo spirito umano 
ha concepito di grande e di elevato. L'eloquenza più di quan- 
to gli nomini possano opinare, richiede illimitata riunione di 
studi e di facoltà dello spirito (1). 

Ora a fornire tale educazione bastava la sola retorica o la 
sola filosofia, o T una e l'altra insieme? 

Bisogna risalire fino alle origini della didattica oratoria presso 
i Greci, e notare quindi nel suo svolgimento storico le varie 
tendenze che in essa ebbero a manifestarsi, per assegnare con 
esattezza alla soluzione del dissidio, rappresentata dal sistema 
di Cicerone, il posto che le spetta e il suo proprio carattere. 

Quando la filosofia dallo studi*) della natura si volse a quel- 
lo dell' uomo, e in esso determinò rome qualità suprema la vir- 
tù civile, si volle ricercare lo scopo dell' eloquenza, giacché al- 



ti) De Oratore», I, G-20. 



// u De Oratore n 107 



lora chi non fosse stato oratore, non sarebbe divenuto giammai 
uomo di stato. L'arte di amministrare o reggere uno stato con* 
giunta necessariamente a quella del saper parlare, fu dai gre- 
ci appellata sapienza (1). u Hanc, inquam, cogitandi p reman- 
ti and ique rationein vimque dicendi, veteres Graeci sapientiam 
nominabant *. 

u Siffatta sapienza possedettero Lycurgo, Pittaco, Solone, e 
fra i latini Cornncanio, Fabio, Catone, gli Scipioni; meno il- 
luminati forse dei primi costoro, ma di genio non inferiore, e 
di ugnali proponimenti. E come unita era V arte del ben dire 
a quella del ben fare , così un solo maestro insegnava 1' una 
e 1' altra. Ma come gli uomini abituati a lavoro assiduo , 
quando son costretti a tenersi lontani dalle loro abituali occu- 
pazioni, si volgono ad altre ricreative, così i filosofi, allontana- 
ti dalle gravi cure dello stato, o per circostanze che ve li co- 
strinsero, o perchè la loro inclinazione li indusse a vita riti- 
rata, si diedero chi alla poesia, chi alla geometria o alla mu- 
sica, chi alla dialettica, e tutta la loro vita consacrarono a col- 
tivare queste arti. Sorsero pertanto uomini i quali riunirono il 
talento di agire e di parlare, come Temistocle, Pericle, Thera- 
mene; altri, come Thrasymaco, Gorgia, Isocrate, i quali , sen- 
za prendere parte al governo, insegnavano questa doppia scien- 
za; altri infine, forniti di talento e di sapere ma negati agli 
affari, i quali si dichiararono contrari ali 1 eloquenza, che fece- 
ro perfino oggetto della loro derisione e del loro disprezzo. Que- 
sta ultima schiera ebbe Socrate a maestro, il quale pei suo sa- 
pere fu riconosciuto da tutta la Grecia superiore ad ogni al- 
tro sapiente. Socrate con la sua ingegnosa dialettica riuscì a 
separare due cose essenzialmente unite, la saggezza del pensie- 
ro e la eleganza del dire, e dopo di lui si affermò questa spe- 
cie di divorzio tra la lingua e la mente, distinzione falsa, dan- 
nosa, inapprovabile, che vorrebbe che noi avessimo un maestro 
che c'insegnassi a pensare, un altro ad esprimere il pensiero a. 
De Orat., Ili, 56-61. 

Così ragiona Cicerone, ma attribuisce a Socrate ciò che ap- 
partiene veramente ad dna tarda scuola filosofica che da lui di- 
scendeva. 



(2) Id. Ili, 55. 



106 Capitolo Quinto 



Noi abbiamo mostrato nel capitolo primo di quest' opera che 
di fronte ai sofisti prese posizione Socrate: i primi insegnava- 
no r abilità politica e il modo di riuscire a vincere l' avversa- 
rio, Socrate voleva s' insegnasse la rnrtii politica,) alto ideale, 
ma difficile ed indeterminato. Infatti in qnal modo potevasi ac- 
quistare questa uchriy.r, dosnó se non esisteva una scienza obiet- 
tiva dello stato, del diritto, della moralità? Protagora e Gorgia 
consideravano la retorica e 1' eristica come principi da cui potes- 
se emanare quella virtù (1), e senza dividere 1' amore del sapere 
dalla conoscenza tecnica dell' arte del dire, insegnavano 1' uno 
e l'altro: il loro scopo non era tuttavia la ricerca del vero, il 
sapere. Socrate per contrario affermava che il sapere deve essere 
il fondamento dell' educazione, in esso essendo insita la forza di 
determinare il nostro vivere e il nostro operare; e in ciò si al- 
lontanava dai sofisti. Differenza profonda, ma poco compresa 
dal publico. Giacché era in Socrate un lato che lo accomuna- 
va coi sofisti, quello di essere educatore della gioventù, non 
maestro ricercatore con puro interesse teoretico; ve ne era un 
altro nuovo ed originale, per cui nel suo metodo educativo il 
sapere era principio e fine, mezzo e scopo; la conoscenza non era 
per lui il mezzo che conduce allo scopo di ben operare; non 
ammetteva egli differenza fra l' ideale teoretico e il pratico; 1' u- 
no non dover esser sottoposto al servizio dell' altro, ma tutti 
e due essere la stessa cosa (2). Platone divulgò il pensiero di 
Socrate, e così mentre nel metodo educativo dei sofisti 1' ele- 
mento formale sopraffaceva V essenziale, con Platone avviene il 
contrario, formale e materiale costituiscono una cosa sola; la 
giusta forma non può venir scompagnata dal giusto contenuto. 

Senofonte, Euclide di Megara, Aristippo di Cirene non furo- 
no veri scolari di Socrate, giacché il primo non informa il me- 
todo col sapere, il secondo si da alle speculazioni pure, il ter- 
zo al formale più che al sostanziale; rimane Antisthene di À- 
tene che molto ritenne del maestro nel suo amore per la ri- 
cerca del vero mediante il metodo dialettico, e lo scolare di co- 
stui Diogene di Sinope. Le cui orme segui poscia la scuola ci- 
nica, e la stoica (3). 



(1) Hans von Harkim, op. e. pag. 9. 

(2) Id. ibid. pag. 17. 

(3) Id. ibid. pag. 21-42. 



Il u De Oliatore » 109 



Isocrate, il quale fa scolare di Socrate , ma era stato an- 
che di Gorgia, si mantenne più- vicino a quesV ultimo, opinan- 
do che la virtù non si potesse insegnare; si poteva solamente 
svegliare, a suo giudizio, nella gioventù l' inclinazione ad ope- 
re virtuose , volgendoli ad alti studi. Scopo di ogni insegna- 
mento o di ogni filosofia dovea essere la pratica virtù , il sa- 
per amministrare cioè la propria casa e lo stato. Inspirate a 
questa dottrina sono le sue orazioni che trattano dell'Eliade, 
di re, di republiche, di virtù civile, di buon governo, di storia e 
di tradizioni nazionali. Giacché non si può essere veri uomini 
di stato se non si conosce, e al bisogno non si sa esporre, la 
storia del proprio paese. Isocrate mira dunque sopratutto alla 
pratica, e rigetta ogni sapere che non ha relazione con essa (1). 

Platone chiamò Isocrate medio tra il politico e il filosofo; 
giacché egli era di avviso che dello stato e della virtù dei cit- 
tadini dovesse aver cura il filosofo, delle dottrine del quale 1' o- 
ratore fosse solamente interprete ed espositore presso il popolo, 
avendo riguardo che la sua parola ingenerasse nell' animo dei 
cittadini la giustizia, allonanando 1' ingiustizia; che vi gettasse 
i semi della prudenza, rimuovendo la dissolutezza; che vi depo- 
nesse il germe di ogni altra virtù, tenendo lontano ogni vizio (2). 

Questo pensiero di Platone fu raccolto dallo scolare suo A- 
ristotele, il quale non separò la retorica dalla filosofia, anzi, 
determinati prima dal maestro i confini dell' una e dell 1 altra, 
costrìnse la retorica a far parte del suo sistema filosofico. Ve- 
demmo nel primo capitolo già ricordato quale fosse la teoria 
retorica di lui. Egli riteneva che in generale fosse scienza 
( owpt ) quella che scaturiva dai principi generali del sapere, 
(77 T'x»/ r^càrwi/ ic/w y&ì aht&v fetopyToty ) ma non vi è una sola 
scienza, piuttosto molte e di diversa importanza : quanto più 
generali sono i principi, tanto più importante è il sapere che 
sopra di essi si costituisce. Così la fisica é una scienza , ma 
non di prima importanza, ( fon de vesta. n$ xcu in 9 ikjix>5, aùX où 
sparvi Metaph. Ili, 3 p. 100 561 ). La retorica e la dialettica 
non derivano da principi e premesse generali, ma da premes- 



(1) Libbs, Rhetoren und Philosophen im Kampfe um die Staatsweisheit ; 
Waldenburg, 1888; pag. 5. 

(2) Plato, Gorgia, 504 E. 



110 Capitolo Quinto 



se che si cavano dalia comune opinione degli uomini ; non in- 
segnano a costruire un sapere, ma si muovono esclusivamente 
dentro i confini della £o£a; esse sono dunque mezzi per ben 
ragionare ( ^toafpec; ) , non scienze ( ènirrnuM ). Esse inoltre, in 
contrapposizione alle alt rei arti, hanno un compito comune , 
quello di dimostrare vere asserzioni opposte : twv txh cw àDìkw 
rtyyhv Gv&epia. ràvavriix. axjìXoyCCtrai^ r t àk £ia/£XT£xà xau r è farcpoài jxovo* 
tcùro tzgicìsjv». ó'xohii ydo zhtv du^órsoxi rciSy èvzvTtw ( Rhet. I, 1, 
pag. 1364 a 33 ). Perciò tutte e due hanno una certa dipen- 
denza dall' analitica , la scienza della dimostrazione ; e infatti 
il sillogismo della dialettica e l'esempio e l'entimema della 
retorica possono considerarsi siccome abbreviature dell' indu- 
zione e del sillogismo analitico. 

Fin qui Aristotele si trova di accordo con le teorie espresse 
da Platone nel Gorgia e nel Fedro. Se ne allontana però quan- 
do afferma che la retorica è utile nella vita pratica. A che co- 
sa giovano le dimostrazioni scientifiche, se occorre volgere il 
giudice a proferire una sentenza, il popolo o il senato ad una 
decisione utile? Richiedere in un'orazione la prova scientifica 
sarebbe cosi stolto come tollerare nella matematica la prova 
della verosimiglianza. La società dunque trova nella retorica 
di che giovarsi. Noi riteniamo ingiurioso se ciascuno non è in con- 
dizioni di difendersi coi suoi mezzi: come sarebbe meno ingiu- 
rioso se non potesse difendersi con la parola? La possibilità 
dell'abuso non deve allontanarci dallo studio di quest'arte; giac- 
ché 1' abuso si manifesta solo quando mauca la virtù; nelle ma- 
ni di un uomo virtuoso essa dunque non diventa un male. A- 
ristotele in questo modo, coli' impartire cioè accanto all'inse- 
gnamento filosofico quello retorico, si metteva per una via con- 
traria alla tradizione platonica (1). Ciò non di meno Aristote- 
le avea innalzato nelle sfere della filosofia la sua arte retorica, 
e per tutto il secolo quarto si mantenne ancora in fiore 1' in- 
segnamento sofistico, che accoppiava alle vedute pratiche una 
maniera educativa accessibile alle mediocri intelligenze. 

In fatti noi troviamo che un contemporaneo di Aristotele, Nati- 
siphanes di Teo, che solo da poco tempo ci è noto, 6ra sostenito- 
re del sistema sofistico. Lo ebbe a maestro Epicuro giovinetto, 



(1) Hans von Arnim, op. e. pag. 69 sqq. 



// u De Oratore n 111 



verosimilmente intorno al 320, ma non ne conservò né gratitu- 
dine ne stima (1). Cagione di ciò fu il fatto che egli, quando 
divenne adulto, non approvò l' ideale educativo che Nausifane 
professava nella sua scuola di Teo. Questi era non solamente 
ricercatore del sapere, ma anche pedagogo nel senso sofistico; 
si proponeva di guidare i suoi discepoli alla rMrroo^ doeTrj e per- 
ciò insegnava ad un tempo discipline filosofiche, mateixfetica, e 
retorica. Nausifane era inoltre seguace della filosofia naturale 
ionica ed affermava, cosa nuova, che questa era la migliore 
preparazione per la vera retorica e per la scienza politica, la co- 
noscenza della natura essendo per lui la migliore preparazione 
per 1* oratore e per il politico. 

Questo adattamento delle vedute filosofiche con quelle pra- 
tiche non piacque ad Epicuro, che lo rifiutò anzi apertamen- 
te e ridusse il suo ideale al silenzio della vita privata, lonta- 
no dalle lotte politiche. Per rafforzare l' uomo a vivere felice- 
mente nel ritiro egli consiglia di coltivare le scienze. Il suo 
amico del cuore Metrodoro compose un libro, come si ricava 
da Filodemo, col quale dirigeva sarcasmi a Nausifane. Filode- 
mo nel suo r.zoi pyfrzpaajs, che contiene la confutazione della dot- 
trina pedagogica di Nausifane, ripete evidentemente la polemi- 
ca di Metrodoro (2). 

Epicuro non solo separò la retorica dalla filosofia, ma giudi- 
cò perfino dannoso lo studio di quella, e dissuase i suoi disce- 
poli di occuparsene. 

Del resto siffatto principio separatista egli adottò anche ri- 
guardo alle altre scienze, apprezzando la filosofia solamente in 
quanto poteva produrre la liberazione dello spirito umano dal- 
la superstizione e dal timore della morte. Ogni altra ricerca 
scientifica ohe direttamente o indirettamente non conducesse a 
questo scopo, egli rigettava. Ogni ideale di liberazione dal do- 
lore e di godimento della quiete si alimenta nel silenzio della 
vita privata; fa male chi si da alla vita publica, il savio la e* 
vita: ov Kohreifoerzi 6 voy>$. À che dunque occuparsi di retorica? 

(1) Hans von Arnim, op. e. pag. 69 sqq. 

(2) Id. ibid. pag. 44 sqq. ricostruisce come meglio si può la polemica, 
giovandosi della bella scoperta di Sudhaus , dei papiri 1015 e 832 cioè, 
parte dell'opera di Filodemo, editi testé dal Teubner ; Philodemi volumi- 
na rhetor, ed. Siegfried Sudhaus, 1896. 



112 Capitolo Quinto 



Ma non tutti la pensarono come la pensò Epicuro, ed una 
famiglia di filosofi che discendevano anch'essi da Platone, gli 
stoici, ricongiunsero la retorica alla filosofia. Essi , come ave- 
va fatto Aristotele, la riavvicinano alla dialettica, e ne fanno 
una scienza integrante della filosofia. Nel secondo capitolo di 
quest' opera noi già dicemmo quanto si conosce in proposito, 
e non forviamo da fare qui nuove considerazioni. 

Così la retorica, disciplina preponderante dell' insegnamento 
sofistico, fu combattuta da Socrate, e da Platone ; accolta da 
Aristotele nel suo sistema; nuovamente combattuta da Epicuro 
contro Nausifane; riammessa dagli Stoici nel loro insegnamen- 
to filosofico. Per tutto il terzo secolo a. C. noi non conosciamo 
più accenno di nuova rivalità fra retori e filosofi; ma nel se- 
condo ricomparisce la polemica, acre da ambe le parti. Ciò che 
reca maggior meraviglia è il veder schierate contro la retorica 
tutte e tre le scuole filosofiche del tempo : peripatetica, epicu- 
rea, e stoica. Come si sia manifestato di nuovo il dualismo e 
quindi ingrossato fino a suscitare una separazione alimentata 
da sarcasmi ed ingiurie, noi non abbiamo mezzo di rintrac- 
ciarlo. 

In questa polemica capo dei peripatetici contro i retori, da 
Sexto e Filodemo viene ricordato Critolao di Phaselis ; capo 
degli stoici è menzionato da Filodemo, Diogene di Babilonia. Da 
Cicerone e Sexto si ricava che anche Cameade e la sua scuola 
partecipò al combattimento. 

Gli epicurei si divisero in due parti: una amica, 1' altra ne- 
mica. A quest' ulbima appartenne Zenone Sidonio , che sul fi- 
nire del secondo e il cominciare del primo secolo era caposcuo- 
la in Atene, e il suo scolare Filodemo, il cui libro neoi pf^opadr^ 
è la fonte più importante per la storia di questa polemica. La 
quale fu sostenuta verosimilmente, tutte le volte che essa in 
seguito fu riaccesa, con gli argomenti di Cameade, Critolao e 
Diogene, più o meno coloriti e svolti. 

La disputa si aggirava essenzialmente intorno a due punti: 
diritto di esistenza e pratica utilità della retorica — limiti del 
suo dominio di fronte a quello della filosofia. 

Il diritto di esistenza le veniva contrastato in quanto che si 
negava ad essa il carattere di arte; la pratica utilità in quan- 
to che si dimostrava che essa non garentiva la conoscenza del 



Il u De Oratore n ite 



diritto e dell' eloquenza. Queste due accuse le quali costitui- 
vano il primo punto della polemica, venivano determinate .in' 
tire proposizioni, che facilmente possiamo ricostrrrire sulF auto- 
rità di Cicerone, Quintiliano e Sexto: 

l. # JJ eloquenza non è arte (1). 

2.° La retorica non procaccia alcuna utilità, perché 

à) nessun retore fu veramente eloquente (2), 

/3) molti oratori famosi non hanno avuto coltura retorica (3). 

3.° 1/ eloquenza è nociva: 

a) alF oratore medesimo, 

/9) allo stato (4). 

Critolao, Clitomaco , Charmada aveano inoltre pubicamente' 
affermato che i retori, per la loro malvagità dovrebbero èssere 1 
spasso cacciati in bando (5). E come se questo fosse poco, in- 
calzavano col mostrare che nell' arte del dire a nulla giovava' 
la* retorica, e in quella di reggere lo stato per niente aititava 
il futuro uomo politico, poiché: 

1.° Nessun retore divenne mai virtuoso uomo di stato; 

2.° I più celebri uomini politici non sono stati educati nel- 
la loro arte; 

S.° 1/ arte di reggere lo stato, insegnata dalla retorica, é ri'ó- 
diva a chi V ha appresa e allo stato. (6) 

Ora ci vuol poco a vedere in cosi fatti capisaldi di accusa 
che questa prima parte della polemica ha piuttosto carattere' 
di esercitazioni scolastiche, che non di vero e proprio conflit- 
to di metodi e di ideali educativi. 

II secondo punto intorno a cui si aggirava la disputa, èra" 
questione di limiti. Il lettore ha già veduto nei piecedenti ca- 
pitoli, ciò che fosse tesi ed ipotesi nella didattica degli afitichi, 
e quanto si discutesse se 1' una e 1' altra si dovessero tratta- 
re alla scuola del retore, o la ipotesi solamente. 



(1) Cic. De (hai. I, 90; II, 80. Quintil. Inst. Or. II, 17, 14; Sexto Emp. 
Hbr. II Adv. Bhet. § 10-16. 

(2) Cic. De Orat. I, 91. Quintil. fast. Or. II, 17, 7; Sexto Emp. ibid. % 18. 
(3; Cic. De Orat. 1, 93. Quintil. fast. Or. II t 17, 11; Sexto Emp. ibid. § 17. 
(4) Cic. De Invent. 1, 1. Quintil. fast. Or. II, 16; Sexto Emp. ibid. §27-30; 

31-48. 

(6) Quintil. fast. Or. II, 16; Sexto Emp. ibid. § 20. 
(6) LiBfls, op. e. 1. e. 



114 Capitolo Quinto 



La questione non era di poca importanza, giacché essendo- 
si fatta la distinzione di tesi d' interesse civile, e tesi d' in- 
teresse scientifico, assegnala la prima alla retorica, e lasciata 
la seconda alla filosofia, ne derivava che questa veniva ridotta 
a disciplina di studi puri e speciali, come noi oggi diremmo, 
mentre la retorica assorgeva al grado di disciplina di studi so- 
ciali e pratici. E il senso vero della dottrina di Herm agora, ohe 
noi esponemmo nel secondo capitolo, è questo appunto: Herma- 
gora rivestendo con la dialettica degli stoici un sistema che 
era il rinnovamento dell' ideale sofistico, avvicinò la retorica 
alla filosofia, ma volle ridurre questa a contemplazione di pro- 
blemi di sapere puro, togliendole tutto ciò che si riferisse al- 
la vita pratica. 

A questo era la polemica, quando Cicerone si accinse a pro- 
ferire il suo giudizio. 

Egli muove dal primo punto di essa, e riguardo alla 1* pro- 
posizione pronunzia questo giudizio: 

u Ac primum illud ( quoniam auctoritatem tuam neglegere, 
Scaevola, fas mi hi non esse puto ) respondeo, mihi dicendi aut 
nullam artem aut pertenueta oideri, sed omnem esse couten- 
tionem inter homines doctos in verbi controversia positam. 
Nam si ars ita defìnitur, ut paulo ante exposuit Antonius, ex 
rebus penitus perspectis planeque cognitis atque ab opinionis 
arbitrio seiunctis scientiaque comprehensis, non mihi oidetur 
ars oratoris esse ulla. Sunt enim varia et ad vulgarem popu- 
laremque sensum accommodata omnia genera huius forensis uo- 
strae dictionis. Sin autem ea, quae observata sunt in usu ac 
tractatione dicendi, haec ab hominibus callidis ac peritis ani* 
madversa ac notata, verbis designata, generibus illustrata, par- 
tibus distributa sunt (id quod video potuisse fieri ), non intellego 9 
quaììiobrem non 9 si minus i Ila subtili definitione, at hac vulgari 
opinione ars esse cidcatur. Sed sive est ars sive artis 
quaedam similitudo, non est ea quidem neglegen- 
da: verum intellegenduin est alia quaedam ad con- 
seque n da m eloquenti a in esse maioran.(l) 1,102-109. 



(1) Si potrebbe dubitare che questo ragionamento, poiché viene attri- 
buito a Crasso xa\ primo libro, potesse non rappresentare il vero con- 
vincimento di Cicerone. Ma a togliere ogni dubbio valgano le parole che 



Il u De Oratore n 116 

Questa soluzione ciceroniana non era tale certamente da ac- 
contentare ogni specie di lettori; la retorica dunque, per Cice- 
rone era arte e non era arte; manifestamente non sapeva de- 
cidersi, come suole accadere a chi vuol tenere una via di mez- 
zo, ma tenne fermo sopra questo lato, che essa giovava a qual- 
cosa, e in questo modo imponeva a chi volesse divenire ora- 
tore 1' obligo di studiarla. La seconda parte della soluzione ri- 
conosceva importanza preponderante agli altri studi non reto- 
rici, e cosi veniva ad accogliere la filosofia nel suo sistema, il 
quale per tale unione riusciva filosofico-retorico. 

Il giudizio intorno alla 2 a proposizione è più determinato : 
Cicerone si mostra favorevole all' insegnamento retorico, né po- 
teva accadere diversamente, giacché per esso scrive il trattato. 
Egli riesce a questa conclusione: a Habet enim quaedam qua- 
si ad cominonendum oratorem, quo quidque referat et quo in- 
tuens ab eo, quodcumque sibi proposuerit, minus aberret. Ve- 
runi ego hanc vim in te 11 ego esse in praeceptis omnibus, non ut 
ea secuti oratores eloquentiae tandem sint adepti , sed , quae 
sua sponte homines eloquentes facerent, ea quosdam observas- 
8e atque collegi sse; sic esse non eloquentiam ex artificio , sed 
artificium ex eloquenti a natum ; quod tamen , ut ante dixi , 
non eicio; est enim, etiam si minus necessarium ad bene di- 
cendum, tamen ad cognoscendum non illiberale n (1,145-146). 

La terza proposizione evidentemente non poteva venir pre- 
sa sul serio, e perciò Cicerone non se ne occupa nemmeno. 

Il secondo punto della polemica, insegnando egli la necessi- 
tà dell' unione degli studi filosofici con quelli retorici, non avea 
più ragion d* essere ; 1' oratore dovea saper trattare la tesi ; 
quindi 1' arte del dire dovea guidarlo a ciò , e se i retori non 
ne aveano dettato fin' allora le regole necessarie, male per loro, 
giacché aveano mostrato di aver corta vista. Cicerone attinge- 
rà da fonti filosofiche per esporre i precetti riguardanti le te- 
si. Ma anche in questa soluzione, la quale scaturiva necessa- 
ria dal carattere del suo sistema , ha del conciliativo , ri- 



immediatamente seguono, fatte pronunziare ad Antonio: u Tum Antonius 
veheraentev se adsentiri Crasso dixit, quod neque ita amplecteretur arte ni, 
ut ei solerent, qui omnem vim di cernii in arte ponerent, neque rursus 
eam totani, sicut plerique philosophi facerent, repudiaret ». 



WS Capitolo Quinto 



gpon dente senza dubbio alla pratica della vita , non al rigore 
di un sistema. La tesi che deve saper trattare l' oratore, seconda 
Cicerone, non avrà lo stesso carattere di quella trattata dal filo-i 
sotfp: questi ricerca, analizza, discute; quegli accetta i risultati ot- 
tenuti dal filosofo e li divulga fra i suoi uditori, sopprimendo, 
la particolare dimostrazione e V aridità della discussione: <t Si 
enim est oratoris quaecumque res infinite posita sit, de ea pos- 
se dicere, dieendum erit ei, quanta sit solis magnitudo , quae 
ferma terrae; de math ematici s, de musicis rebus noa poterit 
quin dicat hoc onere snscepto recusare. Denique ei, qui profi- 
tetar esse suum non solum de eis controversus, quae tempo- 
ribus et personis notatae sunt, hoc est, de omnibus foreneibus, 
sed etiam de generum infinitis quaestionibus dicere, nullum 
potest esse genus orationis, quod sit exceptum. Sed si illam 
quoque partem quaestionum oratori volumus adiungere vagam 
et liberam et late patentem, ut de rebus bonis aut malia, ex- 
p^tendis aut fugiendis, honestis aut tur pi bua, utilibus aut inu- 
tilibus, de virtute, de iustitia, de continentia, de prudenti», de 
magnitudine animi, de liberali tate, de pietate, de amici tia, de 
fide, de officio, de certis virtutibus contrariisque vitiis dicen- 
dum oratori putemus, itemque de re publica, de imperio, de re 
militari, de disciplina civitatis, de bominum moribus: adsuma- 
mu8 eam quoque partem, sed ita, ut sit circumscripta modi- 
cis vegionibus. Equidem omnia, quae pertinent ad usum oi- 
viura, morem hominum, quae versantur in consuetudine vifcae, 
in catione rei pnblicae, in hac societate civili, in sensu homi- 
nis communi, in natura, in moribus, comprehendenda eese ora* 
tori puto; si minus, ut separatila de his rebus philosophorum 
more respondeat, at certe, ut in causa pru dentar possit inte- 
xere , bisce autem ipsis de rebus ut ita loquatur , uti ei , qui 
iura, qui leges, qui civitates constituernnt, locuti sunt, simpli- 
citer et splendide, sino ulla serie disputationum et sine ieiuna 
concertatione verborum. d ( II, 06-08 ). 

Con questi criteri Cicerone compose la sua arte retorica, il 
cui carattere, dopo quello che abbiamo dotto, non sarà diffici- 
le prevedere quale esso sia. — Il futuro oratore deve studiare 
alla scuola dei filosofi peripatetici ed academici, tenendosi lon- 
tano da quella dogli epicurei, e in certo modo anche da quel- 
la degli stoici; aggiungerà all' educazione filosofica ( che equi* 



Il u De Oratore n UT 



valeva ad ano studio di quasi tutto lo scibile) la conoscenza 
dei precetti retorici ; cementerà questo duplice indirizzo con 
1 ? esercizio continuo, e cosi solamente diverrà, a giudizio di Ci- 
cerone, vero oratore. — 

Determinata 1' unione della filosofia con la retorica con pre- 
ponderanza della prima, Cicerone dovea necessariamente metter 
capo ad Aristotele, il quale a vea costretto la retorica a far par- 
te del suo sistema che raccoglieva tutto lo scibile del tempo. 
Perciò il dominio dell' eloquenza viene così delineato da lui : 
u Illa vis autem eloquentiae tanta est, ut omnium rerum, vir- 
tù tu m , officiorum omnisque naturae , quae mores hominum , 
quae animos, quae vi t ani continet, originerà, vim, mutatio- 
nesque teneat, eadein mores, leges, iura describat, rem publi- 
eam regat, omniaque , ad quamcumque rem pertineant, ornate 
copioseque dicat. In quo genere nos quidem versamur tantum, 
quantum possumus, quantum ingenio, quantum mediocri doc- 
trina, quantum usu valemus ; neque tamen istis, qui in Tina 
philosophia quasi tabernaculum vitae suae collooarunt, multum 
sane in disputatone concedimus. n (III, 76-77). 

Nelle ultime parole di questa delimitazione si mostra il ca- 
rattere romano, il quale non consente che 1' uomo dedichi tutta 
la sua attività al sapere puro. Cicerone con tempera l' ideale teo- 
rico con quello pratico. L' uomo che deve esplicare la sua attività 
nel foro, nel senato, negli affari pubblio 1 ', non può consuma- 
re tanto tempo ad acquistare le necessarie cognizioni, quan- 
to ne sogliono consacrarvi quei filosofi che furono l'aggiun- 
ti dalla morte in mezzo ai loro studi. Altro è apprendere 
un' arte per la pratica della vita , altro è apprenderla per 
farne uno studio di predilezione , una esclusiva occupazione. 
» Dies et noctes virum summa virtute et prudentia videba- 
mus philosopho cum operam daret , Q. Tuberonem. At eius 
avunculum vix intellegeres id agere, cum ageret tametì, Africa- 
num. Ista discuntur facile, si et tantum sumas, quantum opus 
sit, et habeas qui docere fideliter possit et scias etiam ipse 
discare. Sed si tota vita nihil velis aliud agere, ipsa tractatio 
et quaestio cotidie ex se gignit aliquid, quod cum desidiosa 
delectatione vestiges. Ita fit, ut agitatio rerum sit infinita, oo- 
gnitio facilis, si usus doctrinam confirmet, mediocris opera tri- 
buatur, memoria studiumque permaneat. n (HI, 87 j. 



118 Capitolo Quinto 



La storia greca e romana d' altronde porgeva splendidi esem- 
pi di salutare connubio del sapere con la vita pratica nei più 
bei tempi dei due popoli, laddove la divisione del sapere fatta 
dalle età successive, contemporanea alla mancanza di geni della 
parola e dell' azione , era come una riprova che un largo pa- 
trimonio di sapere, in un uomo che questo sapere poneva a ser- 
vizio della vita politica, produceva la vera eloquenza. I sette 
sapienti in Grecia; Pericle , Grizia , Alcibiade ; Sexto Elio, M. 
Manilio, F. Crasso seniore, Coruncanio, Scipione, Catone erano 
esempi luminosi. Quindi V oratore si proporrà la conoscenza di 
ciò ohe forma il sapere del filosofo, ma non sarà la stessa cosa 
che il filosofo: a Nunc si ve qui volet, eum philusophum, qui co- 
piam nobis rerum orationisque tradat, per me appellet oratorem 
licet; sive huno oratorem, quem ego dico sapienti a in iunctam 
habere eloquentiae, philosophum appellare in al et, non impediam; 
dummodo hoc constet, neque infantiam eius, qui rem norit, sed 
eam esplicare dicendo non queat, neque inscientiam illius, cui 
res non snppetat, verba non desint, esse laudandam; quorum si 
alterum sit optandum, malim equidem indisertam prudentiam 
quam stultitiam loqu acero, Sin quaerimus, quid unum excel lat 
ex omnibus, docto oratori palma danda est. Quem si patiuntur 
eundem esse philosophum, sublata controversia est. Sin eos 
diiungent, hoc erunt inferiores, quod in oratore perfecto inest 
illorum omnis scienti a, in philosophorum autem cognitione non 
continuo inest eloquentia; quae quam vis contemnatur ab eis, 
necesse est tamen ali quem cumulum illorum artibus afferre vi- 
deatur. Haec oum Crassus dixisset, pani m per et ipse con ti cui fc 
et ceteris silentium fuit n. Ili, 142-143. 

Questo è il carattere del suo sistema, il quale, siamo ferma- 
mente convinti, egli non attinse a fonte greca, ma ricavò na- 
turalmente, senza sforzo d J ingegno e di elevazione filosofica, 
dalla sua educazione e dall' ideale pratico della vita che si a- 
gitava in Roma al suo tempo. Affermando che siffatto siste- 
ma, e più propriamente la metodologia di esso , è proprio di 
Cicerone, non intendiamo certamente significare che esso sia 
uscito dal suo cervello come una Minerva : se in arte la ori- 
ginalità consiste in un modo particolare di coordinare pen- 
sieri e sapere che più spesso proviene all' artista dal mondo 



Il u De Oratore n 119 



esteriore , rarissimamente e solo in parte dal suo cervello, in 
un sistema che dovea mantenere per volontà dell' autore un 
carattere di contemperamento fra scuole opposte, la originalità 
non può ridursi ad altro che al contemperamento voluto, e la 
sua bontà alla misura che per avventura potè mantenere. 

Un critico assennato, Hans voti Àrnim, ha creduto di dimo- 
strare che il partito rappresentato da Cicerone nel De Orato- 
re non sia creazione sua, ma opera di un filosofo e retore gre- 
co, Filone di Larissa, dal quale lo scrittore romano attinse lar- 
gamente. (1) Questo critico pone a fondamento della sua ricerca 
della fonte cui attinse Cicerone un convincimento: u non è cre- 
dibile che sia uscito dal capo di Cicerone l'ideale oratorio che 
egli propugna nel De Oratore. » Bisogna perciò cercare nel li- 
bro i luoghi che contengono indizi di fonte greca per ciò che 
riguarda la metodologia, e crede di averli trovati nel libro ter- 
zo, a cominciare dal paragrafo 55 in poi. Quivi Cicerone: 

1.° tratteggia storicamente 1' antica eloquenza e sapienza gre- 
ca, la quale venuta a scindersi man mano per opera dei filosofi 
e dei retori avea bisogno, per ritornare all'antico splendore, 
di riaccogliere la primitiva unità e larghezza di sapere. 

A giudizio dell' Arni in il luogo § 56, sq.: hanc cogitarteli prò- 
nuntiandìque rationem — veteres Graeci sapientiam nomina- 
bant, il quale contiene la discussione della restrizione del con- 
cetto di filosofia fatta da Socrate; *la citazione omerica (nel § 57) 
ujuhm re òrpr t p vjzvzi Kprftr.r&x re i'pyw, V osservazione del § 58 ohe 
grammatica, matematica, musica, dialettica furono ritrovate o- 
riginariamente ut puerorum mentes ad humanitateni fìngeren- 
tur atque virtutem; V esempio di tre oratori politici Temistocle, 
Pericle, Teramene, e di tre maestri dell' eloquenza politica Goi> 



(1) Hans yon Arnim, op. o. pag. 99-114. Credo che V autore modello di Ci- 
cerone sia stato Filone per i seguenti motivi: la teoria ciceroniana non 
poteva derivare che dalla filosofia acad emica ( Crasso aveva inteso Me- 
trodoro III, 75 aequaleui fere meum ex Academia rketorem r^actus Metrodo- 
rum; Cotta, dopo il ragionamento di Crasso, esclama, III, 145 me quidem 
in Academiam totum compulisti ) e Filone era un acaderaico; Filone inse- 
gnava al suo tempo filosofia e retorica; cfr. Tusc. II, 9 nostra autem me" 
moria Philo s quem nos frequentes audivimus, instituit alio tempore rhetorum 
praecepia tradere, alio philosophorum; e De Orat III, 110: nunc enim apud 
Philonem, que*n in Academia vigere audio, edam harum iam causar um co- 
gnitio exercitatioque celebrai ur. 



J9P Capitolo Quinto 



già, Thtygymaco, Isocrate; 1' osservazione sul significato e l' u- 
go della parola vccua, ci mostra chiaramente che Cicerone at- 
tinge a v fonte greca, . a perchè egli non era in grado di racco- 
gli$rp queste particolarità e fonderle insieme, v 

2.° Lp stesso concetto che inspira la menzione degli antichi 
sofisti nel § 59, si manifesta nella parlata di Catulo al § 126 
sqq., nella quale anche Hippia, Frodico, Protagora sono ricorda- 
ti siccome maestri di educazione e sapere universale, e nella ri- 
sposta di Crasso § 132 sqq. nella quale all' universalismo degli an- 
tichi viene opposto lo speciali sino dei moderni. 

Secondo l' Arnim anche questi luoghi derivano da fonte gre- 
£(}, a perchè non si può ammettere che Cicerone da se abbia 
potuto formarsi una così esatta rapprensentazione del sapere 
grecp. * E poiché tutta l'esposizione storica contenuta in que- 
sta parte del libro III è animata dal criterio che la divisione 
dell% filosofia dalla retorica fu cosa contraria a natura, così au- 
chq il metodo di Cicerone che a siffatto criterio è informato, 
deriy^ d$i fonte greca. 

Con siffatti argomenti si può negare od attribuire ad uno 
scrittore, quando non è possibile provare il contrario, tutto ciò 
ohe si vuole; ma è certo che si fa in tal modo della critica 
arbitraria- Si potrà dunque seguire 1' Arnim nelle sue indagini, 
ma i*on domandargli la prova di esse. 

Per proseguire egli è costretto a porre una questione pregiu- 
djzuale: la fonte greca o era di autore filosofo amico della re- 
torica, o di autore retore amico della filosofia; ma il libro di 
Cicerone ha il carattere di essere opera di un oratore amico 
della, filosofia, dunque Cicerone adattò la fonte ai suoi fini, 
m^n mano che faceva parlare gì' interlocutori del dialogo. Ne 
consegue che in questa parte del libro terzo che deriva da fon* 
te greca, vi sono commisti luoghi e pensieri di Cicerone. 

Posta, ma non concessa, la necessità di riconoscere una fon- 
te per la metodologia ciceroniana, il ragionamento va; ma ri- 
marrà sempre una seducente creazione dell'immaginazione del- 
lj' Arnim fintantoché non verrà fuori l' opera di Filone, per for- 
nirci la prova di quello che asserisce il nostro critico. 

In dipendenza a questo suo criterio 1' Arnim opina : 

1.° che la teoria della e/ocittio presso Filone comprendeva 
anch' essa quattro parti: latìne y piane, ornate, ad id quodcutrir 



// u De Oratore n 121 



que agatir apte congruenterque dicere; ma delle due prime non 
si era occupato distesamente quel filosofo, perciò anche Cice- 
rone le accenna appena, fermandosi sulle altre due. 

2.° Che la teoria delle tesi presso Filone era subordinata al- 
la trattazione dell' ornatila orationis, e per questo Cicerone ne 
parla nel terzo libro a proposito dell'elocuzione. Cicerone at- 
tribuisce agli academici e ai peripatetici III, 109-110 la divi- 
sione del ncAcuiv fr/rr,** in r jhi$ e uttoOctc*, laddove sappiamo che 
essa appartiene ad Hermagora ; e parla della O/ti; dicendo di 
attingere a fonte filosofica quasi per nobilitare la sua teoria, 
la quale propriamente non poteva derivargli da altri ohe da 
Filone, che è menzionato nello stesso luogo. 

3.° che Cicerone ha turbato il piano della teoria di Filone 
intorno ai loci communes , giacche di essi nel § 106 fa tre 
categorie, laddove logicamente non possono esser vene che due. 

4.° che Filone avea accolto la teoria ohe si fondava sulla 
tesi e sulla ipotesi, ma nel suo insegnamento avrà avuto pré- 
pondérante importanza la tesi, la quale comprendeva, come il 
generale comprende in se il particolare, la ipotesi. 

Da tutta la ricerca dell' Arni m scaturisce a nostro avviso u- 
na sola notizia sicura, che Filone di Larissa avea accolto nel- 
la sua scuola di filosofìa le esercitazioni sulla tesi e sulla ipo- 
tasi, e che insegnava filosofìa e retorica; ciò appunto che dice 
Cicerone nel luogo delle Tusculane II, 9 ohe abbiamo riportato. 

Ma il ragionamento sulla voluta fonte filoniana nel De Orato- 
re è fondato su presupposti che hanno qualche valore probabi- 
le, e nessun valore concreto. 

Giacché dei quattro paragrafi nei quali abbiamo riassunto 
i risaltati della critica dell'Arnim, il primo può venir confuta* 
to con un' affermazione opposta": non avendo più nulla dell'ope- 
ra di Filone o non si deve dire di quali parti essa compone- 
vasi, o ciascuno ha il diritto di ricostruirla a modo suo. Con que- 
sto medesimo procedimento si confuta la prima parte del para- 
grafo secondo; il modo con cui 1' Arni in spiega V attribuzione 
che Cicerone fa ai peripatetici di ciò che appartiene ad Her- 
magora, è seducente,, ma non definitivo. Il terzo paragrafo è u- 
na giusta correzione al modo con cui Cicerone classifica i loci 
COttìmunes; noi senza timore di errare V attribuiamo all' Arnim, 
il quale, potendo cadere in errore, l'attribuisce al testo di Fi- 



122 Capitolo Quinto 



Ione, che cessano di noi conosce. II quarto paragrafo infine 
contiene un risaltato attendibile, ed è quello che Cicerone po- 
tè aver appreso da Filone la teoria sulla tesi. Ma possiamo 
con ugual diritto affermare che non da Filone, ma da Aristo- 
tele o da qualche peripatetico gli proveniva tale conoscenza , 
senza timore di venir confutati. 

Ora per chi considera gli elementi costitutivi della metodo- 
logia ciceroniana, forniti dal libro primo e dal terzo nei § 66- 
147 ( non quelli solamente ohe ci porge il libro terzo ) non sa- 
rà difficile persuadersi che essi sono quei medesimi fattori che 
produssero in Cicerone attività di oratore e di scrittore; e il 
metodo che informa il suo sistema retorico è emanazione ge- 
nuina dell' educazione, delle tendenze, dell' ideale ohe si pro- 
pose di raggiungere Cicerone medesimo. 

E perchè non dovrebbero aver valore le parole che fa pro- 
nunziare a Crasso nel libro I, 135 u Quare quoniam mihi le- 
vi us quoddam onus i inponi tis, neque ex me de oratoris arte, sed 
de hac mea, quautulacumque est, facilitate quaeritis, exponam 
vobis non quandam aut per reco udì tam aut valde difficilem aut 
magnificano aut gravem rationem consuetudinis meae, qua quon- 
dam solitus sum ubi, cuoi mihi in isto studio versari adolescen- 
ti licebat. n ? Egli aveva dinnanzi a se fra i greci sia uomini di 
azione eloquenti, sia filosofi-retori; contemperati questi elementi 
in una sola persona veniva a formare un ideale romano dell' uo- 
mo eloquente, che raccoglieva in se l'attività pratica, la sa- 
pienza, 1' arte di parlare. Questo ideale in fondo è quelle che 
anima il metodo di Cicerone, il quale assai probabilmente più 
volte avrà creduto che fra i Romani poteva lui dar immagine 
concreta di quel tipo ohe andava delineando nei suoi scritti. 

Se la metodologia del De Oratore a nostro avviso è origi- 
nale, non si può lo stesso affermare della tecnica. In questa non 
era possibile d' altronde là originalità dopo tanta produzione 
retorica di scrittori greci; che infatti dopo il periodo isocra- 
tico, aristotelico ed ermagoreo niente di nuovo si produsse nel 
periodo romano republicano, imperiale e .del medio evo; si sa- 
rebbe potul-o ottenere al più una fusione di più fonti in un 
sistema eclettico, e ciò appunto volle fare Cicerone. 

Noi non ci indugiamo ora a rifare quello che già è stato fat- 



// u De Oratóre n 123 



to da altri; lo studio comparativo tra il contenuto dei libri re- 
torici di Cicerone e le loro fonti greche è stato compiuto con 
discreti risultati di particolari osservazioni; (1) ma con erro- 
nei giudizi finali. Infatti l' Ientsch , che iniziò questo esame 
delle fonti, ebbe di mira i precetti particolari, e non il si- 
stema in generale, e per ciò riuscì ad apprezzamenti sfavore- 
voli alla diligenza di Cicerone, (2) ne diversa opinione ebbe il 
più recente ed autorevole critico della retorica antica, R. 

9 

Volkmann. (3) 

A nostro parere 1* aver trovato che alcuni precetti nell* o- 
pera.di Cicerone sono aristotelici, ed altri no; che certe rego- 
le contenute nell' opera di Aristotele mancano in quella di Ci- 
cerone; e che certe altre infine non risalgono ad Aristotele, ma 
a fonti non conosciute o non determinabili, non ci autorizza a 
sentenziare che Cicerone o compulsò sommariamente la retorica 
di Aristotele, o la conobbe di seconda mano ed imperfettamen- 
te. Cicerone era uomo maturo quando scriveva il De Orato- 
re, né motivi di fretta nel comporre o di difficoltà di avere 
il testo greco lo costringevano ad essere superficiale cono- 



fi) A. Cima nella ediz. del De Oratore, Torino 1891, Introd. al libro II dà 
un ragguaglio diligente di questi risultati. A questo libro rimandiamo 
perciò i lettori italiani, 

(2) Ientsch, De Aristotele Ciceroms in rhetorica auctore, pars I e II; Gu- 
ben 1874-75. Questi due opuscoli furono composti dall' autore dopo, che a- 
veu publicato nel 1868 un primo studio (Aristotelis ex arte rhetorica quid 
haheat Cicero, Berlino ), nel qualo avea pronunziato dei giudizi non accol- 
ti generalmente dai dotti, specialmente dal Piderit. I risultati ai quali 
pervenne con le sue nuove ricerche rimasero ispirati a pessimismo riguar- 
do alla diligenza di Cicerone, e sono i seguenti: Tullio consente con Ari- 
stotele spesso nei. capitoli generali, dissente nei particolari. — Nelle con* 
cor danze non sempre appare evidente V influenza aristotelica in Cicero- 
ne, ma qualche volta è manifesta la coscienza di consentire. — L'equiva- 
lenza di vari luoghi, se non è attestato da dichiarazione esplicita, non è da 
attribuire alla lettura dell'opera di Aristotele, della quale Cicerone ebbe 
lettura superficiale, non diligente, b*e fai eccezione per alcuni capitoli che 
riguardano i generi oratori, le parti della retorica, le suddivisioni di una 
orazione. Cfr. Pars I pag. 5; 7-8; 16; 22; 23; II, pag. 3; 7; 12; 16; 17; 21; 25. 

(3) Volkmann, op. e. pag. 100, nota I: u Hat es doch Cicero mit der Rhe- 
torik des Aristoteles nicht viel besser gemacht. Er hat sie tìuehtig durch- 
blàttert, si eh einzelnes aus dern erston Buche gemerkt, dabei a ber Hess 
er es bewenden. » 



134 Capitolo Quinto 



soitore della dottrina che egli dichiarava di avere ereditato» 
Perchè adunque dovea contentarsi di .conoscere Aristotele di se- 
conda mano? Si può affermare questo per Cicerone giovane; 
scrittore del De Incentione, ma ripugna del tutto all' animo 
nostro poterlo egualmente affermare per Cicerone adulti», scrit- 
tore di un' opera nella quale volle consacrare 1' esperienza sua 
di oratore e la conoscenza di quanto i greci aveano scritto in- 
torno ali' arte del dire. (1) 

L' espressione di Cicerone che il suo De Oratore era oi'f- 
stoteìico ed (socratico va intesa nel senso che esso raccoglieva 
il sapere e la dottrina dei due scrittori, non nel senso che le 
dottrine di essi, perfino nei loro particolari, dovessero formare 
tutta la materia del sistema retorico, ovvero ohe in nessun pun- 
to dovesse discordare dalle fonti. Per richiedere nell' opera di 
lui esatta corrispondenza di precetti con quella di Aristotele si 
avrebbe dovuto anzitutto mostrare se le linee fondamentali dei 
sistemi dell' uno e dell' altro erano le stesse. Questo per lo ap- 
punto non si è fatto, ed è ciò che noi possiamo fare agevola 
monte dopo quello che abbiamo ricercato e determinato nel cor- 
so di questo studio. 

Lo schema del sistema del De. Oratore è il seguente (1,138; 
in, 75-76; 109410): 

Materia rhetorica 



quaestio ( GsVis ) causa ( ùnibeviz ) 



cognitionis actionis iudicialis deliberativa demonstrativa 

In questo schema abbiamo la base ermagorea, perchè ad Her- 
magora risale la divisione della materia retorica in f jhtg e wrofeji*; 
lo svolgimento aristotelico, giacché Hermagora avea suddiviso la 
unofarts in y£v:z \cyiwrj e yhoz icuuxoy, Cicerone invece, seguendo 
Aristotele, (2) la suddivide in deliberativa, dimostrativa, giudi- 



fi) Antonio nei libro TI, 160 dice di conoscere la ÌLuvr/hr/h reyyoiv e la 
Retorica di Aristotele; le opere retoriche dei filosofi discendenti da costui 
( u hos germano* huius arti* magistios n ) e determina perfino la diffe- 
renza che corre tra le opere del maestro e quelle di questi ultimi. 

(2) Vedi a pag. 1*5-17 di questo volume. 



il u De Oratore n 125 



ziale. (1) Dunque fin dal primo fondamento della mia teorìa 
Cicerone faceva tra connubio tra due sistemi, non seguiva fe- 
delmente Ari aio tele. 

Le parti della retorica sono cinque nel sistema del De Ort> 
tore: inoentio, dispostilo, memoria, elocutio, actio; e in eid non 
segoe né Aristotele , il quale ne conosceva soltanto tre, (2) né 
Hermagora il quale raggruppava diversamente le cinque* parti'. (B) 

Nello svolgimento particolare della inoentio Cicerone stabi- 
lisce tre parti essenziali: provare, conciliare, commuovere, affi- 
dando a quest' ultima il supremo e più importante compito del- 
l' oratore, Aristotele conosceva, sebbene non adoperi la nomen- 
clatura corrispondente, le prime due parti , e di esse aliti prs~ 
ina dava il primato, cioè alla dimostrazione del vero. (4) 

Le differenze sostanziali adunque fra il sistema di Aristote- 
le e quelle di Cicerone, dimostrano che V uno era prodotto* di 
un filosofo ohe vuole disciplinare una materia fin' allora trat- 
tata piuttosto praticamente, e che 1' altro proveniva da un o- 
ratore ohe si giovala nelP opera sua del lavoro di tutti i pre* 
deoeesori; oi persuadono altresì che Cicerone non poteva, do- 
vendo mantenere un carattere eclettico alla sua teoria, attener- 
si fedelmente ad un solo modello, sia esso stato Aristotele, mal- 
grado ohe alla di lui scuola filosofica egli riconoscesse di esser 
debitore della sua facoltà oratoria. 

Rimane ora a vedere se 1' esecuzione dello schema eclettico 
retorico ideato da Cicerone ebbe svolgimento ordinato nell r o- 
pera. 

Per questo riguardo non possiamo confermare le lodi ohe so- 



(1) Si osservi che Cicerone, nel denominare i tre generi, non adopera sera-, 
pre la medesima nomenclatura. Cosi per significare il genus indiciate di- 
ce De Or. II, 43 « in lite oranda; n II, 66 u in litibus; n III, 109 u lite n — 
per significare il genus deliberativum dice De Or. II, 48; u in Consilio dan- 
do 7i, per il genus demonstrativum De Or. II, 43; 65; e III, 109 u laudato- 
ne* », Cfr. Heinicke, op. e. pag. 19. La voce héou viene tradotta con quae- 
stia, consultatio , propositum , proposita consultalo; la voce vKÓbeait eoo- 
causa, controversia. 

(2) Vedi a pag. 31 di questo volume. 

(8) Vedi a pag. 31 e 74 di questo volume. 
(4) Ofr. pag. 16 di questo volume. 



126 Capitolo Quinto 



no state fin 1 ora tributate concordemente al De Oratore, poi- 
ché noi abbiamo il convincimento che Cicerone adoperò fonti 
greche senza prima aver ordinata la materia che in esse air 
tingeva, ma servendosene man mano che proseguiva nel lavoro, 
e senza riguardo a metter d' accordo ciò che veniva raccoglien- 
do con i criteri che avea prima espresso, o con eguale mate- 
ria che prima avea esposto. 

Infatti nel libro II, 66-73 egli parla della tesi e dell' ipote- ' 
si, concludendo che chi sa trattare una causa, saprà anche per 
analogia trattare il lavoro più facile, la tesi, perciò di questa 
non crede necessario dettar regole: u 69. Hoc in loco ne qua sit 
admiratio, si tot tantarumque rerum ( se. quae thesi continen- 
te ) nulla a me praecepta ponentur, sic statuo: Ut in ceteris 
artibus, cura tradita sint cuiusque artis difficili] ina, reliqua, 
quia aut faciliora aut similia sint, tradi non necesse esse; ut in 
pictura, qui hominis speciem fingere perdidicerit, posse eum 
cuiusvis vel formae , vel aetatis , etiamsi non didicerit , pin- 

gere similiter arbitror in hao sive ratione sive exer- 

citatione dicendi, qui illam vim adeptus sit, ut eorum mentes, 
qui aut de re publica aut de ipsius rebus aut de iis, contra 
quos aut prò quibus dicat, cum aliqua statuendi potestaté au- 
diant, ad suum arbitrium movere possit, hunc de toto ilio ge- 
nere reliquarum orationum non plus quaesiturum esse, quid 
dicat, quam Polyclitum illum, cum Herculem fingebat, quemad- 
modum pellem aut hydram fingeret, etiamsi haec numquam se- 
parati m facere didicisset. v 

In conseguenza di questo giudizio di Cicerone, ogni lettore 
non si aspetta più che nel De Oratore vengano esposte delie 
regole intorno alla tesi. Ma dopo una pagina appena, al § 78 
( ed è sempre lo stesso personaggio che parla, Antonio ) leggia- 
mo: a Dividunt enim totam rem in dnas partes, in causae con- 
troversiam et in quaestiones. Causa m appellante rem positam 
in disceptatione reorum et controversia; quaestionem aufcem, rem 
positam in infinita dubitatone. De causa praecepta dant; de alte- 
ra parte dicendi mi rum si lenti uni est. » Ora domandiamo 
noi: Perchè Antonio si meraviglia che i retori greci non han- 
no dato precetti della tesi, mentre egli poco prima trovava per- 
fino le ragioni per le quali si poteva fare a meno di darne ? 
In conseguenza di questo suo biasimo Antonio quando tratta la 



Il u De Oratore n 



187 



teoria dell' invenzione, e prima di passare al conciliai • al 
mooere , fa una classificazione dei luoghi dai quali si pos- 
sono attingere gli argomenti per provare o confutare ( 
164-173 ). 
La classificazione è questa : 



Argumenta ( ad probandum aut ad refellendum ) 



ex rei vi 



ex iis qu» non heerent in rei natura 



quse ait ree pars eius vocabulum quod eam attingit 



defìnitione 



etimologia 



con iu nota, genera 

parte* subiectae 

similitudines 

dissimilitudines 

contraria 

consequentia 

consentanea 

praecurrentia 

repugnantia 

causae rerum 

qnae ex causi* orba sunt 

maiora 

paria 

minora 



Per l' intelligenza di ciascuno di questi luoghi Cicerone ad- 
duce un esempio, ma non va più oltre. Parrebbe sulle prime 
che ad Antonio volesse far esporre ima compiuta topica orato- 
ria, e invece non gli fa dire altro che il semplice schema da 
noi riportato. 

Più innanzi, nel libro terzo, Crasso biasima i retori del suo 
tempo , i quali attribuendosi il diritto di trattare la tesi, pur 
nondimeno non danno di essa alcun precetto. I retori di un 
tempo non ne diedero perchè giudicarono che essa non fosse 
loro patrimonio , i moderni perchè non sanno darne : u Nunc 



128 



Capitalo Quinto 



enim inopia reticere intellegentur, tum iudicio viderenfcur. n (1) 
Per questo egli si accinge a svolgere la teoria, la quale è la 
seguente, III, 111-118: 



Qu8B8tÌO 



cognitioms 



action is 



coniectura definitio consecutio offici i discept, animo rum permot 



JL quid sit 
2. quee ori- 

go ouiu- 

sque rei 
18. causa et 

ratio 
r 4. immuta- 

tio. 



1. notio 
}2. propri e tas 
i3. divi aio 
*4. descript io 



simpliciter 
1. de e xpe ten- 
do fugien- 
doque. 
[2. de eequo et 

iniquo. 
3. de honesto 
et turpi. 



comparate 
[1. de eodem et alio 
2. de maiore et minore 



É evidente ohe Cicerone, se si fosse proposto nel piano pri- 
mitivo del suo libro di trattare della tesi , non avrebbe fatto 
dire ad Antonio che non era necessario occuparsene di pro- 
posito ; ma pur avendo in seguito accolto il divisamente di 
trattarne, non badò a dare un assetto compiuto alla teoria, in 



(1) Nel libro IIJ , 110 (conveniamo coli' Arnim in op. e. pag. 108-109), 
senza dubbio vi è corruzione di testo. Nel § 109 si parla di Academici e 
Peripatetici che hanno accolto la divisione della materia retorica in 
quaestio e causa] nel § 110 si parla di un 7 altra scuola che si attribuisce 
la quaestio, ma come usurpazione, non come rivendicazione. Ora eviden- 
temente ciò non può riferirsi ad altri che ai retori , quindi nella parola 
hactenus bisognerà leggere rhetorss , ovvero questo vocabolo è caduto 
del tutto dal testo. Non conveniamo coli' Arnim, il quale crede che 
Cicerone abbia attribuito la divisione ermagorea agli academici ed ai pe- 
ripatetici per modo di dire e quasi per nobilitare presso i lettori roma- 
ni la fonte della materia che tratta: chi vieta credere che al tempo di Cice- 
rone quelle due scuole avessero accolta la divisione di Hermagora? non 
è una prova chiara di questo fatto l'esempio di Filone, academico, il qua- 
le- insegnava nella sua scuola il modo di svolgere una tesi ed una ipotesi? 



Il a De Oratore n 129 



modo da far vedere la ragione logica della partizione , e la 
stretta relazione che corre tra questa con «quella dei loci: nel 
De Oratore lo schema dei loci e quello della tesi rimangono 
indipendenti 1' ano dall' altro , mentre sono collegati in modo 
che solamente col porre il primo al servizio del secondo si vede 
1' utilità di tutte e due ie partizioni. Questa connessione rile- 
verà più tardi Cicerone nella sua 7o/>/ca, ma nel De Oratore 
non la nota, perchè assai probabilmente non ha maturata co- 
gnizione della materia. Quando trattò dei loci segui Aristotele, 
come si rileva da II, 160-163; (1) quando trattò della tesi ebbe 
sotto gli occhi un altro fonte, probabilmente 1' opera di Filone, 
come fa dubitare il luogo III, 110. 

Ma non è questo solo il punto in cui Cicerone mostra incoe- 
renza e sdruciture: 

Antonio, I, 126-28 richiede nel!' oratore gran numero di qua- 
lità naturali e acquisite, dichiarando di essere in ciò di accor- 
do con Crasso, a Illud vero quod a te (Crasso) dictum est, 
esse permulta qnae orator a natura nisi haberet , non mul- 
ta m a raagistro adiuvaretur, valde tibi assetìtior Satis 

est enim in ceteris artificiis percipiendis tantummodo similem 
esse hominis et id quod tradatur vel etiam inculcetur, si qui 
forte sit tardior, posse percipere animo, et memoria custodire. 
Non quaeritur mobili tas Unguae, non ce/eritas verborum, non 
denique ea, quae nobis non possumus fingere, facies, vuttus, 
sonus. In oratore autem acumen dialecticorum , sententiae 
' philosophorutn, verba propz poetarum, memoria iuris consul- 
torum, vox tragoedorum, geslus paene summorum actorum 
est requirenti us. Quamobrem nihil in hominum genere rarius 
perfecto oratore invuniri potest. Quae enim singularum rerum 
artifices singula si madiouriter adepti sunt, probantur, ea ni- 
si omnia stimma sunt in oratore, probari non potest. v 

Poco dopo, in 1, 213 non è più d'accordo con Crasso, e si 
contenta di un oratore più modestamente fornito di qualità na- 
turali e di arte: u Oratorem autem, quoniam de eo quaerimus, 
equi de ut non facio eumdem y quem Crassus, qui mihi visus est 



(1) Vedi più innanzi il nostro capitolo che tratterà della Topica ad 
Trebatium. 



190 Capitolo Quinto 



omnium rerum atque artiutn seientiam comprehendere uno o- 
ratoris officio ac nomine; atque eum puto esse, qui et rerbis 
ad audiendum iucundis et sententi is ad proband um accomrno- 
datis uti possa in causis forensibus atque communibus. Hunc 
ego appello oratorem eumque esse praeterea instructum voce 
et actione et lepore quodaui volo, v E seguita quindi a svol- 
gere il suo dissentimento da Crasso con ragionamenti ed esem- 
pi per quasi tutto il rimanente del libro primo. Che Antonio 
contradica nel libro secondo quello che ha detto nel primo, 
nessuna meraviglia, giacché così appunto ce lo vuol rappre- 
sentare Cicerone ; ma non avrebbe mai dubitato Cicerone che 
il suo personaggio avesse cominciato già a contradirsi prima 
ancora che gliene avesse accordato facoltà ! 

Fermiamoci ancora al libro primo, ed esaminiamo il capito- 
lo XXXIV, 154-159 in cui si parla dell'enciclopedia retorica. 

Nei § 157-159, con un certo disordine, si fa parola dell' en- 
ciclopedia dell' esercitazione, del sapere, delle qualità naturali : 
( exercitatio ) * Exercenda est etiam memoria ediscendis ad ver- 
bum quam plurimis et nostris scriptis et alienis. . . . 158. (doctri- 
na ) Legendi etiam poetae, cognoscendae historiae, omnium bo- 
narum artiuin doctores atque scriptores legendi et pervolutan- 
di — (exercitatio ) et exercitationis causa laudandi interpre- 
tandi, corrigendi, vituperandi, refellendi; disputandumque de 
omni re in contrarias partes et, quidquid erifc in quaque re quod 
probabile videri possit, eligendum atque dicenduin 159. ( doctri- 
na ) Perdiscendum ius civile, cognosoendae leges, percipienda 
omnis antiquitas, senatoria consuetudo, disciplina rei publicae, 
iura sociorum, foedera, pactiones, causa imperii cognoscenda est; 
(natura) libandus est etiam ex omni genere urbani tatisfacetiarum 
quidam lepos, quo tamquam sale perspergatur omnis oratio. n 

Sorvoliamo pure sopra questo lieve disordine ; il difetto 
più grave vien dopo, nello svolgimento disordinato ed incom- 
piuto che Cicerone fa della sua enciclopedia retorica. 

Infatti degli studi riguardanti la exercitatio non ne tratta 
più; e di quelli che comprende la doctrina^ dimentica la let- 
tura dei poeti, f Quintiliano invece vi consacra buona parte del 
libro X); tratta dello studio della storia nel libro II, 51-68, 
di quello del diritto, e delle leggi politiche e civili, nel libro 
I, 166-203; degli studi filosofici nel libro III, 56-95. Delle fa- 



// u De Oratore n 131 



cezie ( che avrebbero dovuto far parte di un capitolo sulla 
natura ) tratta nel libro secondo, facendone un capitolo ausi- 
liario alla dottrina della permotio, II, 216-289. 

Della imitatio parla prima nel libro I, 156, inserito non si sa 
perchè questo luogo fra una serie di precetti che riguardano 
la exercitatio; e di nuovo nel libro II, 90-91 a proposito del- 
la itwentio. 

Inoltre Cicerone accoglie la comune divisione della retorica in 
ciuque parti, e noi ci aspettiamo che di esse egli tratti partita- 
mente riguardo ad un genere , per passare poscia a conside- 
razioni relative agli altri generi. Così occupandosi egli anzi- 
tutto del genere giudiziale, comincierà a trattare di esso le par- 
ti retoriche, cioè V invenzione, la disposizione, la memoria, 1' e- 
locuzione, T azione; dopo di che, e soltanto dopo, saranno da at- 
tendere le considerazioni riguardanti i generi deliberativo e di- 
mostrativo. Invece , dopo aver parlato della disposizione nel 
giudiziale, (11,320-332) e prima di passare alla memoria, in- 
serisce una serie di psservazioni intorno agli altri due generi 
"(§ 333-349). 

Fra i quali avea fatto prima escludere da Antonio la neces- 
sità di occuparsi particolarmente dell' encomiastico o dimostra- 
tico che si voglia chiamare : costui infatti nel libro II, 43-60 
sostiene con gl'interlocutori del dialogo che non è necessario 
dar precetti intorno ad esso, e Catulo ne rimane convinto: a Pia- 
ne , inquit Catnlus , adsentior. n Ma poscia non seppe rinun- 
ziare a parlarne ( II, 341-349 ). Cicerone , è vero , ricordò a 
questo punto le parole che prima avea fatto dire ad Antonio 
nei § 43-50, e le richiama; ma ciò nondimeno non tralascia dal 
registrare i precetti che gli erano capitati sotto mano, e che 
gli erauo parsi verosimilmente tanto opportuni da non doverli 
escludere dal libro. 

Perfino nel corso medesimo di uno stesso capitolo, tra la col- 
locazione e il numero da una parte (III, 171-198), e le figu- 
re di pensiero dall' altra ( III, 200-209 ), che egli considera co- 
me elementi dell' ornatus continuatae orationis, inserisce la 
suddivisione dello stile in genus plenum, tenue, mediocre, ( III, 
199) che avrebbe dovuto formare un capitolo a parte insieme 
con ciò che dice della convenienza dello stile in rapporto al- 
l' argomento e agli uditori (III, 210-213;. 



182 Capitolo Quinto 

Chi saprebbe trovare un rimedio a tanto disordine? 

Abbiamo anche notato nel De Oratore ripetizioni non in- 
frequente dei medesimi pensieri, quantunque espressi con sem- 
pre diversa fioritura di parole. Parecchie volbe Cicerone fa l'e- 
logio dell' eloquenza, parla del molto e vario sapere che deve 
possedere l'oratore, delle difficoltà grandissime che deve supe- 
rare per ben riuscire, della moderazione che 1' oratore romano 
deve apportare alla pretesa della universalità del sapere (efr. I, 
21-22, 80-82 con II, 67-68.— 1, 115-117 III, 84 sqq. con II, 84-87 — 
I, 147-169 con II, 96-98). Probabilmente sarà stato per i Ro- 
mani un pregio il poter esprimere ad intervalli lo stesso pen- 
siero con forma diversa, sarà stata una prova di buon maneg- 
gio di arte della parola, in un trattato che appunto di quel- 
1* arte dava precetti. 

Ma non sapremmo in ogni caso spiegarci perchè nel libro I, 
103 Gorgia venga ricordato come il primo che diede esem- 
pio di iattanza nel poter parlare su qualunque argomento gli 
fosse stato proposto, della qual cosa Crasso quasi gli muove 
rimprovero: u Quod primum ferunt Leontinnm fecisse Gorgiam, 
qui permagnum quiddam suscipere ac profiteri videbatur, cum 
se ad omnia, de quibas quisque audire vellet, esse paratum de- 
nuntiaret. Postea vero vulgo hoc facere coeperunt hodieque fa- 
ciunt, ut nulla sit res neque tanta neque tam improvisa neque 
tam nova, de qua se uon omnia, quae dici possint, pofiteantur 
esse dicturos n, laddove nel libro terzo invece il medesimo Crasso e 
Catulo fanno menzione di Gorgia come di uno dei primi gran- 
di oratori sui quali deve modellarsi il vero oratore. ( cfr. III, 
59; 128). 

Dopo tutto questo noi ci domandiamo se fosse veramente 
capace Cicerone di seguire un ordine, e di esporre un sistema 
meditato e coerente in tutti i particolari. 

Noi crediamo di sì, che del resto non si richiedono per ciò 
delle qualità rare o superiori; se non è ordinato dunque e coe- 
rente, vuol dire che non la pensava Cicerone, e in generale tut- 
ti gli scrittori romani, come la pensiamo noi moderni su que- 
sto riguardo. Si trattasse di un' opera d' immaginazione in ver- 
so od in prosa, o di un'opera di riflessione, filosofica o didatti- 
ca o storica, gli scrittori romani non si proponevano di deter- 
minare un piauo generale, prima di accingersi all'opera, o se 



Il * De Oratore » 188 



qualche volta se lo proponevano, modificandolo nel corso dello 
svolgimento, non curavano di metter sempre di accordo ciò che 
stava innanzi con quello che fuori di previsione veniva aggiun- 
to o trasformato. Con siffatto metodo venne componendo Virgilio 
le sua Eneide, come ha dimostrato il mio maestro Sabbadini; 
Livio la sua Storia; e in certo modo Cicerone il De Oratore. 
Diciamo u in certo modo r> perchè nel De Oratore il piano ge- 
nerale fu prestabilito; manca solamente V ordine postumo e de- 
finitivo delle singole parti. 

E se per 1' Eneide si trova la giustificazione del disordine con 
il motivo della immatura 'morte del poeta, per il De Oratore 
Cicerone medesimo ci toglie ogni via alla sua difesa. Nel novem- 
bre del 55 egli scriveva ad Attico ( 4, 13, 2 ): u De libri 8 oratoriis 
factum est a me diligenter: diu multumque in manibus fue~ 
runt, describas lioet n e ancora (13, 19, 4): a sunt eti$m. a de 
Oratore n nostri tres ( libri ) mihi veliera en ter probati : in eie 
quoque eae personae sunt, ut mihi tacendum fuerit; Crassus 
enim loquitur, Scaevola, Antonius, Catulus senex, C. Iulius, fra- 
ter Catuli, Cotta, Sulpicius, etc. v II De Oratore è dunqqe ta- 
le, quale 1' autore volle che fosse. 

Affrettiamoci intanto alla conclusione. 

Quale fu lo scopo che Cicerone si prefisse con questa .sua o- 
pera? 

Si è affermato che scopo del libro è la rivendicazione della 
fama di Crasso e di Antonio, col mostrarli bene informati del- 
le dottrine greche. (1) Noi siamo d'avviso che cosi non la in- 
tendeva Cicerone. 

L' intenzione di presentare quei due grandi oratori valorosi 
nella pratica del dire quanto eruditi nei precetti/ è manifesta, 
anzi espressa dall' autore medesimo (II, 7 ) , ma non è quella 
che informa tutto il trattato. Cicerone mostrava forse Crasso ed 
Antonio educati alle dottrine greche, per mezzo di documenti ó 
prove ? No; solamente per mezzo di un dialogo immaginato da 
lui; dunque i lettori potevano rimanere benissimo col convin- 
cimento di prima, se per avventura erano di opinione che Cras- 



(1) Ciò. De Oratore, comm. A. Cima, Torino 1891, Praef. al libr. II, 
pag. XIX. 



184 Capitolo Quinto 



so e Antonio ignorassero le dottrine greche. E molti erano ap- 
punto di questa opinione, giacche Crasso ed Antonio s' aveano 
fatto nna regola di dimostrarsi, il primo non curante di tatto 
ciò che era greco, il secondo oratore spontaneo , senza studio 
di precetti ( De Or. II, 1 ). 

Si è affermato pure che un secondo scopo ha il libro: abbas- 
sare il sapere dei Greci in confronto di quello dei Romani. (1) 

Questo giudizio ci pare assai meno considerato del primo. 
Cicerone parla con noncuranza che rasenta il disprezzo dei re- 
tori greci, i quali, lontani da ogni pratica della vita, aveano 
consumato il loro tempo a sottilizzare precetti; ma non allar- 
ga questo suo modo di sentire a tutto il patrimonio retorico 
e filosofico della Grecia. Egli sapeva bene quanto alla Grecia 
dovesse la sua arte del dire e dello scrivere, e per tutto ciò che 
riguardava la coltura del pensiero non era antigienico, come 
Catone, il che del resto al suo tempo sarebbe stato un anacro- 
nismo, ma un filellenico convinto. 

0« Harnecker vuol vedere nel libro it semplice scopo didat- 
tico, spiegandosi con ciò il fatto che in esso vengono trattate tut- 
te le parti della retorica, nessuna esclusa; (2) ed Heinicke, che 
pur comprende che non è facile determinare lo scopo del De 
Oratore, si attiene all' opinione di Harnecker, documentandola 
con tutti i luogi dell' opera, nei quali si contengono modi di dire 
convenienti a ohi parla per ammaestrare. (3) Lo scopo didattico 
nel libro e' è, e non poteva mancare; Cicerone voleva apprestare 
ai romani col suo libro un trattato retorico. L' aver tuttavia tra- 
scurato che nel a De Oratore n oltre alla tecnica è esposta an- 
che una metodologia rende manchevole , o solamente parzia- 
le il giudizio di Harnecker e di Heinicke intorno allo scopo 
che si prefisse di raggiungere Cicerone con la composizione di 
quel libro. 

Hans von Arnim (4) ha affermato che Cicerone volle con 
quell'opera divulgare e nobilitare l' ideale sofìstico sostenuto al 
suo tempo in Atene con 1' autorità degli scritti e dell' insegna- 



(1) Cic. De Oratore, com. A. (lima, 1. e. 

(2) Cic. De Oratore, ed. Piderit— Harnecker, Leipzig, 1886, EinL pag. 12. 

(3) Op. e. pag. 56. 

(4) Op. e. passim, e particolarmente pag. 113-114. 



// u De Oratore n 186 



mento da Filone di Larissa. Noi abbiamo già detto quanto oi 
sia, a nostro avviso, di ciceroniano e di filoniano nel a De' O- 
ratore, n ma in ogni caso, dato pure che si volesse accogliere 
senza restrizione alcuna il giudizio di Arnim, esso si riferireb- 
be esclusivamente alla metodologia, non a questa e alla tecni- 
ca insieme. 

E. Norden recente mon te ha scritto che, come Cicerone combattè 
per tener posizione contro una scuola oratoria, così dovette an- 
che lottare contro i retori latini. Il a, De Oratore n è uno scrit- 
to polemico contro costoro (1). I motivi che inducono il Norden 
a questo giudizio sono: 

1. I personaggi principali del dialogo, e il tempo in cui Ci- 
cerone fìnge che esso sia avvenuto. La parte principale è affi- 
data a Crasso, il quale nel 92, nella qualità di censore , pub- 
blicò il noto editto contro i retori; egli nel dialogo ( III, 93) 
ricorda tale editto , e dà le ragioni che lo persuasero a com- 
porlo. 

2.° L* anno in cui è composto il u De Oratore » è il 55; nel 
56 ebbe luogo un processo nel quale L. Flozio Gallo, il mag- 
gior retore latino del tempo, scrisse un* orazione a favore di 
L. Sempronio Atratino, yontro un amico di Cicerone, Celio Bu- 
fo; Cicerone dal lato suo volle assestare un colpo a Flozio col 
suo libro nel quale dava apprezzamento della di lui arte. 

3.° La generale tendenza dello scritto ciceroniano, il quale 
combatte lo sp.-cialismo degli studi e del sapere a favore del- 
la universalità delle cognizioni. I retori erano appunto spe- 
cialisti. 

Ora noi osserviamo che i primi due motivi non hanno tale 
gravità da venir accettati incondizionatamente: se al primo op- 
ponessimo che Cicerone scelse come interlocutori Crasso, An- 
tonio, C. Cesare siccome i più grandi oratori di quel tempo nel 
quale finge sia avvenuto il dialogo, difficilmente potremmo ve- 
nir contradetti; il secondo è molto personale per riscuotere con- 
sentimento. 

Il terzo motivo invece si deve considerare come indiscutibi- 



(1) Die antihe Kunst prosa, Leipzig, Teubuer 1898, I pag. 222 sqq. 



196 Capitolo Quinto 



le, ma in se solo non contiene tutto lo scopo che si prefisse 
di raggiungere Cicerone con V opera sua. 

Considerato dunque che nel a De Oratore n 9ono esposte nn 
metodo e un'arte retorica ad esso informata, non riuscirà dif- 
ficile determinare che scopo del libro fu quello di dica/gare 
un metodo di educazione oratoria e in rapporto a quel meto- 
do indicare i mes^i, che sono necessari per conseguir lode di 
aero oratore. 

\j esposizione di tutta la materia è fatta, con felice scelta, 
in forma di dialogo, il quale contemporaneamente compie la 
funzione di ammaestrare per la forma didattica, e di per- 
suadere con V esempio, per i personaggi che vi son fatti par- 
lare. 

Dopo Cicerone, che noi sappiamo, nessuna scuola filosofica 
in Grecia pretese di educare e formare il vero oratore, (1) ma 
nemmeno i retori si mantennero separati dagli studi filo- 
sofici. 

Il più grande retore latino dopo Cicerone, Fabio Quintilia- 
no, comincia col rappresentarci il giovine da educare all' arte 
oratoria, nella scuola del grammatico, lo fa quindi passare in 
quella di retorica, e in ultimo per completare la sua educazio- 
ne, lo fa assistere ad un corso di filosofìa stòica. Lo studio della 
filosofia divenne dopo Cicerone, presso i Romani , cotnplemen- 
to necessario di qualsivoglia generica coltura della mente. Giac- 
ché nel primo secolo dell' impero, chi non studiava per dedi- 
carsi all' eloquenza dei tribunali, unica specie di eloquenza ve- 
ra rimasta nella vita publica di Roma, si procurava cognizio- 
ni e sapere per esercitazioni declamatorie , o per far giudizio 
di opere altrui. Ora che questa unione tra la filosofia e la re- 
torica sia stato efletto esclusivo dell'opera di Cicerone noi ve- 
ramente non oseremmo affermarlo; incliniamo vedere in ciò u- 



(1) Infatti il successore di Filone, Antioco di Ascalona, pare non abbia 
insegnato retorica; la scuola peripatetica entrò in un nuovo stadio di atti- 
vità, in quello di guidare gli scolari all'interpretazione delle opere di Aristo- 
tele e ad una educazione che avesse riguardo alla vita pratica. Lo stoici- 
smo dell'ultimo celebre stoico, Poseidouto di Apameia, ebbe il carattere 
di dommatismo filosofico accoppiato ad unaqutisi enciclopedia del tempo. 



// u De Oratore » 



137 



na tendenza propria del popolo romano , ma Cicerone per il 
primo disciplinò e ridusse a sistema tale tendenza. 

Da questa nuova fase dell' arte retorica fondata sopra una 
educazione filosofica, derivò non molto dopo quella che fu chia- 
mata seconda sofistica, la quale in fondo non ebbe diverso i- 
deale da quello propugnato da Cicerone, il philosophus orator r 
fornito di cognizioni riguardanti tutte le discipline create dal- 
l' attività dell'umano pensiero. 



BIBLIOGRAFIA PARTICOLARE 



Cioeros Brutus de d'iris oratoribus, erklart von Otto Jàhn, Leipzig, Weid- 

mann, 1849. 

— Brutus, erklart von li. W. Pidbrit; Leipzig, 1875. 

— Bruto, Comm. da P. Ercole; Torino, 1891. 

Weber, Quibus de causis Cicero post libros u De Oratore « editos etiam u Bru- 

tum n scripserit et u Oratorem n ( Progr. di pag. 9) Leipzig, 1880. 
0. Harketker, Cicero und die Attiker ( in Neue Jabrb. fttr Class. Phil. 

voi. 126, 1882 ). 
E. Brode, Die Asinmsche Rhetorik und die Zweite Sophistih ( Rheiu. Mus. 

N. F. 1886. voi. 41 ). 
P. Oachb e S. Piquet, Ciceron et ses ennemis littéraires, ou le Brutus, V O- 

rator, et le De Optimo genere omtorum ( Trad. <!' une préface de M. 

0. Jahn, Berlin, 1869) Paris, 1886. 
Plbssis-Poirot, Calvus, elude biopr. et UMr. etc. Paris, 1896. 
C. Curcio, De Ciceron is et Calci reliquor umque atticorum arte dicendi quae- 

stiones, Acide prope Catinam, 1899. 



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CAPITOLO SESTO 



IL «BUUTUS» 



— La Polemica tra gli Atticisti e Cicerone dà origine al Bruma e al- 
l' Orator — Con quali criteri è trattata nel Brutti* la storia dell' eloquenza ro- 
mana — I punti su cai aggiravasi la polemica — GHuiislo di Connetto Tacito. 



Neil' anno in cui Cicerone si accinse a scrivere il Brutus , 
sul principio del 46 a. 0. (1) cioè, gravi avvenimenti politici 
Io aveano costretto al ritiro dalla vita pubblica: avea combat- 
tuto a Farsalo ; quindi dopo non poco inquieto attendere à 
Brindisi, avea potuto stringere la mano a Cesare ; ma venuto 
in Roma si era accorto del cominciare di una vita nuova. 1/ au- 
torità della parola cedeva il posto alla forza delle armi; V e- 
loquenza politica era da considerare siccome tramontata, e quel- 
la dei tribunali non poteva più soddisfare V attività di Cicerone 
che per età, per sapere, per cariche conseguite, per avvenimenti 
politici, <*ra divenuto uno degli uomini più eminenti di Roma. 

In questo volontario ritiro trovò sollievo e modo di te- 
nersi sempre esercitato nell 7 arte raccogliendo nella sua casai gio- 
vani di più belle speranze, e facendo loro quasi da ifcaestro nella 
declamazione. A Papirio Paeto scriveva: u Hirtium ego et Dolabel- 
lam dicendi discipulos habeo, cenandi magistros. Puto enim te 



(1) A determinare questa data valgono i seguenti luoghi del Bruto : 
§ 119; 166; 171, 212; 248-250. 



140 Capitolo Sesto 



audisse, si forte ad vos omnia perferuntur, illos apud me de- 
clamitare, me apud eos cenitare n (Ad famil. IX, 16, 7) e po- 
co dopo u intellexi probari tibi meum consiliura, quod, ut 
Dionysius tyranuus cura Syracusis pulsus esset , Corinthi di- 
citur ludum aperuisse, sic ego sublatis iudiciis, ainisso regno 
forensi, ludum quasi habere coeperim r\ (Ad farà. IX, 18, 1 ); 
aggiungendo che a siffatta occupazione doveva il ritorno della 
sua salute e il mantenersi della sua facoltà oratoria che si sa- 
rebbe, senza di essa, inaridita: a ipse melior fio, primum va- 
letudine, quam, omissis exercitationibiis, amiseram; deinde ipsa 
illa si qua fuit in me facultas orationis, nisi me ad has ora- 
tiones retulissem, exaruisset n ( 1. e. n. 3 ). Svetonio ricorda e- 
ziandio come scolaro di Cicerone, Pansa; (1) e pare che fra es- 
si si sia anche trovato ad esercitarsi Griunio Bruto. (2) Ma in 
Roma era venuto in moda fra la gioventù, intorno agli anni 
52-48 (3), V alessandrinismo nell' arte poetica e 1' atticismo nel- 
V oratoria. Cicerone professava teorie opposte; riguardo all' ar- 
te del dire egli avea corretto in Rodi, nella scuola di Molone, 
la sua abbondanza di stile, ma era rimasto sempre ricco di pa- 
role e di ornamenti, più del necessario , a giudizio degli atti- 
cisti i quali si proponevano semplicità di forma e riconosceva- 
no in Lysia il loro modello. Ora fra Cicerone e questi oratori 
atticizzanti, quali M. Calidio, C. Licinio Calvo, M. Giunio Bru- 
to, M. Celio Rufo, C. Scribonio Curione, con i quali assenti- 
vano anche G. Cesare e Asinio Pollione, era sorto antagonismo 
di arte fin dalla pubblicazione del De Oratore; (4) il dissenso 
diede luogo ad uno scambio di lettere che non ci sono perve- 
nute; (5) ma quindi a poco a poco la falange degli oppositori 



(lì De rhetor., I: u Cicero ad praeturam usque etiam Gvaece declamila- 
vit, Latine vero senior quoque et quidem cum consulibus Hirtio et Pan- 
sa, quos discipulos et grandes praetextatos vooabat. r. Tutti e tre insieme 
ricorda poi Quintiliano, Inst. XII, 11, 6: « Pan sani, Hirtium, Dolabellam 
in morem praeceptoris exercuit quotidie dicen.s, audiens. n 

(2) Brut., § 23: u Tum ille ... . ; quod mihi nulla res eripiet te prae- 
sertim tam studioso et diligenti direndi utagistro. n 

(3) Vedi su questo riguardo il nostro studio De Cicevonis et Calvi etc. 
pag. 25 sqq. 

(4) Schanz, Geschichte der Róm, Lit. I, 231. 

(5) Le ricorda Cicerone medesimo, ad FamiL XV, 21, 4, e le lesse Taci- 
to, Dial. 18 u legistis utique et Calvi et Bruti ad Ciceronem missas epi- 



// u Brutus n 141 

era ingrossata in modo da minacciare Cicerone di detroniz- 
zarlo dal posto di primo oratore romano. Perciò egli contro 
di essa volle difendersi per non lasciarsi sopraffare. Questa 
difesa compì con due nuove opere, il Brutus e V Orator, e con 
la traduzione di due orazioni greche, 1' una di Demostene a per 
la Corona » , 1' altra di Eschine a contro Ctesifonte ». Ci è ri- 
masta solamente la prefazione, che va sotto il titolo di De 
Optimo genere dicendL 

Il dissenso degli atticisti non era circa tutta intiera la teoria 
di Cicerone, ma per alcune parti di essa, e propriamente per 
la imitazione nella metodologia, e per V elocuzione e V astone 
nella tecnica. (1) A confutare la loro dottrina intorno a questi 
punti speciali Cicerone fa servire la sua storia degli oratori ro- 
mani, alla quale naturalmente venne intessendo dei brani di 
polemica, tutte le volte che gli parve opportuno. 

La materia storica è così distribuita: 

In tutta la sua estensione , che va dalle origini fino a Ci- 
cerone, vale a dire, nell' opionione stessa dello scrittore, dal 
cominciare dell' arte fino al suo massimo perfezionamento in 
Roma, vengono segnalati due periodi di fioritura oratoria: il 
punto culminante del primo viene rappresentato da Crasso 
ed Antonio; il massimo splendore del secondo da Cicero- 
ne. £ poiché ogni periodo abbraccia uno spazio non breve di 
anni, ( il primo più di cento, dalle origini fino al 100 a. C. ; 
il secondo più di cinquanta, dal 100 al 46 a. C. ) così vengo- 
no notate in ciascuno varie età, secondo il progresso dell' arte. 
Nel primo l'età di Catone il censore, poi quella di Galba 
con Lelio e Scipione; quindi di Lepido, di Ti. Gracoho, e 
Carbone, finalmente di C . Gracco che prepara V ultimo pas- 
saggio ad Antonio e a Crasso, il vero creatore di una prosa 
oratoria artistica; nel secondo due solamente: di Sulpicio e 



stulas, ex quibus facile est deprehendere Calvum quidem Ciceroni visum 
exsanguem et attritum, Brutum autein otiosum atque ditrìunctum; rursus- 
que Ciceronem a Calvo quidem male audisse tanquam solutum et ener- 
vem, a Bruto autem, ut ipsius verbi s utar, tanquam frac t una atque elum- 
bem. r> 
(1) Vedi il nostro studio citato, pag. 28 sqq. 



142 Capitolo Sesto 



Cotta la prima; di Ortensio e Cicerone la seconda. (1) 
Queste varie età sono discorse con l' intendimento di mostrare ai 
lettori che da Catone in poi ognuna di esse avea prodotto, fra 
moltissimi mediocri, appena uno o due grandi oratori, i seguenti 
sempre migliori dei precedenti a misura che le teorie greche 
venivanodiffondendosifraiBomani.il giudizio critico è fatto 
alla stregua di quanto ciascun oratore si avvantaggiò in ognuna 
delle quattro parti in cui si divideva la metodologia: qualità 
naturali, sapere, scuola, esercizio; e nelle cinque ohe costitui- 
vano la tecnica. 

Va da se che in ogni oratore Cicerone non indaga fino a qnal 
punto e come sia stata rappresentata ciascuna di quelle parti; 
egli ferma solamente 1' attenzione su quelle che meritano di 
venir valutate o segnalate all' ammirazione dei posteri. 

Con tal metodo critico Catone ci vien rappresentato sicco- 
me grande oratore del suo tempo, non massimo. Uomo di ge- 
nio , avea sortito buone qualità naturali : u quis ilio gravior 
in laudando? acerbior in vituperando? in sententiis argu- 
tior? in docendo edisserendoque subtilior?» (§65); ma non 
o* era in lui il frutto di una scuola; il suo naturale ingegno io 
avea condotto a quei risultati oratori i che ottenne. C era tut- 
tavia l'esercizio, giacche ni leggevano di lui più di centocinquanta 
orazioni; e' era anche il sapere, giacche oltre che oratore, fu uomo 
politico, fu generale, senatore, scrittore di storie, di trattati di- 
dattici. Catone dunque è un grande oratore dell' epoca in cui 
visse, sarebbe stato anche il primo se non avesse mancato di 
scuola; nel ohe fu superato da Servio Sulpicio (foiba 
che, conoscitore di tutti i lenocinii dell' arte, fu 1' oratore in- 
superabile del tempo, a . . . . Servi us Galba eloquenti a praesti- 
tit; et nimirnm is princeps ex Latinis illa oratorum propria 
et quasi leciti tua opera tractavit, ut egrederetur a proposito 
ornarteli causa, ut delectaret aniuios, ut permooerel, ut auge- 
ret rem , ut miserationibus , ut cotnrnunibus locis uteretur. r> 
(§82) Cicerone leggeva nei libri di Kutilio che Galba avea 



(1) Questa distinzione chiara ed esatta fece Piderit, Brwtus de Claris 0- 
ratoribus erkl.; Leipzig 1875, Einlettung, pag. 5-6 ; ed Inhalts^Uebersieht, 
pag. 38-40; vedi anche P. Ercole, Il Bruto, testo riveduto ed illustrato; To- 
rino 1891, Sommario pag. 1-2. 



Il u Brutus n 143 



guadagnato tutte le cause affidate al suo patrocinio, e conclu- 
deva per ciò con 1' affermazione che vale più nelP oratore il 
saper commuovere gli uditori, anziché il dimostrare la verità: 
u Ex hac Rutilii narratione suspicari licet , cum dnae sum- 
mae sint in oratore laudes, una subtiliter disputandi ad docen- 
duni, altera gravi ter agendi ad animos audientium permoven- 
dos, multoque plus proficiiat is, qui inflammet iudicem, quam 
ille qui doceat, elegantiam in Laelio, vim in Galba fui ss e. » 
(§89). 

C. Lelio e Scipione minore, i due inseparabili amici, fu- 
rono contemporanei di Galba; oratori di tendenze alquanto di- 
verse. Nelle orazioni dell' uno e dell' altro ammira vasi la stes- 
sa gravità, ma Lelio preferiva vocaboli antichi, sicché dava al 
suo discorso un colorito che lo faceva sembrare ispido e anti- 
co, più che non facesse Scipione nei suoi scritti. Del resto co- 
me tutti convenivano nell' assegnare il primato a Scipione nel- 
1* arte militare, cosi erano d' accordo i Romani nel dare la prio- 
rità a Lelio per sapere e arte oratoria ( § 83-84 ). 

Più giovine di Galba fu M . Emilio Lepido, il primo che 
introdusse nell' elocuzione, seguendo gli ammaestramenti dei 
Greci, 1' arte di combinale le parole in modo da evitare I' a- 
sprezza dei suoni, e di arrotondare armoniosamente il perio- 
do (§96). Suoi assidui scolari furono C. Carbone e Ti. 
Gracco i quali sarebbero stati gloriosissimi se avessero avu- 
to nel reggere la cosa pubblica tanta mente, quanto ebbero 

ingegno nel parlar bene: u fuit uterque summus orator; 

nam et Carbonis et Gracchi habemus orationes uondnm satis 
splendida» verbis, sed acutas prudentiaeque plenissimas. Fuit 
Gracchus diligentia Corneliae matris a puero doctus et Grae- 

cis litteris eruditus Sed ei breve tempus ingenii augen- 

di et declarandi fuit; (Jarbo, quod vita suppeditavit, est in mul- 

tis iudiciis causisque cognitus noster L. Gellius . . . . ca- 

norum oratore in et volubili* ni et satis neretti atque eundem et 
cehementem et valde dulcem et perjacetum fuisse dicebat: ad- 
debat industriimi etiam et diliijentein et in exercitationibus 
commentai ionibusijiw multimi operae solitum esse ponere. n 
(§ 104-105). 

Di gran lunga superiore a questi due fu 0. Gracco, del qua- 
le anzi si deve dubitare chi potesse in quel tempo stargli a 

io 



144 Capitolo Sesto 



fronte por eloquenza. Fu grave iattura per le lettere latine 1' u- 
ver volato amare più il fratello che la republica ! « grandts est 
verbis, sapiens sentenliis, genere tota graois : manus extrema 
non accessit operi bus eius: praeclare incohata multa, perfecta 
non piane, n ( § 126 ). 

Dopo C. Gracco, fra moltissimi mediocri, buoni solamente chi 
per un riguardo , chi per un altro , furono grandi oratori M. 
Antonio e Lio. Crasso, i primi romani che elevarono l'e- 
loquenza a quell' altezza alla quale 1' aveva portata il genio 
greco. 

In Antonio era ammirabile il dono della memoria e dell' a- 
zione; non era di elegantissima elocuzione, ma del resto nella scel- 
ta delle parole, nelle quali egli cercava l'effetto piuttosto che 
la grazia, nel modo di collocarle, nella struttura dei periodi 
tutto era calcolato, diretto dall'arte. Eccelleva sopratutto nel- 
1' abbellire i suoi pensieri con smaglianti figure, per il che De- 
mostene , superando tutti , era stato giudicato oratore sommo. 
Antonio dunque fu grande oratore perchè possedette molte 
qualità -che adornavano Demostene, e perchè a lui, più di ogni 
suo predecessore latino, si avvicinò, u Omnia veniebant Anto- 
nio in mente ni; eaque quo quaeque loco, ubi plurimum profi- 
cere et valere possent . . . Erat memoria sunima, nulla medi- 
tationis suspicio: imparatus seni per aggredì ad dicendum vide- 
batur, sed ita erat paratus, ut iudices, ilio dicente, nonnum- 
quam viderentur non satis parati ad cavendum fuisse. Verba 
ipsa non illa quidem elegantissimo sermone; itaque diligenter 
loquendi laude carni t; .... sed tamen Antonius in verbis et 
eligendis, neque id ipsum tam leporis causa quam ponderis , 
et collocandis et comprehensione devinciendis nihil non ad ra- 
ti onem et tainquam ad artem dirigebat; ve rum multo magis hoc 
idem in sententiarnm ornainentis et confprmationibus . . . Sed 
cum haec magna in Antonio tu in actio singularis. . . n (§ 139-142). 

Crasso non riusciva inferiore nel confronto con Antonio, 
ciascuno dei due eccelleva per doti particolari : in Crasso, alla 
gravità e air urbanità delle facezie si congiungeva accurata ed 
elegante dizione, e nel dare la spiegazione di un vocabolo, nel 
formulare una definizione , neir esplicare il concetto di equità 
non si poteva desiderare ingegno più abbondante del suo: 
u erat summa gravi tas; erat cum gravitate iunctus facetiarum 



// u Brutti* n 146 



et urbanitatis oratorius non sourrilis lepos, labine loquendi ac- 
curata, et sino molestia diligens elegantia; in disse rendo mira 
explicatio; cum de iure civili, cum de aequo et bono disputa- 
retur, argnmentorum et similitndinum copia. .; in interpretan- 
do ? in definiendo , in explicauda aequitate, nihil erat Crasso 
copiosius. 7) ( § 143-144 ) Anche Crasso, se al suo tempo fossero 
state diverse scuole di eloquenza, avrebbe voluto appartenere 
ad una demostenica, anziché ad una attica-lisiaca: u Paratus 
igitur veniebat Crassus, exspectabatur, audiebatur; a principio 
statini, quod erat apud eum semper accurati! m , exspectatione 
dignus videbatur ; non muha iactatio corporis, non inclinatio 
vocis, nulla inambulatio, non crebra supplosio pedis; vehemens 
et interdum irata et piena iusbi doloris oratio, multae et cum 
gravitate facetiae; quodque diffìcile est, idem et perornatus et 
perbrevis. Iam in altercando invenit parem neminem. Versatus 
est in omni fere genere causarum; mature in locum principum 
oratori! m venit » ( § 168 ). 

Insieme con Antonio e Crasso, Cicerone ricorda Q. Se e voi a, 
giurisperito acutissimo piuttosto che facondo oratore, u orator 
in hoc interpretandi, explanandi, edisserendi genere mirabilis, 
sic ut simile nihil viderim ; in augendo, in ornando, in refel- 
lendo magis existimator inetuendus quam admirandus orator n 

(§ 146). 
Crasso ed Antonio ebbero due valorosi imitatori contemporanei, 

Ser. Sulpicio e C. Cotta; mancava però a Cotta la forza di 
Antonio, a Sulpicio la piacevolezza di Crasso. Tuttavia quando 
non si poteva ricorrere a quei due sommi, non erano in Roma 
migliori oratori che questi altri, i quali aveano molto diversa 
indole ed ingegno: u Inceniebat igitur acute Cotta, dicebat pu- 
re ac solute; et ut ad infirmitatem laterum perscienter conten- 
tionem omnem remiserat, sic ad virium imbecilli tatem dicendi 
accommodabat geuus. Nihil erat in eius oratione nisi sincerum, 
nihil nisi siccum atque sanum: illudque maximum, quod cum 
contentione orationis fìectere ani ino s iu ili cu m yix posset nec 
omnino eo genere diceret, tractando tauien impellebat, ut idem 
facerònt a se corninoli quod a Sulpicio concitati. Fuit enim 
Sulpicius vel maxime omnium quos qnidem ego audiverim, gran- 
dis et, ut ita dicam, tragica* orator. Vox cum magna tum 
suavis et splendida; gestus et uiotus corporis ita venustus, ut 



146 Capitolo Sesto 



tamen ad forum, non ad scaenam institutus videretur; incita- 
ta et volubilis uec ea reduudaus tamen neo circumfluens o- 
ratio. fi (§202-203). 

A Sulpicio e Cotta tenevan dietro Filippo e Cesare, e quin- 
di molti altri, ma intanto sorse Ortensio, il quale segna il pri- 
mo passo dell' ultimo fiorire e del massimo perfezionamento nel- 
1' arte oratoria. Ortensio fu di memoria inesauribile, tanto che 
ritrovava le idee senza mai scrivere, con le parole medesime 
con le quali le avea concepite; non trascorreva un giorno nel 
quale non parlasse nel foro o non si esercitasse nel suo stu- 
dio domestico. Due qualità almeno erano a lui particolari, le 
divisioni con le quali segnava i diversi punti della sua ora- 
zione, le ricapitolazioni, nelle quali nulla ometteva di ciò che 
dagli altri e da lui era stato detto. Elegante nello scegliere e- 
spressioni colorite , nel tornire periodi armoniosi ; di inesau- 
ribile facondia; niente dimenticava, nel trattare la causa, di ciò 
che era utile alla confermazione od alla refutazione; avea voce 
dolce e canora, e appena un po' di studio poteva notarsi nel 
gesto, fra altre qualità che pur disciplinate dall' arte, aveano 
tutta 1' apparenza della spontaneità. ( § 301-303 ). 

Ma con Ortensio non si poteva dire che 1' arte oratoria aves- 
se raggiunto il suo più alto grado in Roma; non c'era stato 
ancora un oratore il quale si fosse applicato agli studi letterari 
con larghezza maggiore di quanta la comune classe delle per- 
sone colte ne solesse adottare, e avesse abbracciato gli studi 
della filosofìa ad un tempo, e quelli del diritto e della storia 
nazionale; che sapesse sollevare 1' animo dei giudici, sicuro di 
vincere V avversario, volgendoli ad ilarità, e che con maestria 
la questione particolare facesse rientrare in una di ordine ge- 
nerale, intessendo a scopo di diletto una digressione, e che in- 
fine sapesse volgere 1' animo dei giudici e degli uditori a quel- 
lo stato che a lui piacesse e riuscisse vantaggioso (§ 322). 
L' oratore che riunì tali qualità fu Cicerone. 

Da Catone a Cicerone dunque V eloquenza in Roma segna 
uno svolgimento di arte, la quale da umili origini, ma poste 
su saldo fondamento d'ingegno e cultura, si avvia continuamen- 
te verso il tipo dell' eloquenza demostenica , non verso quolla 
di Lysia. E lo spontaneo svolgimento non era stato determi- 
nato fin' allora dal capriccio di pochi oratori e di una scuola. 



Il u Bruttai n 147 



ma dal modo co] quale la vita pubblica e privata in Roma si 
esplicava. 

Ora se gli atticisti si opponevano a quel naturale corso di 
arte oratoria, è chiaro che volevano compiere non una corre- 
zione o una riforma, ma un deviamento impossibile. In questa 
condizione appunto ce li rappresenta Cicerone : esso antesigna- 
no dell' arte nazionale, prodotto delle tendenze e dei bisogni 
della città di Roma, corretti le une e gli altri dagli ammae- 
stramenti della buona ed alta eloquenza greca, quelli portavoce 
di un indirizzo esotico che non scaturiva certamente dall' indo- 
le del popolo romano, e nemmeno riusciva a riscuoterne 1' ap- 
provazione pur momentanea. 

A siffatto ordine di idee viene intessuta in diversi luoghi 
del libro la parte polemica, di cui rimane ora che determinia- 
mo i punti sui quali essa si fondava. 

Per noi moderni, prima di andare innanzi nella ricerca , si 
presenta un quesito di non poca importanza: Api libri di Cicerone 
apprendiamo quale fosse stata la sua teoria retorica; è egli del 
pari possibile apprendere la teoria atticista da qualche scrittore 
seguace di quell' indirizzo , per procedere quindi a sicuro con- 
fronto? Nessuno scritto di atticista romano ci è pervenuto, sia 
teorico, sia oratorio, tranne pochi e insufficienti frammenti di 
orazioni; dobbiamo perciò rivolgerci a Cicerone per sapere ciò 
che pensassero i suoi contradittori intorno alla loro arte. Cice- 
rone, malgrado parlasse di teorie opposte alle sue, fu onesto scrit- 
tore; non ce le presentò quindi con aspetto diverso da quello 
che in verità aVeano. Infatti egli dei modelli, dell' elocuzione, 
dell' azione dell' atticismo rileva quei caratteri che gli attribui- 
scono Dionisio e Quintiliano: il consenso ci dice che Cicerone 
non svisava; fu veramente critico nel tempo stesso che era av- 
vocato della causa sua. D' altronde nel lìrutus erano interlo- 
cutori Bruto ed Attico, il primo atticista convinto; 1' Orator, 
in cui più tardi tornava sulla questione e in cui veniva diste- 
samente esposta la teoria degli atticisti, Cicerone lo dedicò a 
Bruto; era necessario perciò che Cicerone nobilitasse \piuttosto 
l'atticismo nelle sue leggi teoriche, anziché deprimerlo, per 
guadagnarsi, non fosse altro, la fiducia dei lettori atticisti e 
non atticisti. 

Gli atticisti dunque si proponevano come modelli da imita- 



148 Capitolo Sesto 

re, Thucydide. Lysia ed anche Senofonte ( cfr. Brut. § 63-68; 
287-288; Orat. § 28 sqq. ). Riguardo all' elocuzione si studia- 
vano di mantenersi costantemente nel genere umile, imitando 
la consueta e familiare conversazione , mostrandosi . secondo 
F immagine di Cicerone, non di molta vigoria e di energica 
tempra, ma tuttavia di buona e sana costituzione. Non accet- 
tavano, e quindi non praticavano le regole del numerus, ma nel- 
la loro voluta negligenza era qualcosa che indicava che 1' ora- 
tore, il quale conosceva già 1' arte degli altri, la trascurava a 
favore del contenuto dell' orazione. Allontanati gli abbellimen- 
ti esteriori rimaneva però elegante e terso il loro dire, pura- 
mente latino, ordinato, e perciò chiaro. Essi non disdegnavano 
le facezie e i sali oratori (cfr. Orat. § 76 sqq.). Riguardo al- 
l' azione si tenevano lontani da ogni atteggiamento tragico o 
scenico, con disinvolta semplicità aggiungevano qualche movi- 
mento del corpo, ma si affidavano soprattutto all' espressione 
del volto, eloquente interprete dell'animo (cfr. Orat. § 86). 

Contro siffatte teorie è facile prevedere quanto vantaggio Ci- 
cerone potesse procurare al suo partito per mezzo della storia 
e un po' anche per mezzo del ragionamento. 

La storia dell' eloquenza greca e della romana ammaestrava 
che i trionfi oratori erano stati conseguiti da chi parlando al 
popolo o ai giudici si era sollevato fino alla grande arte demo- 
stenica, non rimanendosi in quella umile di Lysia. Gli attioi- 
sti non comprendevano, al dire di Cicerone, essere un fatto ne- 
cessario quello registrato dalla storia, cioè che a Demostene, 
quando parlava, si accorreva da tutfca la Grecia per ascoltarlo; 
laddove i pretesi atticisti, quando pronunziavano le loro arrin- 
ghe, venivano abbandonati dagli uditori: potevano andare sol- 
tanto ai processi sommari del comizio a difendere il cliente di- 
nanzi al giudice in piedi; il tribunale richiede ben altri polmoni. 
Questo avrebbe dovuto accadere all'oratore: u, quando si sparge 
la voce che egli parlerà, sia pieno l' uditorio fin nei posti degli 
uscieri e degli scrivani, sia attento il giudice; al cominciare 
dell' orazione facciano tutti profondo silenzio; spesso si ascol- 
tino approvazioni, voci di encomio, e segni di ilarità o di pian- 
to n. In ciò consisteva il vero parlare attico, come si narrava 



Il u Brutus n 149 

di Pericle, d' Hy paride, di Esebi ne , di Demostene sopratatto. 
( cfr. Brut. § 289-290 ) (1). 

Ora so a un oratore romano fosse riuscito di fare in Soma ciò 
ohe Demostene avea fatto iu Atene, per necessaria conseguen- 
za bisognava convenire che costui era il vero, o almeno il più 
vicino al vero oratore, tanto più meritevole di lode in con- 
fronto agli atticisti, quanto più costoro se ne allontanavano. 

Passando Cicerone dalla parte generale della questione a quel- 
la tecnica, trovava da osservare che in rapporto ai modelli che 
si proponevano da imitare, Thucydide era male scelto: uOptime, 
si historiam scribere, non si oausas dicere cogitatis. Thncydi- 
des enim rerum gestarnm pronuntiator sincerus, et grandis e- 
tiain fuit, hoc forense, concertatori um, iudiciale, non tractavit 
genus. Orationes antera, quas interposuit (multaeenim sunt), 
eas ego laudare soleo; imitari neque possi m, si velini, neo ve- 
lini fortasse, si possi m t> (§287). Lysia era buon modello, ma 
male imitato dagli Atticisti : u Habet enim certos sui studio- 
sos, qui non tam habitus corporis opimos quam gracilitates 
consectentur, quos, valetudo modo bona sit, tenuitas ipsa de-* 
lectat — quamquam in Lysia sunt saepe etiam lacerti, sic ut 
fieri nihil possit valentius; verum est certe genere toto strigo- 
aior — ri e più innanzi: u Atque utinam imitarentur nec ossa 
solano, sed etiam sangui nem ! n (2) 

La cattiva, o almeno parziale imitazione di Lysia è già un'an- 
ticipazione di ciò che Cicerone biasimerà nello stile degli av- 
versari i. Il loro stile infatti avea queste tre caratteristiche: 



(1) La questione che vuol porre Cicerone riguardo al significato della 
parola atticismo, e la conseguenza che egli ricava dal suo ragionamen- 
to § 286, che anche lui era atticista, non ha alcuna relazione con la so- 
stanziale differenza dei due indirizzi. Il ragionamento di Cicerone è da 
avvocato, non da critico, in questo punto. Che vale dire che anche lui 
era atticista? Professava dottrine contrarie o no? qui stava la sostanza 
della questione, quindi la soluzione che egli cava nei luogo ricordato non 
aggiunge né toglie nulla agli altri argomenti di cui si vale per vincere 
i contrari. 

[2) Il confronto che fa Cicerone tra Catone e Lysia deve riguardarsi sem- 
plicemente come mezzo, poco felice in vero, di fare una tirata contro V i- 
gnoranza delle patrie lettere. Noi non dubitiamo nemmeno un momento 
che Cicerone trovasse sul serio rapporti di somiglianza fra quei due ora- 
tori. 



160 Capitolo Sesto 



ieiunttas, siccitas, inopia, verniciate con un cotal colorito di 
politezza, di urbanità, di ricercatezza ( § 285 ); inoltre non era 
regolato dal numerus, il che per essi era arte : artificio piut- 
tosto, a giudizio di Cicerone, il quale pensava u facilius est enim 
apta dissolvere, quam dissipata connectere n ( Orat. 234-36 ). 
j Su questo punto egli potrebbe venir redarguito da noi di po- 
ca coerenza, perchè mentre ci rappresenta in generale gli At- 
ticisti come oratori di vedute limitate e di arte umile, ( § 289 
u at cum isti Attici die un t, non modo a corona, quod est ip- 
sum miserabile, sed etiam ab advocatis relinquuntnr. Quare si 
anguste «et exiliter dicere est Atticorum, sint sane Attici, sed 
in comitium veniant, ad stantem iudicem dicant n } quando giu- 
dica particolarmente i più cospicui seguaci di quella scuola, 
nota nell' elocuzione e nell' azione di essi non pochi caratteri 
che appartengono alla teoria deli 7 eloquenza demostenica, an- 
ziché a quella lisiaca. Ma piuttosto che contradizione, noi 
incliniamo a vedere in ciò onestà di critico ed abilità di av- 
vocato : onestà in quanto non taceva delle buone qualità che 
nei loro scritti ammiravansi ; abilità in quanto lasciava intra- 
vedere ai lettori, dal modo con cui finamente solleva il dubbio, 
che se quei giovani d'ingegno, quali Calidio , Caelio , Calvo 
sopratutto, avessero seguito la scuola oratoria da lui rappre- 
sentata , avrebbero acquistato certamente lode di vera elo- 
quenza. Valga, per riportare un solo brano, questo in cui giu- 
dica V elocuzione di Calvo : § 283 u Sed ad Calvum (is enim 
nobis erat propositus ) revertamur, qui orator fuit et cum litte- 
ris eruditior quam Curio, tura etiam accurati us quoddam di- 
cendi et exquisitius adferebat genus, quod quamquam scien- 
ter eleganterque tractabat, ni unum tamen inquirens in se atque 
ipse sese observans metuensque, ne vitiosum colligeret, etiam 
verum sanguinem deperdebat. Itaque eius oratio ninna religio- 
ne attenuata doctis et attente audientibus erat illustrisi a mul- 
titudine autem et a foro, cui nata eloquentia est , devoraba- 
tur. n Più larghi di lode riguardo all' elocuzione degli atticisti 
sono i critici posteriori che poterono leggere le loro orazioni, 
quali Seneca il vecchio. Tacito nel Dialogo degli oratori che 
gli si attribuisce, e Quintiliano; i quali inoltre dell' aziono di 
di alcuni atticisti rilevano caratteri che sono in aperta contra- 
dizioue con ciò che richiedeva la scuola cui appartenevano: Ce- 



Il u Brutti* n 151 



lio era violento , Calvo qualche volta fiacco , ma più spesso 
animato e perfino audace. (1) 

Cicerone poteva infine opporre agli avversari che tenevano 
ad essere puristi nella lingua, il giudizio che dell'opera sua 
di scrittore avea dato Giulio Cesare, il quale rivolgendosi a lui 
in un dotto trattato sulla lingua latina, così si era espresso: 
u Ac st\ ut cogitata praeclare eloqui jtossent, nonnulli stu- 
dio et usti elaboracela nt 9 huius te paene principem copiae at- 
qtte inventoreai, bene de nomine ne dignitate populi romani 
ìneritum esse existiutare debemus. n ( § 253 ). Poteva anche op- 
porre a loro i successi ottenuti in molte cause, sopratutto per 
il calore della sua azione ( Brut. § 277-78 ); ma per noi rimane 
tuttora equo ed esatto il giudizio che di questa polemica diede 
Tacito: Cicerone e gli Àtticisti seguono in fondo un' unica scuo- 
la, sebbene 1' uno non si assomigli nella specie all' altro; fra i 
greci si dà il primato a Demostene, e quindi gli tengon dietro 
Eschine, Hyperide, Lysia; fra i romani il primo posto tocca a 
Cicerone, dopo di lui vengono Calvo, Asinio, Cesare, Celio e 
Bruto. La polemica avea il suo vero fondamento nelle relazio- 
ni e nelle vicende politiche e private che passarono tra Cice- 
rone e gli Àtticisti, ma fu trasportata nel campo dell' arte ora- 
toria. (2) Rimase a Cicerone che parlò ultimo, il merito di aver 
avuto ragione. 

Se il pensiero ohe inspirò ed informò dal primo all' ultimo 
capitolo quest' opera di Cicerone è quello che abbiamo esposto 
( e chi legge il libro senza perdersi dietro ai particolari non 
ne troverà altro ), (3) il Brutus si deve considerare come la se- 



(1) Vedasi il nostro studio citato, per tutto il cap. 3° pag. 85-72. 

(2) DiaL de Orai. Gap. 26. 

(3) Schanz M. op. e. pag. 234 crede che lo scopo del libro sia indicato 
nella parte V, 20 «. . . quando esse coepissent, qui etiam et quales fuis- 
sent n e in queste altre, § 244 u volo hoc perspici , omnibus conquisi tia 
qui in multitudine dicere ausi si ut, memoria quidem dfgnos perpaueos, 
verum qui ornai no nomen habuermt, non ita multos fuisse ». Ma è chia- 
ro che il primo luogo indica semplicemente quale sarà la materia del li- 
bro, non lo scopo con cui essa verrà trattata; il secondo contiene lo stes- 
so pensiero posto in capo al De Oratore I, 6-23, e potrebbe considerarsi 
come la dichiarazione dello scopo del libro, se noti gli mancasse una par- 
te essenziale, presso a poco di questo tenore: u sono pochissimi gli ora- 



152 Capitolo Sesto 



conda parte di una trilogia retorica, che era cominciata con il 
De Oratore e dovea chiudersi con V Orator. Non si pensi pe- 
rò che noi vogliamo atbribnire a Cicerone un piano prestabi- 
lito e svolto di poi con quei tre trattati; giacché i due ultimi 
furono scritti per ragioni particolari, come abbiamo veduto per 
uno, e come vedremo in seguito per 1' altro. La connessione 
consiste in ciò che il De Oratore contiene il fondamento teo- 
rico en cui è costituita dall' un cantò la critica storica nel 
Brutus, dall' altro la critica estetica dello stile e del numero 
neir Orator. 

Questa connessione fn veduta dal Fiderit, studioso vero ed 
intelligente delle opere retoriche di Cicerone (1), ma non fu de- 
terminata, ciò che abbiamo voluto far noi, né da lui né da al- 
tri, (2) perchè alla parte polemica si è attribuito comunemen- 



tori degni di memoria, pochi quelli che ebbero un certo nome, perché a 
divenire oratore gravide è necessario appartenere a quella scuola che io ho 
propugna/o sempre con la teoria e ra» l'esempio pratico n. P. Ercolk, // 
Bruto, testo riv. ed ili* Torino 1891 fntrod. pag. IX è più nel vero, seb- 
bene per eccesso di prudenza comprenda più co^e che non sarebbe ne- 
cessario, quando assegna tre tini al Brutus: « insegnare agli atticisti, 
i quali nel loro entusiasmo per i Greci ignoravano le glorie nazionali, 
che anche in Roma e' era stata e continuava ad esserci un' eloquen- 
za degna di essere annoverata ni pari delia greca; dimostrare che que- 
st' eloquenza aveva raggiunto con lui la maturità e perfezione , solo 
dopo lungo tempo e dopo l'opera di molti oratori insigni, i quali l'ave- 
vano man mano arricchita di nuovi pregi; esortare Bruto a coltivare con 
amore quest' eloquenza, per conservarne pura ed intatta la gloria dagli 
assalti di quelli che cercavano trascinarla nel fango n. Pel primo fine in 
verità si corre il rischio di attribuire a Cicerone un compito che non si 
era proposto: gli atti eia fi erano persone colte e conoscevano le glorie na- 
zionali; Cicerone al più poteva proporsi di presentare e spiegare quelle 
glorie con principi retorici da lui professati; il secondo fine è formulato 
in modo assai generico, bisognava deterrai miro quali fossero stati quei 
nuoci pregi; al terzo bisognerebbe togliere l'ultima espressione, giacché 
gli Atticisti non erano poi tali da trascinare nel fango l'eloquenza latina. 

(1) Brutus de CI. or. erklàrt vou K. W. Pidrrit; Lepzig, 1876 Einleitnng m 
pag. 1 fondandosi giustamente sul luogo di Cicerone, De Dkin. II, 1, 4 
u nostri quoque Orai orti libri ... n Cfr. anche O. Jahk, op. e. Fini. png. 6. 

(2) 0. Jahn, Brutus de CI. or. eklart, Leipzig 1849; Einleitung^ pog. X, 
ha buone parole su questo riguardo, ma poche e appena sufficienti, 
sfornite di dirno.strazione: « Cicero behandelt, wie ì>chon bemerkt ( dove? ) 
die Geschi elite der Beredsamkeit von einem einseitigen Standpunkt, der 



// u Brutti* n 163 



te un' importanza secondaria, 1' ufficio di digressione per av- 
vivare il dialogo, (1) non quella di ragione determinante dell'o- 
pera e del metodo che la informa. (*) 



ihui die mòglichste Vollst&ndigheit in der Aufzahluug dei* Redner und 
die gunstige Beurtheiluug derselben gestattet ». L' Jahti avrebbe dovuto 
dichiarare almeno in che consisteva 1' einseitigen Standpunkt. 

P. Ercole nella fntroduzwne premessa alla ediz. citata innanzi , trat- 
ta varie questioni riguardanti l'opera di Cicerone, non questa che a 
nostro avviso è di prima importanza. Iu essa, dopo un materiale rias- 
sunto del contenuto dell'opera, pag. XI-XXII, — parla delle digressio- 
ni, pag. XXII-XXIV; — riferisce ì giudizi di Cicerone su i più famosi 
oratori, pag. XXIV-XXVII, [in una ristampa V egregio cementatore cor- 
reggerà quel luogo in cui dice che prima del Bruius la u Hhetorica ad 
Herennium » e il trattato de\V u Oratore n erano le sole due opere di ré» 
torica apparse fino allora in Roma » : bisognerà ricordare il De [ntentio- 
ne } e se si vuole anche un libro perduto di Antonio; e quell' altro luogo 
in cui si dice che u in Grasso prima è posta in rilievo da Cìceroun la 
ricca varietà di linguaggio ( elocutio ) poi l' erudizione geniale ( inventiti) n 
Invenlio non significa erudizione geniaale. ] — pag. XXVIII-XXXVII par- 
la con particolari ed esatte cognizioni storiche della cronologia nell' espo- 
sizione storica; ma bisognerà che eviti una discordanza di giudizio, per- 
chè dopo aver rilevato che parecchi nomi non sono ricordati con ordine 
rigorosamente cronologico, osserva che u non si può scoprire la ragione 
di questo disordini) n pag. XXX; e pia innanzi pag. XXXY che non è 
difficile scorgere dove Ja cronologia cede innanzi a qualche altra ragio- 
ne ». ( Vedi Piderit, op. e. Einleitung, pag. 10-11 ).— da pag. XXXVII a XL 
parla di suggettivismo critico, animato da passioni politiche; — da pag. 
XL a XLI dell'arte della parola nel u Brutus n. 

(1) Piderit, op. e. Einleitung, pag. lf-12 riguarda giustamente i luoghi 
XVIII, 70 Varie plastica e la pittura dei greci; LVIII, 210 sqq. ; eleganza 
e purezza di educazione; LXXTV, 258 sqq.; influenza dell* educazione dome- 
stica nell' uso corretto della lingua; LXXIII, 255 sqq.; valore dell' oratore 
politico in confronto al capitano siccome digressioni; e gli ai tri luoghi che 
si riferiscono all'atticismo chiama ingiustamente tangere Excuvse, 

(*) In questo capitolo abbiamo tralasciato di trattare di ciò che riguar- 
da la esteriore composizione del libro, perchè già altri ne ha scritto dif- 
fusamente, e perchè d'altro lato non si apparteneva al carattere della no- 
stra ricerca. Chi vorrà saperne, oltre al commento più innanzi citato di 
P. Ercole, potrà consultare quello di K. W. Piderit, o di 0. Jahn. 



BXBX.XOO&AFXA PABTICOLABS 



Ciceros Qraior erklàrt voti K. W. Pihkrit, Leipzig 1865-68. 
Orafor erkl&rt von O. Jahn, 3 Berlin, 18*59. . 
— 1' Oratore comm. da A- Df Marchi, Torino 1886. 

G. Giri, Del tradurre pressa i latini, Milano, D. Briola, 1886. 

E. No<ir>B^ , Die attfìhe Kunstprosa, Leipzig, Teubner, 18»8 voi. II. 

L. Radrrmakkr , Stitdirn sur Gwhirhfe (fer tnitiheii Rhetorih ( Uebor die An- 

tànge de» Atticismus) in Tlhein. Mus. fiir Phil. N. F. LIV. 
TL*v. Wn.AM0WiTZ-Mdi.iRMu ukf, Asianismus und Attici&tnus, in u Hermes » 

voi. 53, fase. I ) Berlino, 1U00. 



^F^^ ^ ^^ ^ ff^i^^^^^^^5||ff^^^i^^i^ « ^^^ »s ^fff^yrg^ff^y^^^^ 



CAPITOLO SETTIMO 



L' u ORATOR « 



— La teoria dello Stile — Quale sia il migliore stile oratorio — L'orato- 
re pur ietto — La teoria del annitrita — Lx\ composizione dell' Oratori il trat- 
tato risulta dalla riunione di due brevi trattati ; 1. Sullo stile, 2. sul numero 
cementati insieme con la rappresentai ione dell' oratore perfetto. 
Il « De optimo genere dicendi ». 

Quando Cicerone scriveva il u Brutus n la polemica con gli 
Atticisti era qnasi terminata : Calidio, Celio, Calvo, Curione 
erano morti; non restavano che Cesare, il quale ben altro allora 
avea da pensare, Bruto e Pollione. Bruto, da cui si era intito- 
lato il libro, pare non fosse rimasto convinto delle prove sto- 
riche. La storia, si sa, puossi rappresentare in vario modo, e 
Cicerone 1' avea appunto trattata da oratore che difende la sua 
causa; era riuscito bene probabilnente per il publico dei letto- 
ri, ma Bruto rimaneva ancora scettico, e sentiva il bisogno di 
veder discussa la questione dal lato teorico. 

Né nel u De Oratore v né nel u Brutus v Cicerone avea espo- 
sto una compiuta teoria dello stile e del numero, nel che sopra- 
tutto differivano la scuola ciceroniana da quella degli Attici- 
sti, e questo appunto domandò Bruto con insistenza, al quale 
Cicerone rispose con sfoggio di sapere teorico, come prima avea 
fatto con abbondante conoscenza della storia. Sappiamo che anche 
questa volta non riuscì a persuadere l'amico; (1) ma riusci a 



(1) Cfr. Ep. ad Att. XIV, 20, 3. 



166 Capitolo Settimo 



scrivere la critica più fine ed insieme più encomiastica dell' o- 
pera sua di oratore, e ad affermarsi, ancora una volta, dopo il 
De Oratore, dotto ma libero interprete di teorie greche, le 
quali sapea ben tradurre e rendere romane. 

Cicerone dunque accettò l' invito, e rispose ai desideri dell'a- 
mico, ma dopo che ebbe distesi i due brevi trattati, pensò di 
riunirli insieme, cementandoli con un po' di metodologia e di 
tecnica retorica, e di farli servire con ciò presso i lettori ro- 
mani ad uno scopo concreto: a rappresentare 1' oratore perfet- 
to. Così il libro fu intitolato a Orator n. 

Il volume contiene perciò due trattati : sullo stile, e sul nu- 
mero oratorio; fra il primo e il secondo è inserito il ritratto 
dell' oratore perfetto. Noi esamineremo anzitutto il libro in 
queste tre parti di cui esso si compone, ed infine esporremo le 
ragioni che ci hanno indotto a giudicarlo sotto questo aspetto. 

IL MIGLIORE STILE ORATORIO 

I diversi generi letterari richiedono diverso stile, perciò noi 
diciamo che vi ò uno stile filosofico, uno stile sofistico, storico, 
poetico. In che differiscono da quello oratorio questi vari stili ? 

II filosofico s' innalza qualche volta a vere bellezze; sia di e- 
sempio Aristotele che emulò Isocrate , Theofrasto che deve il 
suo nome alle grazie divine del suo parlare ; Senofonte, per la 
cui bocca si dice parlassero le muse, e sopra tutti l' insupera- 
to Platone; ma il linguaggio di costoro non ha vigore, non é 
armato di quelle punte che decidono della vittoria dalla tribu- 
na o dinanzi ai giudici; i filosofi parlano coi dotti, di cui vo- 
gliono calmare gli animi, non eccitare; la loro facondia è dol- 
ce amica della solitudine, non accoglie pensieri ed espressioni 
che agiscono sulle masse, non è soggetta al nuinerus, ma è 
libera, indipendente. 

Meno evidente è la differenza che separa lo stile oratorio da 
quello dei sofisti : però costoro si propongono di non pertur- 
bare gli animi, volendoli piuttosto calmare; vogliono dilettare 
più che persuadere, il che essi fanno apertamente e quasi sem- 
pre, laddove gli oratori dissimulano, come loro scopo, 1' allet- 
tamento. Preferiscono ai pensieri equilibrati quelli smaglianti, 
abbondano di digressioni, in tessono episodi, prodigano metafore 



L' « Orator * 167 

distribuendole come il pittore fa dei colori, mettendole ora in 
rapporto, ora a contrasto, chiudendo assai spesso i loro perio- 
di con ritorno delle medesime desinenze. 

A lato a questo genere viene a collocarsi quello degli stori- 
ci, i quali amano narrazioni ornate, descrizioni di città, di 
combattimenti, qua e là parlate, esortazioni; ma la loro dizio- 
ne è quasi sempre aperta, scorrevole, mentre quella degli ora- 
tori è serrata, aggressiva. 

Si è disputato in che cosa differisca Io stile poetico da quel- 
lo oratorio : un tempo il numero e il metro erano bastevoli da 
soli a segnare la differenza, ma in seguito il numero invase il 
linguaggio delle orazioni, sicché il metro non è più il carattere 
essenziale del parlare poetico. La sostanziale differenza bisogna 
ricercare piuttosto nella libertà che ai poeti è concessa di cer- 
car parole, nel modo di congiungerle, nel largo uso delle me- 
tafore, nell'avere maggior cura dell'espressione che del pen- 
siero; abitudine nata dal bisogno di riscuotere approvazione da 
ogni sorta di giudici. (1) 

Lo stile oratorio dunque non è quello dei filosofi, dei sofisti, 
degli storici, dei poeti; bisogna quindi determinare i suoi caratte- 
ri. L' oratore ha tre doveri: provare, allettare, commuovere; ai 
quali rispondono tre gradazioni di stile: semplice, temperato, 
sublime; fondamento necessario per sapere adoperare a suo luo- 
go ciascuna delle tre specie è la sapientia, il buon senso, il 
?o izpércì/ dei Greci. 

Lo stile semplice è quello che si attribuiscono esclusiva- 
mente gli attici : linguaggio familiare, come quando si con- 
versa ; ma non perciò , e più che non si creda , privo di 
arte, tauto che coloro i quali non conoscono V arte della 
parola credono, ascoltando, che facilmente potranno parlare 
a quel modo, laddove la semplicità medesima che giudicano 
così facile a riprodurre, li tradisce alla prova, e non arrivano 
a conseguire. Il linguaggio degli atticisti non è soggetto alle 
leggi del numero; franco, ma composto, è libero nel legare la 
espressione, non capriccioso e senza meta; ogni voce si mostra 
indipendente da quella che sta accanto, e 1' oratore scorre con 
grata mollezza di mezzo agli hìati che gli danno non so qua- 

(1) Cfr. § 61-68. 



158 Capitolo Settimo 



le grazia, mentre si avanza, sempre non curante della espres- 
sione, alla ricerca dell' idea. Ma niente di più studiato di sif- 
fatta negligenza ; vi sono delle donne, dicono, che nella loro 
trascuratezza seducono vie più. (1) 

. Il genere temperato, più abondante, più nutrito del sempli- 
ce, à alla sua volta meno elevato del sublime; in esso ogni or- 
n amento può trovar posto, essendo suo scopo T allettare. Pres- 
so i Greci fiorirono parecchi ingegni che si provarono in tal 
genere, superò tutti Demetrio Falereo, la cui dizione è una con- 
versazione dolce, facile, adorna di metafore e metonimie che 
lumeggiano, qua e là, a guisa di stelle. £ lo stile proprio dei 
filosofi. (2) 

Terzo finalmente, il sublime, è quello cui si addice larghezza di 
pieghe, abondanza, gravità, ornamenti; superiore agli altri. Lo 
splendore e la ricchezza di questo genere, riscossa l'ammirazione 
degli uomini, ha fatto sì che 1' eloquenza abbia avuto tanta 
parte nel governo degli stati; i suoi movimenti larghi, la sua 
armoniosa composizione vengono seguiti con stupore da chi sta 
ad udire, nessuno confidando di poterla conseguire; essa s' im- 
padronisce degli animi, li volge a piacere, penetra nella coscien- 
za, impone nuove idee, sovrana delle opinioni altrui. Quale dif- 
ferenza tra i due primi e quest' ultimo ! Chi si esercita nel ge- 
nere semplice giunge a parlare con garbo e con spirito; senza 
accampare altre pretese, raggiunge anche lode di grande ora- 
tore, non massimo, poiché egli si è collocato sopra un terreno 
che niente ha di pericoloso, e una volta piantato bene, non ci 
sarà più da temere che cada; chi si prova nel genere medio è 
esposto a qualche insuccesso, non a veri pericoli, che non po- 
trà in ogni modo cadere da un' altezza; chi tenta il genere su- 
blime corre i rischi maggiori, u Se d' ingegno poderoso, di a- 
nimo ardente e impetuoso, nato solamente per il sublime, in 
esso solamente si prova e si esercita senza correggere la sua 
abbondanza con gli altri due generi, riscuote il maggior biasi- 
mo. Infatti 1' oratore che si attiene alla semplicità, ha dalla 
sua parte la finezza e la conoscenza del mondo che lo fa giu- 
dicar savio; quegli che si contenta della via di mezzo, ci allet- 



(1) Cfr. § 75-90. 

(2) Cfr. § 92-96. 



V u Orator n 159 



ta con la dolcezza del dire, ma 1' oratore sublime, se non sa 
essere altro che sublime , rasenta il pericolo di esser giudica- 
to fuori di se stesso. Se non sa trovar luogo per parlare tran- 
quillamente, o per fare un' analisi, o una definizione, per varia- 
re intonazione, per pronunziare una facezia, sopratutto in quel- 
le cause che del tutto o in parte richiedono siffatta arte, se 
insomma senza aver preparato gli animi comincia a riscaldar- 
si, si dirà che egli infuria fra persone di buon senso, o urla 
per ubriachezza fra persone sobrie u . . . Is enim est eloquens 
qui et hurnilia subtiliter, et magna graviter, et mediocria tem- 
perate pò test di cere n. 

Un oratore che avesse saputo trattare con uguale maestria 
i tre generi formava il desiderio di Antonio , in quel libretto 
che egli scrisse su IT arte retorica; ma chi avea raggiunto tanta 
lode ? Cicerone solamente si avvicinava a quel modello idea- 
le, giacché poteva mostrare orazioni di stile semplice , come 
quella Pro Caecina, di stile moderato, come la Pro lege Ma- 
nilla, di stile sublime, come la Pro Rabirio; ed orazioni che 
racchiudevano tutti insieme i tre stili, come le Verrine, la 
Pro Acito, la Pro Cornelio, etc. Demostene fra i Greci , se- 
guendo questo indirizzo, raggiunse spesso la perfezione, men- 
tre Cicerone vi si accosta solamente ; ma quegli veniva al 
mondo e all' arte dopo che grandi uomini aveano illustra- 
to la Grecia intiera, ed ebbe contemporanei e competitori 
valorosi , laddove Cicerone non trovava un medesimo glo- 
rioso popolo in Roma, e non si trovò di fronte a competitori 
temibili; raggiunse tuttavia la lode maggiore che si poteva in 
quel tempo, essendosi proposto come modello Demostene, l'o- 
ratore insuperato in ogni genere. Cosi dava esempio ai poste- 
ri che chiunque avesse voluto acquistar fama, avrebbe dovuto 
raccogliere da tutti i tre stili i motivi necessarii alle varie 
circostanze e ai disparati argomenti che offre la pratica del di- 
re nella vita publica e nella privata. (1) 

Il numero oratorio 

La buona elocuzione deve possedere due specie di ornamen- 
ti : 1' ornalus insignis il quale comprende le figure di parole 



(1) Cfr. § 97-112. 

il 



160 Capitolo Settimo 



e quelle di pensiero ( § 134-139 ) ; V ornatus suavis et ad/titens, 
il quale comprende 1° collocatici verborum ( § 149-154 ) 2° for- 
ma ipsa et concinnitas verborum ( § 155-162 ) 3° sonus ( § 162- 
167 ) 4° numerus ( § 168-236 ). 

Delle figure Cicerone non fa particolare trattazione, che Bru- 
to le conosceva (§ 136); si limita solamente a ricordarne i 
nomi. Dell' ornatus suavis invece tratta paratamente le quat- 
tro sue suddivisioni. 

1° La collocazione delle parole richiede che la terminazione di 
una si leghi con grazia al cominciamento di un'altra, carez- 
zando 1' orecchio con i suoni più dolci ; ovvero che un ritmo 
elegante ne arrotondisca i contorni, e che l' insieme formi un 
periodo armonioso, la cui chiusura sia ben terminata. Si bia- 
sima Teopompo il quale spinse agli eccessi le regole intorno 
alla collocazione ; ma seguiva del resto il maestro suo, Isocra- 
te. Questo rimprovero non si può fare a Tucidide, e nemmeno 
a Platone ; ma Demostene evitò quasi sampre gì' incontri di 
vocale che Platone comportò. I Greci tuttavia hanno delle e- 
sigenze particolari alla loro lingua, i romani ne hanno altre ; 
e la lingua latina evita non solo l' incontro sgradevole delle 
vocali, ma fa cadere anche per questa legge non poche con- 
sonanti, come in multi ' viodis , oasi ' argenteis , paini ' et 
crinibus , tecti ' fractis ; bellina per duoli um 9 bis per duis. 
Cosi per analogia si trasformò il nome del vincitore della flot- 
ta cartaginese Duellius in Bellius, ad onta degli antenati suoi 
che s' eran sempre appellati Duellii ; così si fondono due paro- 
le in una: sodes per si audes ; sis per si vis etc; o si forma- 
no degli accoppiamenti speciali : nobiscttm, vobiscum, tecum, 
etc. ma cura illis ; cum autem nobis. 

2° La purezza e correttezza delle parole avea creato ai tempi 
di Cicerone una classe di puristi che non solo bandivano dal- 
la lingua le forme nuove grecizzanti , ma volevano correg- 
gere perfino quelle che oramai erano state consacrate nell' li- 
so. Siffatti aristarchi trasmodavano , giacché quando 1' uso 
è nato dalle esigenze dell' orecchio, bisogna sottoscriversi vo- 
lentieri. — Chi non preferisce pomeridianas quadrigas a post- 
meridianas ; mehercule a mekercules? non scire sa di bar- 
baro, nescire è più dolce ; e perchè meridioni e non medi- 
diem, se non per la dolcezza del pronunziare? Lo stesso avvie- 



V u Orator n 161 



•»••**•••**••••••••• •••••»•* 



ne nelle parole composte : preferiamo insipientem ad insapien- 
tem ; iniquum ad inacquiti a ; tricipitem a tricapitem; conci- 
sum a concaesum — . 

Queste dne prime parbi sono comuni alla corretta elocuzio- 
ne di qualsivoglia stile, poetico, storico, filosofico ; le due ri- 
manenti invece riguardano più direttamente lo stile oratorio. 
Giacché se in un discorso la scelta dei pensieri e quella delle 
espressioni è unicamente opera dell' ingegno, la scelta dei suo- 
ni e dell' armonia è opera dell' orecchio. Da una parte adun- 
que opera dell' intelligenza, dall' altra opera di allettamento, 
in quella 1' arte è prodotto della ragione, in questa dei sensi. 
Bisogna privare di un allettamento coloro dei quali si vuole 
acquistare il su ffr aggio, o trovare il mezzo di legare insieme 
in essi la ragione e i sensi. 

3° Gli orecchi adunque si allettano col sonus, e ool numerus. 
Il suono si ottiene scegliendo parole armoniose, ma non poe- 
tiche ; adoperando forme di ugual desinenza ; contrapponendo 
parole a parole; e col mettere in correlazione termini diretta- 
mente contrari. Gorgia fu il primo a conseguire tale euritmia, 
da ottenere spesso anche il numero. 

4° Il numero è una legge metrica adattata alla prosa , ac- 
ciocché i pensieri gravi espressi con parole scelte, abbiano un 
effetto completo mediante un' accorta disposizione di esse. Or 
quest' armonia viene prodotta dai piedi f i quali, considerando in 
essi una parte anteriore ed una posteriore, si distinguono, in 

1° parte anteriore uguale alla posteriore — w w ; 

2° parie posteriore doppia dell' anteriore ^ — ; 

3° parte posteriore una volta e mezza 1' anteriore — w *-* w. 

Necessariamente a questi tre piedi si riduce la quantità di 
tutte le parole di un linguaggio in prosa, perciò gli scrittori 
li accettano tutti ugualmente; ma alcuni volevano si preferisse 
sempre il giambo, siccome quello che tiene più della conver- 
sazione familiare ; altri, come Eforo, preferivano il peone e il 
dattilo, che danno più sostenutezza; Aristotele prediligeva il peo- 
ne, intermediario tra il dattilo, molto solenne e proprio della 
poesia eroica, e il giambo, umile e familiare. Il peone d' al- 
tronde era un piede di cui il verso comunemente non facea uso, 
ragione di più perchè la prosa se lo attribuisse, e Teofrasto e 
Teodecte seguivano la dottrina di Aristotele. Cicerone invece 



162 Capitolo Settimo 



ha una dottrina diversa ; vuole che i piedi vengano adoperati 
tutti, abilmente alternati ; restringersi ad una specie di piedi 
è andare incontro alla monotonia : domini pure il peone, quan- 
do viene richiesto dalla gravità del parlare, ma si sappiano 
intramezzare gli altri piedi, acciocché la prosa non si spogli 
del tutto del carattere familiare, e non assuma soltanto quel- 
lo solenne della poesia. Il giambo dominerà nello stile fami- 
liare, il peone nel sublime ; questi due piedi sostenuti dal dat- 
tilo, che facilmente ad essi si accoppia, producono una piace- 
vole varietà. 

Questa legge del numero non deve certamente dominare tutto 
il discorso, che in tal caso si avrebbe una poesia continuata ; 
deve ridursi ad alcune parti, e nel conoscere il punto più adatto 
al numero consiste l'abilità dello scrittore, come pure in ciò con- 
siste la difficoltà della prosa, in confronto della poesia, soggetta 
ad una legge invariabile. Sarà opportuno negli esordi , negli 
elogi di una persona o di un luogo, nelle narrazioni, nelle am- 
plificazioni, nelle perorazioni. Preparato a poco a poco, insen- 
sibilmente, V orecchio dell' uditore all'armonia del numero, con- 
verrà chiudere la parte del discorso informata a quest' arte, 
con un periodo ben costruito e terminato da una clausola ar- 
moniosa. Nella confutazione il periodo di effetto ha una par- 
ticolare costruzione : suole constare di proposizioni staccate che 
chiamansi in generale membra distinte alla loro volta in //*- 
cisa, membra, ambitus. Esempio : 

Domus tibi deerat? [ incisum ] At habebas. [incisum] Pecunia 
superabat? [incisum] At egebas. [ Incisum ] Incurristi amens in 
columnas; [ Membrum ] in alienos insanus insanisti. [ membrum ] 
Depressam, caecam, jacentem domum pluris quam te, et quam 
fortunas tuas sestimasti. [ ambitus ]. 

Bisogna sapere ora quali siano i piedi da preferire nelle 
clausole delle singole parti : 



incisum : 



— ( docmio ). 

L' inciso consta spesso di un solo piede, 
più spesso di due ; può constare di un 
piede e mezzo, raramente supera i tre. 



L' u Orator » 168 



MKMBRUM : _ ; 

*-* ^ — ( docmio ). 

Riesce di effetto quando consta di due o 
tre parole. 
ambitu8: — w _ w dicoreo (seriola asiatioa), chiusura bril- 
lante e armoniosa. 

_ w _ or etico o amfimaoro ; comunemente pre- 

feribile. 

— w w w peone ; chiusura languente, debole, rifiu- 
tata da Cicerone. 

www— id. lodata dai retori, non da Cicerone, 

avuto riguardo che la sillaba finale in 
prosa come in poesia è ancipite. 

spondeo o dispondeo; non disprezzabile. 

La clausola non si estende solo all' ultimo piede di una par- 
te del periodo, ma eziandio al penultimo e anche al terz' ul- 
timo. Sicché perchè essa sia compiuta deve constare, oltre che 
dei piedi segnati e considerati come ultimi, di altri conside- 
rati come penultimi. Sono buone le unioni. 



con 



I tre piedi segnati come buoni penultimi , non sono ugual- 
mente buoni come ultimi [ vedi i piedi segnati sopra come 
buone chiusure], tranne il caso che — w w stia per — w — . 
In conclusione dunque le clausole determinate e accettate espli- 
citamente da Cicerone in questo trattato sono : 

2. i 



3. 



Questi precetti non erano tuttavia da considerarsi sifatta- 



164 Capitolo Settimo 



mente obli ga tori da non potersene scostare : anzi una pro- 
sa assoggettata continuamente al numero sarà affettata ; ma 
priva assolutamente di esso sarà sregolata , trascurata , sle- 
gata : u Nec^ tamen haec ita sunt arta et adstricta, ut ea , cum 
velimus, laxare nequeamus. Multum interest, utrum numerosa 
sit, id est, similis numerorum, an piane e numeris constet oratio. 
Alberum si fit, intolerabile vitium est; alterimi nisi fit, dissi- 
pata, et inculta, et fluens est oratio r> § 220. Egli è vero che un 
libro, scritto in una prosa priva di numero se contiene gravi e 
maturati pensieri, riscuote sempre la sua parte di lode; ma que- 
sto era avvenuto appena per le storie di Tucidide, e gli atti- 
cisti inutilmente si lusingavano di correre la medesima sorte 
di quell' ingegno superiore. Se noi scomponiamo nelle sue par- 
ti lo scudo di Fidia, rimarranno sempre belle le parti, pur non 
costituendo un insieme armonico; la bontà della materia, co- 
munque si disorgani zi, non va distrutta mai. 

Questa è la teoria dello stile e del numero. Cicerone non la 
trasse certamente tutta dal suo ingegno, poiché attingeva a fon- 
ti greche, ma era lui per il primo che interpretava, compone- 
va, trasmetteva ai latini. Riguardo allo stile bisogna anzitutto 
riconoscere che a lui dobbiamo la divulgazione del savio con- 
temperamento delle tre specie di esso, giacché in nessun' opera 
retorica latina anteriore all' Orator noi lo ritroviamo. Sappia- 
mo difatti che le tre specio dello stile risalgono verosimilmen- 
te ad Àntistene, il quale ne trattava nel libro rspi Hfa,*; r, xsoi 
yxpcQL7r,owj ; che Thrasiraaco di Ohalcedon è ricordato da Theo- 
frasto come fondatore della aero liete: che Aristotele si allon- 
tana da questa nomenclatura per adottarne una diversa: leu; 
ypx^r/r, (stile di orazioni scritte) e lieti òywvtfTBwi (stile di 
orazioni pronunziate), la quale ultima si suddivideva in dr r 
p*fyo patri ( nelle orazioni politiche ) e ^cxsvtxjj ( nelle giudizia- 
li ), senza far parola dei caratteri della li't* ypxytxri. (1) Trat- 
tò quindi dello stile Theofrasto, il quale probabilmente de- 
terminò la nomenclatura di a^oov, fayyw, tiivov] in seguito 
questa teoria fu arricchita di nuove e minute osservazio- 
ni, tanto c*he la distinzione antica non parve più sufficien- 



(1) Volkmann, op. e. pag. 532-33. 



V tt Orator » 166 



te per lo studio e la critica delle orazioni di Demostene. Nel- 
le quali fu osservata una forza di persuasione, $etv6zri^ ) siccome 
prodotto di uno stile nuovo, e proprio di quel grande orato- 
re, che alcuni giustamente riguardarono come contemperamen- 
to dei tre fondamentali, altri invece considerarono siccome u- 
na quarta specie di stile. Della opinione dei primi fu Cicero- 
ne, il primo che ce ne parli distesamente, almeno per noi che 
non possediamo più i libri della retorica stoica-pergamena, e po- 
co dopo Dionigi di Halicarnasso; della seconda schiera fu De- 
metrio ( non Falereo ) del 2.° secolo d. C. che largamente ne 
tratta nella mpi épwpu'xi. (1) 

Nella u Rhetorica ad Herennium n leggiamo questi pochi raggua- 
gli: u Sunt enim tria genera, quae genera nos figuras appellamus, 
in quibus omnis oratio non vitiosa consumitur: unam gracem, 
alteram mediocrem, tertiam extenuatam vocamus. Gravis est 
quae constat ex verborum gravium levi et ornata constructio- 
ne ; rnediocris est, quae constat ex humiliore neque tamen ex 
infuma et per volga tissi ma verborum dignitate ; attenuata est, 
quae de m issa est usque ad usitatissimam puri consuetudinem 
sermonis. [ seguono quindi esempi e precetti di ciascun gene- 
re IV § 12-17 ]. Nei quali come è manifesto, nessun accenno si 
contiene al contemperamento dei tre stili. Nel De Oratore Ci- 
cerone fa semplicemente menzione di questa sua teoria, III, 
212 : u Itaque hoc loco nihil sane est quod praecipi posse vi- 
deatur, nisi ut figuram orationis plenioris et tenuioris et itom 
illius rnediocris ad id, quod agemus, accommodatam deliga- 
mus. Ornamentis iisdem uti fere licebit alias contentius, alias 
8ummissius ; omnique in re posse, quod deceat, faoere, artis et 
naturae est ; scire quid quandoque deceat, prudentiae n. Nel- 
V Orato/* invece la svolge con larghezza corroborandola non 
solo con T esempio di Demostene, ma eziandio con quello del- 
le sue proprie orazioni. Poco dopo, abbiamo detto, trattò an- 
che distesamente questo argomento Dionisio, ma lo avea pre- 
ceduto Cicerone. (2) 

Riguardo al numero Cicerone dichiara di averne trattato 



(1) Cfr. Volkmann, op. e. pag. 588-544 riguardo alla teoria di Demetrio. 

(2) Dionisio venne in Roma verso la fine delle ultime guerre civili ; 
V u Orator n fu seri tto nel 46 a. 0. 



166 Capitolo Settimo 



più accuratamente e più largamente di ogni altro scrittore gre- 
co : § 174 u Visne igitur, Brute, totum hunc locum accuratius 
etiam explicernus quam il li ipsi, qui et haec et illa nobis tra- 
diderunt, art his contenti esse, quae ab illis dieta sunt, possu- 
musf e più apertamente: § 226 u Et quoniam plura de nume- 
rosa oratione diximus quam quisquam ante nos, nunc de eius ge- 
neris utilitate dicemus n. Se così è , bisogna convenire che i 
trattatisti greci anteriori a Cicerone ben poche idee chiare avea- 
no avuto intorno a questa teoria, se chi si vanta di essere più 
largo e più accurato di tutti, trattando della clausola cade in 
contradizioni nell' esposizione teorica, e segue in pratica pre- 
cetti in gran parte diversi da quelli che dà in teoria (1). Egli 
è vero che se in ogni altra parte della retorica si poteva at- 
tingere a fonti greche senza molta difficoltà nell'adattare le rego- 
le all'indole romana, in questa bisognava necessariamente affron- 
tarla; ma dopo tutto ai lettori romani, e anche a noi moderni, 
importava sapere quali erano le clausole che adoperava Cice- 
rone, anziché sapere se il tal piede era stato raccomandato 
o no dal tal retore greco, o se era sopportabile in greco, e non 
in latino. Bastava perciò che Cicerone si fosse proposto di di- 
re con sincerità quello che per conto suo avea fatto nella pra- 
tica dell' arte, per raccogliere lode di chiarezza dai suoi letto- 
ri. Pare invece che si fosse proposto di far capire ad essi 
poco o nulla : infatti nel u De Oratore tj ( III, 190-193) su que- 



(1) Jahn, Orator, erkl. Berlin 1869 Einl. pag. 22-23, muove dei giu- 
dizi forti coatro questa parte del libro. A suo avviso non si trova in es- 
sa una vera ricerca intorno alla natura' del ritmo, su cui avrebbe dovu- 
to fondarsi ogni ulteriore ricerca. Cicerone la evita, e tratta le più este- 
riori questioni, le quali senza aver prima spiegata la prima non possono 
avere piena chiarezza. Inoltre la trattazione in particolare non è cosi 
ordinata ed acuta che sempre sia possibile un esatto disegno e ricapito- 
lazione delle varie parti, e non mancano ripetizioni e sbalzi, e di i- 
n esattezze di pensiero e di espressione. Noi non comprendiamo ve- 
ramente che cosa volesse V Jahn intorno alla natura del ritmo, se ciò 
che Cicerone dico nei § 174-203 uou lo accontenta ; la trattazione parti- 
colare non è chiara, è vero, ma non si può dire disordinata. Che anzi 
per aiutare il lettore Cicerone parecchie volte ripete i punti principali 
che si è proposto di svolgere nel trattare del numero. Mancanza di chia- 
rezza e sbalzi si notano veramente in quei capitoli in cui parla della 
clausola. 



V u Orator » 167 



sto riguardo avea dato pochi precetti: il periodo incominci pos- 
sibilmente con un peone o un dattilo, e si chiuda o con un 
ditrocheo; o con un doppio dattilo; o con un coreo -}- un peo- 
ne quarto o un eretico ; o con un dattilo -|- un peone quarto 
o un eretico; (1) nelP u Orator n abbiamo veduto che ben altre 
sono le clausole accettate da lui; e da un esame dei § 232-234 
altre ancora ne scaturiscono. Sicché non potendo aver fiducia 
nella sua teoria, bisognerà ritrovare le clausole di Cicerone 
nella sua pratica. (2) 

Naturalmente bisogna che noi pensiamo che tanto la teoria 
dello stile quanto quella del numero erano state scritte da Ci- 
cerone per convertire un atticista, quindi si presenta spontanea 
la domanda: quale posizione teneva Tatticismo di fronte alla dot- 
trina esposta da Cicerone ? Una posizione nettamente determi- 
nata : riguardo allo stile esso si trincerava nel genere umile, 
riguardo al numero esso lo bandiva quasi deL tutto. Cicerone 
non lascia su ciò alcun dubbio ( cfr. Orat. 75-90, e 234-236). 

Il pensiero di E. Norden che la prosa antica dal 5.° secolo 
a. C. fino al 2.° d. C. si muove nel suo svolgimento se- 
guendo sempre lo stesso cammino, e che per conseguenza fra 
questi due termini cronologici bisogna tirare una linea di con- 
giunzione, la quale si può anche prolungare fino alla fine del 
periodo antico, applicato all' indirizzo degli atticisti, conduce, 
sotto un altro aspetto, alla medesima conclusione alla quale ar- 
rivammo noi nel giudicare l'opera loro in rapporto allo svol-. 
gi mento storico dell' eloquenza romana. Dal a Brutus n scatu- 
risce che essi volevano effettuare un deviamento non conseu- 



(1) Il mio carissimo professore R. Sabbadini dà di questo luogo § 193 
un' interpretazione diversa; V espressione u Choreos . . . esse oportebit ... in 
paeone, e te n significa che i trochei stanno dopo il peone, non che siano 
chiusi dal peone; perciò lo schema <jh<j si deduce è diverso da quello che 
comunemente si ricava. 

(2) I tentativi sono stati vari fin' ora, ma pare non definitivi; cfr. i ri- 
sultati di Ernst Mui.i.kk De Numero Ciceroniano, Berlin 1886, di E. Nor- 
den Die Aìitihe Kttnstprosa, voi. Il, 923, sqq. e i nostri, De Cireronis et 
Cairn etc. pag. 56 sqq. 



168 Capitolo Settimo 



fcito dalle condizioni della vita publica di Roma in rapporto 
all' arte della parola, nelT u Orator v gli atti cisti secondo il 
Nordeu sostengono la parte di teorici che combattono contro 
i pratici, rappresentati da Cicerone: i primi imbandivano al 
popolo una mensa che lo strangolava per 1' aridità dei cibi, 
perciò il popolo li fuggiva; gli altri, cioè Cicerone, non di- 
sprezzano il giudizio del popolo, anzi lo riconoscono migliore 
di ogni altro, perciò il popolo accorre alle loro orazioni. (1) 

A giudizio di L. Radermacher Tatticismo opposto a Ci- 
cerone niente altro fu se non una energica reazione contro la 
teoria dello stile in quel tempo salita in auge, proveniente dal- 
le scuole di retorica, e comunemente accettata. Alla quale non 
si oppose una diversa retorica, ma si ritornò solamente agli anti- 
chi teoretici, e si ritrovò il compimento dell' ideale oratorio 
determinato da essi non presso tutti gli attici, ma presso al- 
cuni, i quali furono tenuti da loro come modelli. (2) Ora que- 
sto giudizio non è determinato ; dalle nostre ricerche non ri- 
sulta che gli antichi teoretici, considerati complessivamente 
senza distinzione alcuna, guidassero a riconoscere come model- 
li quei tali scrittori attici che furono canonizzati poi appunto 
dagli atticisti. 

Per conoscer meglio la posizione di costoro bisogna prender 
le mosse da un principio generale: un' opposizione sorge allora 
quando un indirizzo prevalente ha dei difetti, e non risponde 
alle comuni esigenze. Ora se gli ntticisti rapp resentano l'oppo- 
sizione, vuol dire che l'arte fin' allora prevalsa mostrava dei 
lati vulnerabili. Quali erano essi ? 

Nel Dialogo degli Oratori, XVI IT leggiamo queste parole : 

u legistis ntique ; rursusqne Uiceronem a Calvo quidem 

male audisse tamquam solutmn et enervem, a Bruto antem , 
ut ipsius verbis utar , tamquam frac tu m atque elumbem, * 
e nelle Instituzioni di Quintiliano queste altre: a quem tamen 
( Ciceronem ) et suorum homines temporum incessero audebant 
ut tumidiorem. et Asianum, et redundantem, et in repetitioni- 
bus nimium, et in salibus aliquando frigidi! m, et in composi- 



TI) Di»* Aiittht' Kiutufpi'ostt, lj 221. 

{2) Die Ah fri tu/? ttes Attinsìmis, 1. e. pag. #60. 



U u Orator n 169 



tione fractum, exsulbanfcem, ac paene, quocl procul absit, viro 
molliorem. v XII, 10, 12. Pare perciò che nell' arte di Cicerone gli 
oppositori trovassero i caratteri dell' asianesimo. Quali fossero 
questi caratteri possiamo apprenderlo da Cicerone medesimo. 
Nel u De Oratore n egli non conosce, o non adopera almeno, 
il vocabolo ( dice solo che un Ateniese indotto parlava meglio 
che un asiano dotto III, 43 j, ma già nel u Brutus n distingue 
due specie di asianesimo, non dispregevole V una, biasimevole 
V altra per una sovrabbondanza, della quale non erano ammalati 
tutti gli asiani, § 325; nell' u Orator v più esplicitamente ci di- 
ce che Frigi, Kari e Misii aveano ritrovato un u opimum et 
tamquam adipatae dictionis genus r> del quale non volevano sa- 
perne i rodiesi e molto meno gli ateniesi, § 25; adoperavano 
inoltre clausole molto musicali u asiatici maxime numero ser- 
vientes n § 230; e infine riassumendo: 1° adoperavano parole di 
uno stesso valore per ottenere il numero; 2° riducevano a mem- 
bretti il periodo, in aoVjiara simigliane ai versi per il suono ; 
3° riuscivano monotoni per il ritorno delle stesse clausole. (1) 
Ora tali caratteri, o difetti se così si vuole chiamarli, derivano 
da un indirizzo di arte della prosa che gli asiani non creavano, 
subivano piuttosto: il male consisteva nel non conservare il senso 
della misura. La lingua greca infatti avea dato vita a due specie 
di prosa, contemporanee: il periodare — il procedere per mem- 
bro tti. La prima risale a Gorgia, il quale compose il periodo con 
arte che si adatta ad un paragone con l'architettura nella dispo- 
sizione materiale delle parti, con la musica nel suono che le pa- 
role disposte rendevano; e consisteva nella rispondenza antitetica 
delle parti e nella loro simmetria. La seconda pare risalga a 
Trasimaco, secondo la notizia di Aristotele, e consisteva nel 
dividere il periodo in proposizioni brevi, nelle quali le pa- 
role venivano disposte in modo da produrre un ritmo. Natii- 



fi) U. v. Wm.amowitz-MòllEiNdorf, Asianiswus uìtd Atticismas, 1. e. pag. 2-3. 
È «fuggita tuttavia all' illustre critico una notizia: Rufino (Grammatici La- 
lini ed. Keil VI p. 574) scrive: u Cicero in dialogis de re publiea multa 
dici t refe re ns Asianos oratores ditrochao claugiilas terminare r. Il De re. 
pubi, fu scritto tra il 54 e il 52 e pubblicato nel 51. Perciò quello che il 
Wilamowitz dice intorno alla cronologia e al significato del vocabolo a- 
sianus dovrà venir modificato. 



170 Capitolo Settimo 



Talmente si ricercavano determinati ritmi soltanto in prin- 
cipio e in fine di proposizione. (1) Questa specie di prosa dif- 
feriva in tal modo dalla poesia solamente in ciò, che non 
avea regole costanti nel formare le serie ritmiche. Inoltre la 
scelta del peone fatta da Trasimaco mostra che egli voleva 
tenersi lontano dalla poesia coli' impiegare dei piedi ad essa 
poco comuni. 

Isocrate, scolaro di Gorgia, nella sua prosa volle fondere i 
due indirizzi ; evitò l' iato, non sdegnò la rima e 1' assonanza, 
accolse il ritmo nella chiusura dei membri del periodo. Demo* 
stene apprende da lui tale arte, ma con mezzi suoi propri, non 
ancora ben determinati da noi moderni, tranne quello per cui 
evita l' addossarsi t di sillabe brevi, scoperto dal Blass, riesce ad 
un ritmo geniale, che non ha la stretta regolarità di quello i- 
socrateo. La sua grandezza anzi per questo riguardo secondo 
j risultati delle ricerche di E. Norden, consiste in ciò che egli 
non segue uua determinata teoria, come i posteriori vollero ve- 
dere, ma adatta il suo ritmo, con una prodigiosa molteplicità 
di forme, ad immagine di canto. Cicerone non sa imitarlo. Nel- 
la prosa demos te nica tuttavia, tra l'inesauribile fioritura di 
clausnle si ripetono a preferenza queste : - 

— I . 



1. 


I 


2. 


1 


3. 


l 


4. 


i 


5. 


l 



I 



I prosatori posteriori imitando dell' arte di Demostene quel- 
la parte che più facilmente si potea ridurre a regole, adope- 
rarono con predilezione le clausole 1-2-5 con le loro modifica- 
zioni sciogliendo le lunghe in brevi, ciò che Demostene avea 
evitato ; e così mentre questi col suo ritmo, per ripetere la 
bella immagine del Norden, produce un suono che si può as- 



(1) A questo ha riguardo Cicerone, nell'Ora/. 39 quando dice: u minuta 
et versici) Ioni in similia quaedam, » mettendo tuttavìa insieme i nomi di 
Gorgia e di Tinsi muco. 



V u Orator n 171 



somigliare a quello delle onde del mare, gli altri ripetendo po- 
che clausule e in posti determinati del periodo, ne produceva- 
no uno che si può assomigliare a quello monotono di un ac- 
qua che cade. (1) 

Al tempo di Demostene regnò la prosa periodizzata, *3,re'r:px>x- 
uéw} } ma non poteva non accadere che non avesse vita ac- 
canto ad essa una prosa più vicina al linguaggio parlato, eipc- 
a(vr h non foss' altro che per sazietà di quella. Ma questa, per 
essere informata ad arte, abbisognava del ritmo, ed Iperide 
V adoperò appunto con siffatta veduta, laddove Lysia, che più 
tardi prevalse, si tenne lontano dal ritmo. I cosi detti Asiani 
dunque, i quali coltivavano una prosa informata a regole rit- 
miche, ma più vicina alla eìporiévr/ che alla xxve7?pzy.yévr t , sono 
i continuatori del naturale svolgimento dell' arte della prosa, 
riprovevoli forse in ciò solamente, se vogliamo accogliere di 
peso il giudizio di Cicerone, che portavano agli eccessi la co* 
struzione del periodo a membri, e 1' uso della clausola. 

In Roma i primi oratori educati da maestri greci, Gaio Gracco 
ad esempio, di cui ci rimane qualche notevole frammento, ado- 
perano la clausola in prosa non periodizzata, e d' allora in poi fino 
a Cicerone vi fu uno svolgimento non interrotto verso la prosa 
periodizzata, la quale toccò solamente gli eccessi con Hortensio. 
Cicerone è un conservatore moderato, gli Atticisti sono nova- 
tori, ma non tutti gli atticisti che noi conosciamo. I primi fra 
essi, Calidio, Scribonio, Calvo, si facevan chiamare atticisti, ma 
in realtà poi seguivano quell'indirizzo di arte della prosa che 
era diventato prevalente, e che essi avevano appreso da giovani 
quando non potevano determinarsi per un altro diverso, e che 
pur divenuti adulti non arrivarono del tutto a ripudiare. Per 
questo 1' autore del Dialogo degli Oratori pronunzia un giu- 
dizio meditato, vero e non ancora abbastanza conosciuto dai 
moderni, che le orazioni degli atticisti differivano da quelle di 
Cicerone in ciò che necessariamente riguardava il diverso inge- 
gno dei vari individui, non in ciò che riguardava P indirizzo 
dell' arte. Solamente due dei contemporanei di Cicerone, i qua- 
li vissero più lungamente dei primi e giunsero perciò ad ac- 
quistare maggiore domestichezza con il periodare atticizzante, 



(1) Die Antihe Kunst prosa, voi. II. pag. 910; e 928 sqq. 



172 Capitolo Settimo 



Bruto e Àsinio Pollione, possono chiamarsi atticisfci sia ' per 
quello ohe di essi ci è rimasto, 1' epistolario di Bruto cioè, sia 
per il giudizio esplicito degli antichi. (1) 

Un altro difetto rimproverato agli asiani, sebbene questo dal- 
l' Orator non risulti chiaro, era quello che essi non adopera- 
vano vocaboli propri e puri, ricorrendo con predilezione a for- 
mazioni nuove e a circonlocuzioni. (2) Cicerone trasportando 
la discussione nella lingua latina, fa osservazioni che gli atti- 
cisti non valutavano per partito preso, ma pure doveano rico- 
noscere giuste perchè rispondenti alla naturale formazione di 
una lingua : discussioni di tal genere del resto non erano nuo- 
ve in Roma, risalendo esse a Terenzio e Lucilio. (3) Pare che 
gli atticisti fossero per questo riguardo analogisti, ma Cicero- 
ne in ogni caso non può venir considerato come anomalista. 

Tutto sommato dunque è manifesto che gli atticisti uon 
rappresentavano una reazione prodotta dagli eccessi o dalla de- 
crepitezza di un indirizzo fin allora prevalente; infatti l'arte 
di Cicerone rimase per i posteri un termine di perfezione, lad- 
dove avrebbe dovuto essere un termine o almeno un principio 
di decadenza, se gli atticisti avessero avuto ragione. La loro 
reazione non era prodotta da un bisogno; era semplicemente 
f un' importazione greca. Cicerone dunque in quella polemica 
rappresenta il partito migliore. 

Ma se fino a questo punto la critica assennata si trova con- 
corde, non si può dire lo stesso quando essa procede più innan- 
zi nel voler determinare il modo e il luogo in cui si formò a 
poco a poco queir indirizzo chiamato atticismo. L. Radermacher 
si trova di accordo con 1' opinione espressa da noi, senza che 
egli la conoscesse, che non si può cioè determinare il luogo in 
cui sorse V atticismo ; e dice di più che esso in Grecia è in- 
determinato nelle sue leggi, piuttosto latente; (4) inclina tut- 
tavia a riconoscere un' origine alessandrina se gli atticisti sono 
analogisti; U. v. Wilamowitz-Mòllendorf su questo indizio 



(1) Vedi quanto abbiamo detto sul riguardo nella nostra monografia De 
Ciceronis et Calti, etc. pag. 60 — 72. 

(2) IL v. Wilamowitz-Mòllendorf, op. e. pag. 88-41. 

(3) E. ISorden op. e. II, 186 dubita che Terenzio e Lucilio possano chia- 
marsi analogisti, perchè si ponevano dal punto di vista futuro della lingua. 

(4) Op* e. 860 e passim — e il nostro studio citato, pag. 20-26. 



V u Oratovn 173 



volge anche con predilezione i suoi sguardi verso Alessandria: 
la grammatica, prodotto ale?saudrino, con una linea di divisio- 
ne separava il classicismo antico dal neoterismo, e riusciva 
quindi a determinare l'uso corretto e i modelli in cui esso po- 
teva attingersi ; (1) non può non volgerli anche ad Atene per 
l'insegnamento filosofico che in essa fioriva, il quale assicurava 
T esistenza a quello retorico, (2) ma dopotutto, egli conchiude, il 
fattore massimo per 1' affermazione dell'atticismo, è Roma. I ro- 
mani, signori del mondo, formavano la loro educazione guidati 
dai greci; da essi apprendevano grammatica, retorica, filosofìa. 
Ora quali scrittori doveano studiare come modelli? doveauo loro 
indicarlo i maestri greci. E costoro appunto venuti in Roma 
furon quelli che esplicarono 1' atticismo. (3) 

L' ORATORE PERFETTO 

Le discipline sulle quali si fonda 1* arte del dire, la qua- 
le in se tutte le abbraccia, sono varie e molteplici , e 1' ora- 
tore deve tutte possederle: u Volo igitur, huic snmmo omnem, 
quae ad dicendum trahi possit, loquendi rationem esse notam n 

(§114). 

Incominci dunque con la filosofìa e con la dialettica: questa 
porgerà i mezzi dell' argomentare e del confutare, quella il ric- 
co svolgimento dell' insieme. E poiché la scienza dialettica fu 
coltivata e trattata da Aristotele con un metodo, e dai dialet- 
tici in seguito con un altro più complicato, così bisogna co- 
noscere il primo aristotelico, e il secondo nei libri di Crisippo. 
Si apprenderà con essa a conoscere il valore delle parole, la 
natura, la specie diversa, sia considerate isolatamente, sia nel- 
la composizione del periodo ; quindi i diversi modi di esprime- 
re un' idea, le regole per separare il vero dal falso, per dedur- 
re da un principio la conseguenza, etc. — L' aridità di questa 
scienza sarà mitigata dallo studio filosofico , che renderà fa- 
miliari all' oratore i luoghi comuni che si riferiscono alla re- 
ligione, alla morte, alla pietà, all' amor di patria, ai beni e ai 



(1) Op. e pag. 41-43. 

(2) Ibid. pag. 43-44. 

(3) Op. e. pag. 46 sqq. 



174 Capitolo Settimo 



mali, alle virtù e ai vizi, ai doveri, al dolore, al piacere, alle 
passioni, agli errori. 

Perchè sia inoltre di mente illuminata, Y oratore coltiverà 
gli studi scientifici sulla natura : 1' esempio di Pericle ci am- 
maestra che non si scende dalla cognizione di cose celesti a 
quella delle cose terrene, senza portarvi 1' abitudine della ele- 
vazione e della grandezza nel concepire e nel dire. Ma lo stu- 
dio del mondo superiore non gli faccia trascurare quello che 
si riferisce alla società umana: diritto, leggi, storia, devono 
formare la sostanza vera e sempre pronta della sua coltura 
(§ 116-120). 

Quando si sarà fornito di questa educazione generale, si vol- 
ga a quella speciale della retorica : non potrebbe comporre 
un* orazione completa intorno ad un fatto se non conoscesse 
le leggi dell' invenzione , della disposizione , della pronunzia, 
dell' elocuzione. Bisogna saper determinare anzitutto lo stato 
di. una questione, e trovare quindi intrinsecamente in essa, o 
al di fuori di essa gli argomenti che comproveranno l'assun- 
to ; poi bisogna saper acquistarsi la benevolenza e 1' attenzio- 
ne dell'uditorio con un abile esordio, bisogna saper narrare, 
adoperare a tempo opportuno gli argomenti, ricapitolare, tra- 
durre il fatto particolare (yjroSw^) in generale (6&c;); ingran- 
dire e magnificare ( aiitrpu ), rappresentare e quindi adattare ai 
costumi, al carattere, alle abitudini sociali del tempo la cau- 
sa che peroriamo (rfuvAv), commuovere e trarre alla nostra 
parte chi ci ascolta ( TraOjjrntoV ). Tutto quest' insieme di arte, 
acquistato con V ingegno, ha bisogno di un altro coefficiente 
che proviene dalle qualità naturali del corpo e dall' esercizio : 
esso si chiama astone. Un' orazione perfetta non consegue vit- 
toria se è mal pronunziata. ( § 121-133 ). 

Ed infine alla materia e ai pensieri d'i una orazione perfet- 
tamente ordinata è necessaria la forma, la elocuzione, arte dif- 
ficilissima, di cui con ingegno e con studi solo in età matura 
potrà l'oratore servirsi traendone quegli effetti che rivolti al- 
l' animo e al sentimento, non alla mente, sono i veri despoti 
dell' altrui volere ( § 134-139 ). 

■ 

Cosi Cicerone ha rappresentato sinteticamente la coltura 
del summus orator , in nove capitoli solamente, i quali han- 



L'u Orator n 175 



no fornito poscia il titolo a tutta 1' opera. In questa par- 
te del libro noi non troviamo un solo precetto che contradica 
o non sia ricordato nel De Oratore: essa si può considerare 
come la sintesi di tutta quella materia che con stile didattico 
ed oratorio insieme era stata esposta in quel libro. Il che di- 
mostra che la teoria del De Oratore, rimase fondamentale e 
immutata nella mente di Cicerone. Il quale d'altro lato face- 
va tanto conto di questo trattato, quanto della sua fama me- 
desima ( ad fatèt. VI, 18 4); Quintiliano lo giudicò scritto di- 
vinamente : a Quae M. Tullins in Oratore divine, ut omnia, 
exsequitur n ( Inst. I, 6, 18). 

Gli studiosi moderni non sono stati larghi di encomio verso 
quest'opera quanto l'autore si augurava: vi hanno ritrovato 
sproporzione di parti, ripetizione di concetti, a distinzioni po- 
co nette e di un rigore scientifico più apparente che reale n, 
a espressioni poco precise n. (1) Si può non tener conto, come 
facciamo noi, dei due ultimi rimproveri ; è necessario invece 
che si riconosca da tutti la giustezza degli altri. Ma essi non 
debbono attribuirsi a fretta di composizione, bensì al proposi- 
to postumo di Cicerone di aver voluto dare al libro titolo e 
carattere diverso da quello con cui fu concepito. Il che noi 
dimostreremo nel seguente paragrafo. 

Accolto poi 1' intimo legame tra il titolo e il contenuto 
dell' opera, si dovea necessariamente riuscire ad attribuire ad 
essa uno scopo che ebbe solo in parte , o non ebbe affatto. 
Con 1' u Orator n Cicerone volle rappresentare il tipo del ve- 
ro e grande oratore , secondo alcuni ; nell' u Orator n è rac- 
colta la quintessenza degli sforzi e dei risultati dell' anti- 
chità nel campo dell' eloquenza, secondo altri ; e così di segui- 
to. Dall' esame che noi faremo della composizione del libro 
scaturirà con evidenza quello che fu vero e primitivo argo- 
mento di esso, e quello che fu posteriore e sovrapposto. 

La Composizionk dkll' « Orator * 

Abbiamo già detto che questo trattato non ò svolgimento di 
un solo tema, 1' Oratore perfetto, come avrebbe voluto presen- 



ti) Cfr. A. De Marchi, V Oratore comm. Iutrod. pag. XIII. 

12 



176 Capitolo Settimo 



tarlo Cicerone al publico, e come da tqtti fin' ora si è creduto, 
ma è formato di due brevi trattati, messi insieme dall'autore 
per messo di una tersa breoe trattazione. Dimostriamo quali 
siano parti primitive e quali cuciture posteriori. (1) 

Se Cicerone avesse avuto, fin da] primo accingersi a que- 
st' opera, il proposito di rappresentare la coltura e le atti- 
tudini necessarie al perfetto oratore, avrebbe seguito , almeno 
nelle linee generali , queir ordine che nei comuni trattati era 
stato sancito e che anche il naturale svolgimento del tema 
richiedeva. Avrebbe dovuto svolgere ordinatamente quelle par- 
ti ohe nella sintesi contenuta nei § 113-133 sono appunto con 
maestria disposte. Neil' Orato,- ÌDvece noi leggiamo prima la 
dottrina intorno allo stile , poi la sintesi menzionata, e quin- 
di la teoria del numero oratorio. Fin qui tuttavia si potrebbe 
dubitare che nient' altro in ciò sia da vedere tranne un certo 
disordine non raro nelle opere didattiche di Cicerone, come noi 
abbiamo fatto osservare nel corso di questo libro ; ma esami- 
nata attentamente 1' opera . risulterà evidente quello che noi 
affermiamo. 

Cominciamo col riportare i luoghi in cui Cicerone ricorda le 
lettere di Bruto, alle quali egli rispondendo esponeva le due 
teorie che gli venivano domandate : 

§ 52 a Quod quidem ego, Brute, ex tais litteris sentiebam, 
non te id sciscitari, qualora ego in inveniendo et in collocan- 
do snmmum esse ora bore m velleun, sed hoc mi hi quaerere vide- 
bare, quod genus ipsius orationis optimum iudicarem. n 

§ 54 u Et, quoniam coepi iam cumulati us hoc munus auge- 
re, quam a te postnlatum est — tibi enirn tantum de orationis 
genere quaerenti respondi etiam brevi ter de inveniendo et col- 
locando » — etc. 

§ 55 u Itaque ilio perfectus, quem iamdudum nostra indicat 
oratio, utcumque se affectum videri et animum audientis mo- 
veri volet, ita certum vocis admovebit sonum ; de quo plura 



(1) Fu osservata già la mancanza di proporzione e di organico svilup- 
po di un unico pensiero, ma di questa osservazione non si trasse altro 
che un giudizio, cosi espresso da Schanz, op. e. I, pag. 235. a Trotz der 
glanzenden Diktion, welche diese Scbrift anzeichnet,'erhàlt der Leser dock 
keinen vollig befriedigenden Eindruk, weil die tiefgehende, prinzipielle 
Gestaltung der Gedanken fehlt ». 



V u Orator n 177 



dicerem, si hoc praecipiendi tempus csset aut si tu hoc quae- 
reres. n 

§ 174 a Visne igitur, Brute, toturn huno locum accuratius 
etiam explieemus quam illi ipsi, qui et haec et illa nobis tra- 
diderunt, an his contenti esse, quae ab illis dieta sunt, possu- 
mu8 ? Sed quid quaero velisne, cum litteris tuis eruditissime 
scriptis te id bel maxime velie perspexerim ? Prinium ergo 
origo, deinde causa, post natura, tum ad extremum usus ipse 
explicetur orationis aptae atque numerosae n 

Da questi luoghi si ricava con bastevole chiarezza che Bru- 
to domandava a Cicerone una teoria intorno allo stile oratorio 
(§ 52, 5-4,55), e un'altra intorno al numero (§ 174); il rap- 
presentare adunque 1' oratore perfetto fu un compito che si as- 
sunse Cicerone spontaneamente e con ogni verosimiglianza 
quando volle riunire quelle due risposte a Bruto in unico trat- 
tato. Il quale non veline fuso nelle sue parti tanto bene da 
cancellare la traccia della slegata composizione. 

Infatti i primi nove capitoli costituiscono un'introduzione, 
che comincia con la dedica a Bruto, e con ordine di pensieri non 
interrotto giuuge a dimostrare la possibilità di costruire ideal- 
mente il tipo dell' oratore perfetto. (1) Questa prefazione, nella 
quale è in modo chiaro posta la questione dell' oratore perfetto, 
fu scritta certamente dopo che il libro era stato composto, e 
quando Cicerone avea determinato di presentarlo ai lettori con 
quella veste nuova. Per questo nel § 3 egli scrive in modo da 
contradire a quello che dirà, o per dir meglio a quello che avea 
detto, nel corso del libro, rivolgendosi a Bruto: a Quaeris igitur, 
idque iam saepius, quod eloquentiae genus probe m maxime, 
et quale mihi videatur illud cui nihil addi possit, quod ego 
summum et perfectissimum iudicem. In quo vereor, ne, si id 
quod vis effecero eumque oratorem (juem quaeris expressero, 
tardem studia multorum etc. n Dai § 52, 54, 55 da noi ri- 
portati si deduce con bastevole chiarezza che Bruto deside- 
rava esclusivamente la teoria dello stile e del numero, tanto 



(1) O. Jahn, op. e. Einleit. pag. 23-24 osserva iu torno al ragionamen- 
to contenuto in questi capitoli che Cicerone non intese bene il con- 
cetto filosotìco dell' idea di Platone, o almeno non è bene adattato al ca- 
so della rappresentazione dell' oratore perfetto: l' idea di Platone è la so- 
la verità esistente ; 1' oratore di Cicerone è sola immaginazione , irrealtà. 



178 Capitolo Settimo 

che Cicerone, tutte le volte che in quei due trattati è tentato 
di parlare dell'invenzione, della disposizione, dell' azione, o 
se ne astiene o lo fa in fretta, dichiarando che suo dovere è 
quello di rispondere ad una domanda determinata e tale da 
escludere ogni altro argomento. Si sente dunque un'aggiunzione 
posticcia in quelle parole: u in quo vereor ne, si id quod vis 
effecero, eumque oratorem quem quaeris espressero . . . n (1) 

Dopo questa prefazione, nella quale si trattiene un poco a 
parlare di varie scuole di eloquenza e degli atti cisti, segue lo 
svolgimento intorno allo stile, ma prima di entrare in argo- 
mento leggiamo una nuova breve dedica a Bruto che somiglia 
molto alla prima dei § 1-2 : 

§ 33 a Magna m opus omnino et arduum Brute, conamur; sed 
nihil difficile amanti puto. Amo autem et semper amavi inge- 
ni um, studia, mores tuos. Incendor porro quotidie magie non 
desiderio solum, quo quidem conficior, congressus nostros, con- 
suetudinem victus, doctissimos sermones requirens tuos, sed e- 
tiam incredibili fama virtutum admirabilium quae specie di- 

spares prudentia coniunguntur § 35. Sed testi- 

ficor me a te rogatum et recusantem haec scribere esse ausum. 
Volo enim mihi tecum commune esse crimen , ut , si susti- 
nere tantam quaestionem non potuero, ini usti oneris impositi 
tua culpa sit, mea recepti, in quo tamen iudicii nostri errorem 
laus tibi dati muneris compensabit ». 

A nostro avviso la dedica dei § 33-35 è quella medesima che 
accompagnava il trattato sullo stile ; prova ne è il fatto che 
in essa (§ 34) è contenuta una circostanza particolare di tem- 
po riguardante Bruto : u Ergo omnibus terris una Gallia com- 
muni non ardefc incendio ; in qua frneris ipse te, cum in Ita- 
liae luce cognosceris versarisque in optimorum civiuin vel flo- 



(1) L' espressione « figura dicendi n che si legge nel § 2 non dev' essere 
qui interpretata siccome stile oratoria; bisogna metterla in relazione a 
tutto il passo, che è questo : u Quid enim est maius, quani , cum tanta 
sit inter oratore» bonoi dissimilitudo, iudicare quae sit opti ma specie» et 
quasi figura dicendi ? n Si vede che il u quasi figura dicendi » è adoperato 
da Cicerone come diversa espressione dell'idea significata con u opti ma 
species n e questa in relazione alla u dissimilitudo inter oratores bonos» 
niente altro può significare tranne il tipo perfetto fra i vari diversi 
tipi di buoni oratori. 



V u Orator « 179 



re vel robore. Iam quantum illud est, quod in maximis ocou- 
pationibus numquam intermittis studia doctrinae, semper aut 
ipse scribis aliquid, aut me vocas ad scribendum ! 75 La corri- 
spondenza avveniva nell' an. 46 a. C. quando Bruto governava 
la Gallia, e Cicerone nelP atto di inviargli la risposta intorno 
allo stile, gli fa elogio di buon governo della provincia. La 
prefazione dei § 1-2 non fa ricordo di quella circostanza, è più 
generica ed ha il carattere di poter convenire a qualunque amico 
che chiede un trattato, ma nel resto ripete lo stesso pensiero. Ci 
fa proprio ricordare quel columen prooemiorutn, dal quale Ci- 
cerone attingeva qualche volta con distrazione, qualche altra, 
come in questo caso, con 1' avvedutezza di mutare la forma (1). 
Il trattato sullo stile nella seconda redazione venne senza dub- 
bio ampliato di alcuni capitoli, giacché dovendo ora servire a dare 
V idea del perfetto oratore, Cicerone sapendo che prima dello stile 
è necessario all' oratore possedere la materia da rivestire^ si ac- 
corgeva che bisognava parlare dell' invenzione, della disposizione, 
dell' azione, che in ordine d'importanza venivano prima dell' elo- 
cuzione. Ma questo ampliamento ritenne il carattere di un' ag- 
giunta posteriore, prima di tutto perchè nello svolgimento es- 
so occupa i § 43-60, mentre dello stile viene trattato nei § 36-42; 
61-112 con evidente sproporzione ; e poi ancora perchè Cice- 
rone lo dichiara : a Et, quoniam coepi iam cunudatius hoc mu- 
nus aligere quam a te postulatum est — tibi enim tantum de 
orationis genere quaerenti, respondi etiam brevi ter de inve- 
rnando et collocando — ne nunc quidem solum de orationis 
modo dicara, sed etiam de actionis : ita praetermissa pars nul- 
la erit n § 64. (2) 



(1) Ad att. XVI, 6, 4 : u Nunc ueglegentiam meam cognosce. De Gloria 
librimi ad te misi : ut in eo procrmium id est, quod in Academico tertio. 
Jd evenit oh eam rem, quod habeo voi union procumiorum. Ex 00 eligere so- 
lco, cum aliquod ov/yoa'/y.a institui. Itaque iam in Tusculano, qui non 

meminissem me abusimi iato prooemio, conieci id in eum librum, quein ti- 
bi misi. Oum autem in navi legerem Academicos, agnovi erratimi meum. 
Itaque statini novum proGumium exaravi ; tibi misi. Tu illud desecabis, 
hoc agglutinabis. " 

(2^ Lo stesso metodo di comporre adottò Cicerone nel libro terzo del 
De (J/ficiis, al ([naie, dopo che era stato condotto a fine, aggiunse i § 19-82. 
Cont'r. Cicerone, / tre libri u De oificiis » , comm. da R. Sabbadini, Torino 
18b9, Introdus. pag. VIII-XI. 



180 Capitolo Settimo 



Compiuti tali adattamenti rimaneva a Cicerone da congiun- 
gere questo breve trattato con 1' altro intorno al numerus, e 
non era disagevole impresa; anzi voluta dalla disciplina retori- 
ca: nel primo si determinava il carattere dello stile oratorio 
nelle sue linee generali, nel secondo le leggi particolari del pe- 
riodo. Ma con ciò veniva sufficientemente rappresentato V ora- 
tore perfetto nell'elocuzione, del tutto trascurato nelle altre 
discipline, ed importanti, di cui deve essere fornito ; per que- 
sto Cicerone unì i due trattati per mezzo di un' aggiunta ( che 
comprende i § 112-139) e che può riguardarsi come una terza 
trattazione indipendente dalle altre, la quale parla della dialet- 
tica, della filosofia, degli studi scientifici, storici, giuridici neces- 
sarii all'oratore; dell'invenzione (§ 121-22 ), della disposizione 
(oarie parti dell'orazione § 123-133), dell' elocuzione, dell'azio- 
ne ( § 134-139 ). Questa parte ha fusione vera, considerata in- 
dipendentemente dal resto di tutto il libro ; è scritta tutta di 
un fiato, informata da un solo pensiero direttivo, e da se sola 
basta a rappresentare 1' oratore perfetto. A nostro avviso que- 
sta sola parte fu concepita e scritta con l' intendimento che 
Cicerone volle quindi attribuire a tutto il libro ; considerata 
in rapporto alla prima è un largo e più organico svolgimento 
di quello che Cicerone avea incominciato a fare nei § 43-60 
( aggiunta al trattato primo ). 

Il trattato sul numero oratorio ( § 140-236 fine ) è anch' es- 
so preceduto da una prefazione, la quale così come ora la 
leggiamo, ha il carattere di preparare il lettore al passaggio 
da una serie di precetti ad un' altra. Cicerone si scusa coi let- 
tori romani di aver affidato ad un libro tante regole minute 
intorno al periodo, ed invoca tutta la sua dignità di uomo di 
stato perchè non venga biasimato dell' ufficio che si è assunto, 
da non confondere con quello di un umile maestro di retorica. 
Questa prefazione fu composta quando il trattato sul numero 
fu scritto la prima volta indipendentemente, ovvero quando fu 
raccolto in volume con quello che precede? In essa leggiamo 
un periodo, il quale contiene lo stesso pensiero già espresso 
nelle prefazioni § 1-2 ; § 33-35 ; u Quibus si nihil aliud respon- 
derem, nisi me M. Bruto negare roganti noluisse, iusta esset 
excusatio, cimi et amicissimo et pnwstantissimo viro et recta 
et honesta potenti satisfacere voluissem r> (§ 140 ), ma 1' espres- 



L' u Orator » 181 



sione u nisi me M. Bruto negare roganti noluisse v dà alla 
prefazione un carattere nuovo : nelle due prime Cicerone si ri- 
volgeva direttamente a Bruto; in questa si rivolge ai lettori. 
D'onde tale diversità? E non sarebbe da vedere anche in ciò 
una prova della indipendente composizione di questa ultima 
parte dell' u, Orator n ? In ogni modo, certo è che Cicerone la ri- 
guardava ( § 140 sino alla fine ) come una nuova serie di pre- 
cetti, i quali non scaturivano logicamente dal corso dello svol- 
gimento del tema, dappoiché crede necessario preparare ad es- 
si il lettore con una introduzione di sette paragrafi, § 140-146. 

L' opera dunque non era stata composta con unità di pen- 
siero; messe insieme poscia le varie parti, mantenne sempre il 
carattere di aggregamento. Nel quale le due teorie dello stile 
§ 36-42, 61-112, e del numero § 140-239 sono il fondamento 
primitivo; V introduzione § 1-35; i § 43-60; il ritratto dell' o- 
ratore perfetto § 113-139 ampliamenti e adattamenti. Della 
qualcosa ancora una prova abbiamo in alcune frasi adoperate 
da Cicerone nei capitoli di rifacimento, contradittorie ad al- 
tre che leggiamo nella parte primitiva : 

1* § 43 a Xella prarcepta poneutus — necque enim id su- 
scepimns — sed excellentis eloquentiae speciem et formain a- 
dumbrabimus; nec quibus rebus ea paretur exponemus, sed 
qualis nobis esse videatur n. 

2- § 112 a Illud tamen, quod iam ante diximus, memineri- 
mus, nihil nos praecipiendi causa esse dicturos atque ita po- 
tius acturos, ut existimatores videamur loqui, non magistri n. 

§ 117 a . . . quoniam, ut supra dixi, iudicem esse me, non 
doctoreuè, volo n. 

§ 123 u Quoniam autem non qitem doceam quaero, sed quem 
probem, . . . v — Dunque in queste due parti, che noi conside- 
riamo come posteriori, Cicerone non vuole attribuirsi 1' ufficio 
di dar precetti, ma quello di rappresentare il tipo della perfe- 
zione oratoria. 

Si confronti ora con quello che dice nella prefazione al trat- 
tato intorno al numero: 

§ 141 a Sed si profitear, — quod utinam possem ! — me sta- 
diesis direndi praecepta et quasi vias, quae ad eloquentiam 
ferrent, traditurum, quis tandem id iustus rerum existimator 
reprebenhet ? * 



182 Capitolo Settimo 



Dunque in questa parte del trattato, dà dei precetti ! À chi 
può sfuggire tanta diversità d } intonazione e di linguaggio ? 

Preveniamo un' osservazione : ammesso che le varie parti del 
trattato, come le abbiamo divise, appartengano a diverso tem- 
po e siano dettate da diverso proposito, non potrebbero essere 
posteriori quelle che noi consideriamo come anteriori ? "Ciò non 
è possibile, perchè dall' introduzione a tutto il trattato si ri- 
cava che Cicerone vuol presentare al pubblico V opera sua co- 
me rappresentazione del tipo dell' oratore perfetto, e perchè il 
titolo di essa, in relazione a questo proposito, fu concretato 
da lui dopo che prima gliene avea attribuito un altro. In- 
fatti nell' ottobre del 45 annunzia a Cornificio che avea scrit- 
to parecchi libri, fra cui uno de optimo genere dicendi u Me 
soito, dum tu absis, quasi occasionein qnandam et licentiam 
nactum, scribere audacius : et cetera quidem fortasse, qua e- 
tiam tue concederle; sed proxirae scripsi de optimo genere di- 
cendi : in quo saepe suspicatus sum te a indicio nostro, sic 
scilicet, ut doctum hominem ab non indocto, paullulum dissi- 
dere n. Ad fam.XII, 17, 2. 

L' anno seguente, scrivendo ad Attico, nei primi di Maggio, 
ricorda questo suo libro, scritto per le insistenze di Bruto, an- 
cora col titolo de optimo genere dicendi: u Quid tu Bruto pu- 
tas et ingenioso et erudito? De quo etiam experti sumus nu- 
per in edicto. . . Quin etiam, cum ipsius precibus paene ad- 
ductus scripsissem ad eum de optimo genere dicendi, non mo- 
do mihi, sed etiam tibi scripsit sibi illud, quod mihi placeret, 
non probari n XIV, 20, 3. 

Poco dopo, nello stesso anno e sulla fine dello stesso mese, 
scrive a Trebonio che avea raccomandato alla diligenza dell' a- 
mico suo Sabino, il suo volume che finalmente avea intitolato 
Orator : u Orato rem menm (sic enim inscripsi ) Sabino tuo 
commendavi r\ Ad fa/n, XV, 20, 1. (1) 



(1) 0. Jahn, ed e. Einleit. pag. 15, dava questa spiegazione della di- 
suguaglianza di titolo, ma senza guardare alla cronologia delle lettere: 
u Wenn er an anderen Stellen ( mi fnm. XII, 17, 2; ad Alt. XIV, 20, 4) 
sagt : scripsi de optnmo genere dicendi, wo er unzweifelhafb von dicser 
Schrift redet, so will er damit niebt den Titel, sonderà den Inhalt an- 
geben. n 



U u Orator n 183 



L'introduzione a tutto il libro e il titolo definitivo di esso 
racchiudono necessariamente 1' ultima intenzione dell 1 autore. 

Se noi potessimo confrontare la copia che avea mandata a 
Cornificio nel 45 con questa che inviava un anno dopo a Tre- 
boniò. troveremmo certamente che la seconda edizione, come 
portava un titolo nuovo, così di nuovi capitoli e di nuovi a- 
dattamenti veniva arricchita e rifatta. 

Il u De Optiino genere oratortun n 

Con una traduzione chiuse Cicerone la polemica e la sua lun- 
ga discussione intorno all' atticismo. (1) 

La traduzione era preceduta da una breve prefazione: que- 
sta, come è noto, giunse fino a noi; quella andò perduta. La 
prefazione, che va comunemente sotto il titolo De opti mo ge- 
nere oratortun, merita la nostra attenzione perchè contiene l'ul- 
tima parola di Cicerone intorno all' atticismo. Si era discusso 
molto a quel tempo su questo proposito, ma i più erano appena 
arrivati a sapere che il genere attico era quello che avea avuto 
esplicazione e vita in Atene, e che consisteva nelT esser esen- 
te dei vizi dell'elocuzione u Est autem tale, quale floruit Athe- 
nis: ex quo Atticorum oratoruin ipsa vis ignota est; nota glo- 
ria. Nam alterimi multi viderunt, vitiosi nihil apudeos; aite- 
rum pauci, laudabilia esse multa, n § 7. Bisognava far cono- 
scere a coloro che della quistione s 7 interessavano, quale fosse 
veramente la jbrzu del parlar attico, giacche non la conosce- 
vano nemmeno quelli che passavano e si facevano chiamare at- 



(1) Che tale traduzione sia stata posteriore all' u Orator n non abbiamo 
veramente notizia diretta; ci fa erodere ohe essa non era stata ancora por- 
tata a compimento, se non cominciata, quando Ci corono pubblicava 1' O- 
rat-or il fatto che in questo nessun accenno è contenuto riguardo alla sua 
traduzione. Quanto non sarebbe tornato a proposito, discutendo le parti- 
colari quistioni della scelta delle parole, della loro collocazione, del suo- 
no, del numero, riferirsi alla traduzione? con la quale si proponeva di mo- 
strare ai .Romani che quei due grandi oratori greci, Demostene ed Eschi- 
ne, difficilmente avrebbero potuto dare ai loro pensieri veste latina mi- 
gliore di quella che ad ossi avea dato lui. E dunque verosimile ritenere 
questa traduzione siccome compiuta dopo la pubblicazione dell' « Orator r», 
e non saremo molto lontani dal vero noi seguire la comune opinione, che 
essa cioè sia stata publicata nell'anno 44 a. C. 



184 Capitolo Settimo 



ticisti. Costoro infatti ridncevauo 1' atticismo ad un genere di 
stile oratorio, cioè al genere umile, e riconoscevano come loro 
modello Lysia. Erano caduti in errore. 

Lysia era oratore attico senza dubbio; ma attico era pure De- 
mostene ed Eschine; eppure quanta differenza! E se Demostene 
fu di gran lunga superiore per ogni rispetto a Lysia, bisogna- 
va riconoscer lui come tipo dell' atticismo, non quest' ultimo. 
Giacché nell' arte oratoria non e' é che l'ottimo, il buono, il 
cattivo, chi non vede che ciascun oratore debba tendere all'ot- 
timo, anziché al buono? Altra distinzione non è possibile nel- 
l'eloquenza: nella poesia c'è 1' epica, la drammatica, la lirica 
con le* loro sottodivisioni; generi diversi i quali vogliono esser 
trattati con particolari attitudini, tanto che un poeta di trage- 
die non si propone di emulare in qualunque caso Monandro, e 
molto meno Omero; nell' arte del dire la differenza è quella so- 
pra notata, ed è prodotta dalla diverga forza degli ingegni ri- 
mani che iu essa si provano. Per far conoscere dunque la forza 
del parlar attico Cicerone traduceva in latiuo l'orazione u per 
la corona n di Demostene, e quella « contro Otesifonte n di fi- 
schine: u Sed cum in eo magnila error esset, quale esset id di- 
cendi genus, putavi tnihi susui piendmn laborem, utilem studio- 
sÌ8, mihi quidem ipsi non necessariuin. Converti enitn ex Atti- 
cis duorum eloquentissimorum nobilissima» orationes inter se 
contrarias, Aeschinis Demosthenisque; .... n § 13-14. 

Con siffatte considerazioni e con quest' ultima dichiarazione 
si vede chiaro che Cicerone affrontava la difficoltà del tradur- 
re con una sicurezza che solo la maturità degli anni e la co- 
scienza del suo valore potevano dargli: noi dobbiamo pur trop- 
po lamentare la perdita di una traduzione, per cui egli pote- 
va dire: u Huic labori nostro duo genera reprehensorum oppo- 
nuntur. Unum hoc: Veruni melius Graeci. A quo quaeratur , 
ecqttid possint ipsi (id. Aeschines et Demosthenes ) melius lu- 
tine? . , . . ti § 18. 

Il criterio che egli dichiara di aver seguito nel tradurre acui- 
sce ancora di più il rammarico della perdita; giacché non co- 
me interprete, ina come oratore uvea vestito con parole latine 
il pensiero dei due oratori greci, mantenendo ad esso il carat- 
tere particolare con cui era stato espresso, non contando, ma 
pesando le parole. { § 14 ). 



L* u Orator » 185 



Se Cicerone non prometteva più o diversamente di quel- 
lo che avea attenuto , questa traduzione sarebbe ora per noi 
di carattere e di valore singolare. Infatti le traduzioni di Ci- 
cero, ne sono per buona parte improntate di una oerta liber- 
tà nelP ampliare o diminuire o modificare il testo greco. Ta- 
le libertà che pare scusata in quei brani che Cicerone alle- 
ga tradotti per dimostrare o corroborare di autorità anti- 
che un suo assunto, o in quelle traduzioni che fece nella sua 
gioventù per esercitazioni di stile , quali i Fenomeni di Ara- 
to e V Economico di Senofonte , è anche manifesto nella tra- 
duzione del Timeo di Platone , compiuta in età matura. Ma 
riguardo a quest' ultima bisogna considerare , come bene os- 
serva il Giri, che le aggiunte, i mutamenti, le omissioni che 
in essa si riscontrano derivano dalla necessità di introdur- 
re in latino parole nuove, o da quella di rendere il pensiero 
del filosofo più chiaro ed intelligibile ( si pensi sopratutto al- 
lo svantaggio che aveano gli scrittori e i traduttori antichi nel 
non conoscere 1' uso delle note ) o da altra ragione a noi igno- 
ta (1). La traduzione delle orazioni di Demostene e di Eschi- 
ne era invece u sententiis iisdem et earum formis tamquam fi- 
guris, verbis ad nostram consuetudinem aptis; in quibus non 
verbum prò verbo necesse habui reddere, sed genus omne ver- 
borum vimque servavi. Non enim ea me annumerare lectori 
putavi opoitere, sed tamquam appendere, n § 14. 

D' onde ricaviamo argomento per concludere in modo diverso 
da quello che tenne il Giri, il quale è d' avviso che questa versione 
dovette avere carattere di molta libertà. (2) L' argomento del Giri, 
che quella versione non era per Cicerone u il fine, ma semplicemen- 
te il mezzo r> per difendersi dagli attacchi degli atticisti, non cade 
a proposito, giacché dato pure che Cicerone considerasse la sua 
versione come mezzo di difesa, ogni sorta di ampliamenti o di 
riduzioni o di mutamenti sarebbe stata sfavorevole a lui ; gli 
atticisti avrebbero potuto contrapporgli che egli mutava e tra- 
sformava 1* originale per il suo bisogno, laddove era necessario 
impedire sopratutto, per averne vittoria, questo loro attacco. E 
d' altro lato possiamo noi, senza prova alcuna, negare alle pa- 



(1) G. Giri, Del tradurre presso i Ialini; Milano, Briola 1889, pag. 88-59. 

(2) Op. e. pag. 78-89. 



186 Capitolo Settimo 



role sue il senso che esse hanno? Se egli dice u sententiis iisdem 
et earum formis tainquam figuris n noi dobbiamo escludere che 
aggiungesse, togliesse, mutasse. 

Non si può dire ohe Cicerone non conoscesse o non avesse 
praticato mai la traduzione fedele sia nel pensiero sia nella 
parola, perchè ce ne dà uria prova nell' u Orator v § 41 dove tra- 
duce dal Fedro di Platone , 278 E, e perchè inoltre nel u De 
Oratore n tKce che nella sua gioventù ( è Crasso che parla, il 
quale come sappiamo rappresenta Cicerone medesimo) si eserci- 
tò a tradurre in latino orazioni di sommi oratori greci con fe- 
deltà di vocaboli, come si può comprendere dalle sue parole. Egli 
infatti così scrive, I, 155: a Postea mihi placuit .... quibus 
lectis hoc adsequebar, ut, cum ea quae legeram graece, latine 
redderem, non solum optimis verbis uterer et tamen usitatis, 
sed etiam exprimerem quaedam verba imitando quae nova no- 
stris esse ut, d uni modo essent idonea ». Studio di vocaboli dun- 
que faceva, adoperando quelli accolti dall' uso ed altri intro- 
ducendo nel vocabolario siili' autorità dei corrispondenti greci. 
Se si fosse attenuto al pensiero, avrebbe rilevato 1' utilità che 
arrecava quell' esercizo in rapporto alle idee e cognizioni che 
con esso veniva ad acquistare ; parla invece, e solamente, di 
parole usate e ijuove. Ora lo studio della parola ci mostra il 
traduttore che vuole rendere il pensiero con quella stessa fra- 
se, od immagine adoperata dallo scrittore da cui traduce : il 
bisogno d'introdurre vocaboli nuovi è inteso da colui che vuo- 
le rendere esattamente non il pensiero solamente, ma anche 
la parola. Avvertiamo che a questo luogo di Cicerone gl'in- 
terpreti ricordano le traduzioni che egli fece dell' Economico e 
del Protagora, ma a torto. Cicerone qui parla di traduzioni 
da oratori greci , e non da filosofi greci, come avrebbe dovuto 
dire, se a quelle egli si fosse riferito in questo luogo. Se egli 
adunque si era esercitato in gioventù a tradurre fedelmen- 
te, e in età matura, nel 46 ce ne dà un saggio, noi siamo 
indotti a credere che la traduzione delle due orazioni di De- 
mostene ed Eschine non si sarà di molto scostata da quel 
metodo. In ogni caso tuttavia l' opera di Cicerone ci riusci- 
rebbe ora di grande vantaggio nell' apprendere in qual modo 
sentiva egli la forza del parlare attico: se l'eloquenza consta, 
come egli afferma, di pensiero e di parole ( § 4 ), noi possiamo 



V u Oraior n 187 



anche ora investigare con quali pensieri nelle singole parti di 
quelle due orazioni Demostene ed Eschine aveano conseguito 
la forza del dire, ma con la traduzione ciceroniana apprende- 
remmo quale misura egli dava, secondo il carattere della lin- 
gua latina, all'uso dei vocaboli propri, dei tropi, delle figure 
di pensiero; e nell' ordinare le parole in qual modo avrebbe re- 
so il numero demostenico. 

Ma poiché per un caso fortunato Cicerone, dopo che avea e- 
sposto tutta la sua teoria retorica, dopo che avea compiuto 
questa traduzione si trovò, lungi dal prevederlo, nella condi- 
zione di comporre le Filippiche, così in esse noi possiamo ve- 
dere l'epilogo delle sue teorie sull'atticismo tradotte in prati- 
ca, il suo vero canto del cigno. 



S^M« 



BIBLIOGRAFIA PARTICOLARE 



Ciceronis De Opt. gen. oratorum, partitiones et topica, ed. G. Friedrich, 
Lipsiae, Teubner. 

I. Klein, De Fontibus topicorum Ciceronis, Bonnae 1844. 
C. Wallies, De Fontibus topicorum Ciceronis, Hai. 1878. 
G. Hammer, De Ciceronis TopicU, Landa vi 1879. 



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CAPITOLO OTTAVO 



LA a TOPICA » 



« • » 



SOMMARIO — Contenuto dell' opera— La questione delle fonti — Soluzione concilia- 
tiva e non conciliativa — Relazione ohe corre tra questo trattato e gli altri re- 
torici di Cicerone. 



Secondo ci narra Cicerone nell'introduzione premessa a que- 
sto breve trattato, esso ebbe origine dal seguente fatto: Trebazio, 
dotto giureconsulto, si trovava un giorno ( an. 44 a. C. ) nella 
villa Tusculana del nostro, e svolgendo a caso i libri della bi- 
blioteca , pose le mani sopra un volume che conteneva la To- 
pica di Aristotele. Trebazio domandò a Cicerone quale fosse il 
contenuto del libro, e avutone ragguaglio si propose di legger- 
lo; ma qualche tempo dopo significò all' amico suo che P oscu- 
rità del libro lo avea indotto a chiuderlo, e un retore consul- 
tato sui proposito gli avea dichiarato di non conoscere quella 
dottrina di Aristotele. Cicerone perciò si propose fin d' allora 
di esporre all'amico suo la teoria aristotelica, e trovò il tem- 
po opportuno a scrivergliela, fidando nella memoria, senza sus- 
sidio di libri, nei sette giorni di navigazione che impiegò da 
Velia a Reggio, di dove gliela inviò. 

Ogni buona discussione, così comincia egli a dire, compren- 
de due parti : V invenzione e il ragionamento. Aristotele fu il 
miglior maestro dell' una e dell' altra, giacché gli stoici colti- 
varono solo la seconda che appellarono dialettica, trascurando 



190 Capitolo Ottavo 



la prima, che chiamasi topica, la quale, come in ordine logi- 
co tiene il primo posto, così anche ha maggiore importanza ri- 
spetto alla dialettica. E facile trovare una cosa quando si co- 
nosce il luogo in cui essa risiede; così sarà facile trovare gli 
argomenti a favore o contro un dato assunto, quando si cono- 
scono i luoghi, loci. Quindi si può definire il locus la sede de- 
gli argomenti, e questi, i mezzi che servono a provare un sog- 
getto dubbio: a Itaque licet definire locum esse argumenti se- 
derà; argumentum autem, rationem quae rei dubiae faciat fi- 
dem n. I loci sono intrinseci ed estrinseci. I primi si dividono 
in due categorie, secondo che scaturiscono dal soggetto stesso, 
e sono : definitio, partiurn enumeratio, aotatio; o da tutto ciò 
che ha qualche affinità col soggetto; e sono: argu/nenta coniu- 
gata > ex genere* ex formula, ex similitudine, ex differen- 
tia etc. (vedi a pag. 127 di questo volume, e tavola ±). I se- 
condi son detti dai greci are/ice, vuol dire non determinati dalla 
retorica, giacché si ricavano nei singoli casi da particolari av- 
venimenti o dall' autorità di qualche persona. 

La nomenclatura e 1' ordinamento ( che sono perfettamente 
quelli medesimi che avea esposti nel De Oratore ) e la dichia- 
razione di essa comprendono il nucleo principale dell' opera, che 
va dal § 6 al 78. 

La conoscenza della topica però rimane senza profitto fino a 
che non si sa porla a servigio della teoria che riguarda una 
discussione in generale; considerata a sola rende poca utilità. 

Per questo Cicerone, esaurita la teoria dei loci, passa a quel- 
la che riguarda tutte le possibili quistioni: le quali si dividono 
in propositum (OsVi») e causa (ut:o%?u), ciascuna delle quali ha il 
suo schema speciale. Lo schema della tesi in questo trattato 
( § 79-86 ) è perfettamente quello medesimo che Cicerone ci avea 
dato nel De Oratore. Conosciuto il quale è facile vedere che 
i loci non convengono tutti ugualmente ad ogni specie di tesi, 
ma alcuni solamente di essi convengono ad una, altri ad un'al- 
tra. Quindi alla tesi an sit convengono i luoghi intorno alle cau- 
se, agli effetti, ai concomitanti, alla tesi quid sit convengono i 
luoghi che riguardano i fatti conseguenti , antecedenti , repu- 
gnantt, concomitanti ed anche quelli della causa e degli effet- 
ti, alla tesi quale sit con le sue suddivisioni convengono: per 
quella u de expetendo fugiendoque » i luoghi che riguardano 



in eo ipso de quo 
agitui* haerent 



11 



Definita ( {mtàe vu ) 



deliberatioais 



ad id de quo disseritui 

1. defìnitio 

2. partium enumera 
tio 

3. uotatio (s. etiniofiralis 

logia ) 



status 



laudationis 



definitivus 
Legitiraae disceptationes 



iuvidicialis 



\ 



non id legem dicere sed aliud 
scriptum ambiguum 
discrepantia scripti et voi un tati s 
legi lex contarla apponitur 



La u Topica n 191 



1' animo, e il corpo rimano, e gli esterni vantaggi od incom mo- 
di; per quella a de aequo et iniquo * i luoghi ohe riguardano 
là equità; per quella a de honesto et turpi n i luoghi ohe trat- 
tano dei beni o dei mali dell' animo. Per la tesi u de eodem 
e\ alio tì si adoperano gli stessi luoghi che per quella quid sit; 
per quella u de maiore et minore v non è indicato alcun luo* 
gd. ( § 87-90 ). 

La causa abbraccia tre generi: giudiziale, deliberativo, dimo- 
strati vo; ciascuno di questi tre generi indica chiaramente qua- 
li sono i luoghi che gli convengono, avendo di mira il primo 
l'equità, il secondo l'utilità, il terzo l'onestà. Ma d'altro la- 
to ciascuna causa ha luoghi propri per accusare o difendere: 
d^l diverso modo cori cui si concepisce 1' accusa e la difesa sca- 
tprisoe lo status che può essere congetturale, definitivo, giudi- 
ziale. Lo status ha luogo anche nel genere deliberativo e di- 
i&ostrativo. Posta la questione, si viene al punto controverso, 
qua de re agitur ( *y*4*xevci»). Ma nei dibattimenti giudiziari bi- 
sogna far in modo che la legge ci appresti anche il suo soc- 
corso e venga in nostro aiuto: si presentano allora le questioni 
legali, legitimae disceptationes, che sono: 1.° quando la legge 
non dice ciò che afferma V avversario; 2.° quando uno scritto è 
ambiguo; 3.° quando ad una scrittura si oppone la volontà di 
chi la scrisse; 4.° quando si oppone una legge ad un' altra. 

In rapporto a queste modalità della causa, ciascuna parte di 
essa si giova o di quei luoghi che si adattano ai vari bisogni 
o di quelli particolari ad esse parti, come, ad es., quelli per 
T esordio con le sue varietà; per la narrazione; per guadagnare 
la persuasione degli uditori, etc. ( § 91-99 ). 

Questa è la materia del trattato, che noi, per renderla ancora 
più chiara ai lettori, esponiamo nella tavola 4*. 

Per ohi ha seguito tutto quello che abbiamo detto fin qui 
intorno alle dottrine retoriche di Cicerone , la Topica appare 
manifestamente di singolare importanza per due motivi: 

1.° perchè essa ripetendo esattamente gli schemi dei luoghi, 
della tesi e della ipotesi del De Oratore (confronta la tavola con 
pag. 127-128 di questo volume) ci attesta che la tecnica di Cicero- 
ne, dopo la pubblicazione di quel libro che noi appellammo il co- 
dice retorico ciceroniano, non sofferse più alcuna innovazione. 

12 



182 Capitolo Ottavo 



2.° perchè nel u De Oratore v la teoria dei loci , della tesi , 
della ipotesi è trattata senza unità, laddove ora nella Topica 
Cicerone riduce le due teorie della tesi e dell' ipotesi ad unità, 
e mette in modo evidente a servizio di esse quella dei luoghi. La 
fusione dei vari elementi che Cicerone era andato raccoglien- 
do in tutta la produzione retorica greca ora si può dire com- 
piuta, e così in questo libro egli riusciva a dar carattere di uni- 
tà e definitiva alla sua teoria dell' invenzione , col vantaggia 
sopra tutti i retori anteriori, di aver accolto anche i-n essa la 
tesi, e di aver determinato le sue relazioni coi u luoghi n. 

Cicerone si accorgeva di avere scritto a Trebazio più cose che 
questi non avesse domandato; gli era accaduto ciò che a quei 
venditori liberali, per ripetere le sue parole, i quali nel lascia- 
re il fondo al compratore regalano insieme qualcosa che è in 
esso di ornamento o di utilità. Ma bisogna riconoscere che gli 
ultimi tre capitoli dell'opera, 21-23, nei quali parla della tesi 
e della ipotesi e delle relazioni di esse con i luoghi non sono 
semplicemente un sovrappiù; sono invece un complemento ne* 
cessano per mostrare il lato pratico e utile della dottrina dei 
loci. Senza di quest' ultimo complemento Cicerone sarebbe ri- 
masto in un campo tra il filosofico e il retorico, con esso fini 
di trasportare intieramente la materia filosofica nella retori- 
ca, mostrandone a Trebazio e ai romani il lato pratico. 

A siffatto carattere pratico del resto mirava, a quanto pare, 
il desiderio di Trebazio, con cui si scusa Cicerone, tutte le vol- 
te che gli par d' entrare in particolari minuti e più propri di 
una trattazione filosofica che non di quella cui egli dava mano. 
Così dopo la classificazione dei luoghi e la spiegazione ge- 
nerale della loro nomenclatura, § 6-24, sente il bisogno di 
fargli un' avvertenza, prima di entrare nell' analisi minuta e 
particolare di ciascuno di essi: a Utrum igitur hactqnus sa- 
tis est? Tibi quidem tam acuto et tam occupato piato. Sed, 
quoniam avidum hominem ad has discendi epulas recepì , 
sic accipiam, ut reliquiarum sit potius aliquid, quam te bino 
patiar non satiatum discedere n ( § 25 ). Quando spiega le mo- 
dalità del luogo ex adiunctis, temendo che di esse non voles- 
se saperne di più 1' amico suo, si scusa col dire: u Tu tamen 
patiere nullum a me artis institutae locum praeteriri; ne, si ni- 
hil, nisi quod ad te pertineat, scribendum putaris, nimium te 



La u Topica w 198 



amare videare n. Ed ancora, prima di parlare dei luoghi estrin- 
seci, sente il bisogno di avvertire: u . . . de iis panca dioamus, 
etsi ea nihil omnino ad vestras dispatationes pertinent; sed ta- 
men totam rem effioiamus, quandoqnidem coepimus. Neque e- 
nini tu is es, quem nihil nisi ius civile delectet, .... 77. In 
conseguenza del desiderio dell'amico dunque Cicerone diede al 
suo trattato un carattere retorico piuttosto ohe filosofico , il 
quale per ciò appunto non poteva essere né una traduzio- 
ne, né un' epitome esatta e fedele della Topica di Aristotele. 
Per la coltura e i bisogni della persona cui veniva dedicata 
ben le conveniva il carattere di trattazione ad uso dei giure- 
consulti, e degli avvocati. Ma ciò non di meno avrebbe potu- 
to seguire, mantenendo il carattere voluto^ solamente ed esclu- 
sivamente il trattato di Aristotele; seguì invece altre fonti, e in 
più larga misura che non l'aristotelica. Il dissenso tra ciò che 
Cicerone nel proemio promette di dare e quello che in fatti at- 
tiene col suo libro, la mescolanza della teoria aristotelica con 
quella stoica, ha offerto l'occasione agli studiosi di ricercare 
una spiegazione probabile della curiosa contradizione. 

Per muovere sopra un terreno sicuro bisognò anzitutto deter- 
minare fino a qual punto è riprodotta o seguita 1' opera di A- 
ristotele; e il Brandis iniziò il raffronto esatto e la ricerca 
acuta (1). 

Prima che il Brandis avesse studiata la questione, comune- 
mente si era ritenuto, per un esame poco attento del libro, ohe 
Cicerone avesse seguito ora da vicino, ora con certa libertà, il 
testo di Aristotele; altri, che non ritrovavano tra i due trattati 
quella corrispondenza che le parole di Cicerone facevano atten- 
dere, aveano opinato che Cicerone avesse avuto sott' occhio non 
la Topica di Aristotele che ci è pervenuta, ma un'altra che 
andò perduta; altri infine avea posto in dubio la origine Ari- 
stotelica della Topica di Cicerone (2). 

Il Brandis rilevò gran parte di quei luoghi del trattato ci- 
ceroniano che non derivano da Aristotele, e si formò il convin- 
cimento che Cicerone non ebbe in animo di esporre a Treba- 



(1) Rhein. Mus. voi. Ili, 647 sqq. a. 1832. 

(2) Vedi queste opinioni diverse riportate da I. Klein, De fontibus topi- 
eorum Ciceronis, Bonnae 1844; pag. 1 sqq. 



194 Capitolo Ottavo 



zio la topica di Aristotele: a lui non poteva interessare la sot- 
tigliezza della dialettica aristotelica per 1' uso che volea farne, 
di avere cioè con essa la guida a ritrovare gli argomenti nel- 
le cause forensi; prova di ciò esser il fatto che la materia e- 
sposta da Cicerone si allontana da quella della Topica di Ari- 
stotele, e in gran parte invece deriva dagli stoici, come del 
resto chiaramente si può desumere dai § 53-60. 

L' opinione del Brandis è assolutamente inconciliabile con 
quello che Cicerone dice dell' origine del libro e dell' intendi- 
mento che ebbe nel comporlo. Perchè dunque Cicerone diceva di 
fare una cosa, e in realtà poi ne compiva una diversa? Un so- 
lo argomento esterno il Brandis addusse a sostegno di questa tesi: 
nella lettera con cui Cicerone accompagnò il trattato nel mandar" 
lo a Trebazio, si leggono queste parole: a insti tui Topica Ari- 
stotelia conscribere v (Ad fam. VII. 19). Esse debbono inten- 
dersi non u Topica di Aristole » ma u Topica alla maniera ari- 
stotelica 7). Interpretazione alquanto libera; ma quand' anche si 
accettasse da tutti, non basterebbe a mutare il significato di quan- 
to si dice nel proemio, nel quale indubbiamente si parla della 
Topica di Aristotele, e non di una topica alla maniera aristotelica. 

Invogliato da questo studio , il Klein , scolaro del Brandis , 
ne compì un altro, col quale dopo aver fatto il confronto del 
contenuto della Topica di Aristotele con quella di Cicerone, (1) 
segnò i luoghi singoli nei quali quest' ultimo avea seguito lo 
Stagirita , e quelli nei quali se n' era allontanato (2) e arrivò 
alla conclusione seguente: Cicerone avea letto il volume di Ari- 
stotele che possedeva nella sua biblioteca e che era capitato 
in mano a Trebazio, ma il suo libro era riuscito solamente Ari- 
stotelico pel contenuto, non esposizione o traduzione dell' opera 
di Aristotele ; come se insomma questo avesse dato piuttosto 
V occasione, e non propriamente la materia. (3) Fra le fonti ad- 
ditava poi la Rhetorica di Aristotele, la dottrina stoica, e 1' Aca- 
demia. (4) In questo modo il Klein collocava Cicerone in una 
posizione quasi conciliativa tra le sue dichiarazioni e le esigen- 



(1) Op. e. pag. 25-35. 

(2) Id. ibid. pag. 35-48. 

(3) Id. ibid. pag. 49-55. 

(4) Id. ibid. pag. 56- 57. 



La u Topica n 196 



ze dei lettori da una parte , e il contenuto del suo libro dal- 
l' altra. 

Recentemente riprese a trattare la questione M. Wallies, e 
arrivò a queste diversa conclusioni : 1.° Che Cicerone non co- 
nobbe esattamente la dottrina dei róizci di Aristotele, e per que- 
sto non si trova alcuna intima simiglianza fra 1' opera di co- 
stui e la sua; vi sono soltanto in essa, sparsi qua e là, somi- 
glianze e precetti aristotelici. 2.° che la materia aristotelica 
contenuta nella Topica di Cicerone deriva in massima parte 
dalla Pr-sfjMr, anziché dalla Tsxmyj di Aristotele; 3.° che la ma- 
teria non aristotelica è puramente stoica. (1) Su questo fon- 
damento il Wallies, interpretando alla lettera il proemio del 
libro, attribuisce a Cicerone il proposito di aver voluto espor- 
re a Trebazio la teoria di Aristotele senza darsi il fastidio di 
svolgerne 1' opera. 

Questo fatto, strano a prima vista, egli spiega con una ipo- 
tesi ingegnosa: Cicerone non attinse direttamente da Aristote- 
le, perchè in tal caso non v'era ragione di introdurre nel suo 
libro teorie stoiche; non attinse da uno scrittore stoico, perchè 
sarebbe in aperta con tradizione con ciò che dice nel § 6, che 
gli stoici cioè non trattarono la topica; non attinse da uno scrit- 
tore di retorica, perchè nel proemio dice che un dotto retore 
interrogato sul proposito da Trebazio rispose che non conosce- 
va quella parte della filosofia di Aristotele (il che direbbe in 
altre parole che i retori non si erano mai occupati di tale argo- 
mento); rimane dunque l'Academia, alla quale Cicerone si pro- 
fessa debitore della sua facoltà oratoria. Sappiamo che la nuo- 
va acade ì: ita con a capo Filone di Larissa si accostò allo stoi- 
cismo; Antioco di Ascalona, scolare di Filone, fu maestro per 
sei mesi di Cicerone, durante il soggiorno di costui in Atene, (2) 
Antioco perciò fu la fonte del trattato. Come in alcuni luo- 



(1) M. Wallies, De Fontibus Top. Ciceroni*, Halis Sax. 1878, pag. 8-40. 
Per la relazione che questi risultati hanno con il luogo del De Orat. II, 
11)4-173 del quale ci siamo occupati a pag. 127 di questo volume, avver- 
tiamo che i § 6-25 della Topica riportano la classificazione stessa del 
u De Oratore n 1. e. la quale nel suo fondamento è aristotelica. Le discre- 
panze con Aristotele e le infiltrazioni stoiche avvengono dopo, nei § 26 sqq. 

(2) Brut. § 315. 



196 Capitolo Ottavo 



ghi delle sue opere filosofiche Cicerone, confidando sull'autorità di 
Antioco, riferisce come Aristoteliche dottrine stoiche, così nella 
Topica seguendo Antioco credeva di seguire nello stesso tempo 
Aristotele. (1) Il ragionamento di Wallies è condotto bene e l'ipo- 
tesi ha carattere di verosimiglianza, ma non tale tuttavia da 
non dar adito ad obiezioni contrarie. Il Wallies opina che 
Cicerone non avrebbe affrontato da se una questione di pura 
filosofia, studiandola in diverse fonti per farne quindi una fusio- 
ne. Certo è più verosimile che iniziata quella fusione dall' Aca- 
demia nuova, ad essa attingesse senza rimontare alle sorgenti 
prime; ma se egli si rivolse all' Academia, e all'opera di Antio- 
co in particolar modo, perchè non ne fa affatto menzione ? Sa- 
rebbe proprio il caso: u pereant qui ante nos haec dixerunt 7». 

Egli altre volte, nel u De Oratore a, trattando della tesi tro- 
va il modo di far menzione di Filone di Larissa in maniera 
che, pur non dicendo che dall'opera sua attingeva per quel capi- 
tolo speciale, lascia intravedere almeno che di essa se ne era oc- 
cupato quel filosofo; ora invoce si trova dinnanzi ad un'opera 
che segue per la composizione di quasi un intiero suo trattato, e 
mentre fa menzione di Aristotele, di stoici, di dialettici, non. 
ricorda mai Antioco ! Nella stessa condizione di costui rispetto 
a Cicerone, si trova Filone di Larissa: anche questi fu filosofo 
academico, maestro ad un tempo di filosofia e di retorica, (2) 
potrebbe dunque con uguale fondamento di verosimiglianza 
dubitarsi che non Antioco, ma Filone fosse la fonte della To- 
pica di Cicerone. In essa né 1' uno né 1' altro mai vengono 
menzionati, perciò di fronte all' ipotesi del "Wallies, il quale 
vuol ritrovare come fonte un filosofo academico, Filone e An- 
tioco possono accampare i medesimi diritti. 

D' intendimenti più benevoli verso la sincerità di Cicerone fa 
C. Hammer, autore di un opuscolo comparso un anno dopo quello 
del Wallies, contro cui prende posizione, e ben preparato. E- 
gli non può convenire che Cicerone adoperi un solo libro come 
fonte del suo trattato, essendo ciò contrario alle sue abitudini; 
ne soleva adoperare invece parecchi per ogni sua opera; non può 



(1) Op. e. pag. 44-48. 

(2) Vedi ciò che abbiamo detto di lui a pag. 119 di questo volume. 



La u Topica » 197 



ammettere che avendo adoperato un solo libro, non ne ricordi 
mai V autore; non gli par verosimile che avendo inteso Antio- 
co nel 675. dopo tanto tempo, nel 710, si fosse ricordato proprio 
delle lezioni di lui per il suo trattato. Per questi motivi dopo 
aver notato i luoghi derivanti da Aristotele nell'opera cicero- 
niana, con l' intendimento di rilevare che essi non sono pochi 
rè di poca importanza nell' esposizione teoretica della materia, 
accetta letteralmente la confessione che Cicerone fa nel proe- 
mio u cura mecura libros non haberem n e perciò è d' avviso 
(he questi abbia scritto a memoria il suo trattato. In conse- 
guenza di ciò non poteva fare un esatto compendio dei To'to*, 
ohe la memoria non sarebbe bastata a tanto, ma una sua To- 
pica, seguendo il metodo dello Stagirita e quel tanto che ricor- 
dava, ad uso di un giureconsulto o di coloro che amano i buo- 
ni studi, non ad uso di un filosofo. Cicerone d' altro lato ro- 
mano ed oratore, non avea certamente studiato i to'ttsi di Aristo- 
tele con vera diligenza, li avea letti solamente assimilandosi so- 
pratutto quelle parti che interessavano l'invenzione nelle cause, 
da ciò il connubio tra precetti dei Torse ed altri che si leggo- 
no nella P^rror/yj, non facendo egli esatta differenza tra 1' una 
teoria e 1' altra. Per rendere poi come meglio poteva compiuta 
la trattazione dei u loci n cercò nella memoria quanto ritrova- 
va di teorie stoiche ed academiche, ed anch'esse comprese nel 
libro. In ultimo, a simiglianza di quello che Aristotele avea 
fatto nel libro Vili dei towc, trattò della tesi, della ipotesi, e 
delle parti dell' orazione con l' intendimento di mostrare come 
in essa si possa giovarsi dei luoghi. (1) Il ragionamento del 
Hammer è accettabile perchè fondato tutto sul buon senso, ed 
ha inoltre la bontà del proposito di scusare Cicerone di fron- 
te ai lettori moderni. 

Certamente la migliore scusa alla sua condotta avrebbe po- 
tuto procurarsela da se stesso Cicerone, se avesse scritto in mo- 
do da non trovarsi in contradizione. Ma poiché pose in capo 
al libro quel proemio, noi siamo d' avviso che difficilmente gli 
studiosi troveranno una soluzione nella quale tutti convenga- 
no. Egli dice ohe scrisse a memoria il trattato; v' è chi crede 



(2) C. Hammek, Comni. de Cicevonis 7'opicis, Laudavi 1879. 



198 Capitolo Ottavo 



alla sua dichiarazione, ma V è chi non gli presta fede; è pos- 
sibile trovare una via di conciliazione su questo primo punto, 
fondamentale nella quistione? Dice a Trebazio che finalmente 
ha trovato il tempo di contentare il suo desiderio, chi.* era quel- 
lo di conoscere la Topica di Aristotele; e gli scrive una Topi- 
ca che non è esattamente quella desiderata dall' amico — dun- 
que 1.° o fidava sulla buona fede di Trebazio , cui credeva di 
accontentare con una Topica qualunque, come gli venne fatto 
di mettere su in poco tempo e stando all' impiedi per così di- 
re; 2.° o compose a quel modo la sua Topica, scientemente, sa- 
pendo di raccogliere da varie scuole col solito suo eclettismo 
teorico e senso di utilità pratica; 3.° o fu tratto in inganno di 
un retore da cui attinse, reputandolo seguace della dottrini 
Aristotelica. — C'è da scegliere, ma non da conciliare. In ogni ca- 
so poi, chi si appiglierà ad un partito , farà bene a riconoscere 
che non per la sottigliezza degli interpreti o dei critici , m& 
Cicerone da se medesimo s' è posto in questa condizione di a- 
ver bisogno di critici protettori per venire scusato, o di subi- 
re le accuse degl' intransigenti. 

Sia quale si voglia tuttavia V origine, il valore e il rigore 
logico della, trattazione dei loci, bisogna riconoscere, ciò che 
ancora non s' è fatto , non poco merito a questo trattato, per 
quello che riguarda le ricerche che siamo andati facendo. Da 
esso ricaviamo che mentre per una parte la teoria retorica for- 
mata da Cicerone nel u De Oratore v rimase sostanzialmente 
definitiva, veniva dall' altra meglio dichiarata o trattata con 
vedute più larghe nelle opere posteriori. Egli avea ripreso a 
coltivare questa disciplina intorno al 46, e 1' u Orator n e que- 
st' ultimo trattato sulla Topica mostrano cho fece nuovi studi, 
seguiti da progresso. 

Gli schemi determinati e prodotti nel a De Oratore * sono ripe- 
tuti in questa senza la più piccola diversità; sono però collegati 
ora solamente, in modo da farne conoscere l'uso nella pratica. 
Queste legame difficilmente poteva derivare all' opera dalla stes- 
sa fonte che apprestava la teoria dei loci; il Brandis, il Klein, il 
Wallies, il Hammer hanno concordemente opinato che la ma- 
teria relativa alla tesi e alla ipotesi proviene nel tratta- 
to da una fonte academica, ma non da quella stessa che era 
servita per la prima parte di esso; dunque a maggior ragione 



La u Topica n 199 



non può derivare dalla stessa sorgente il legame fra le due par- 
ti. L' averlo saputo ritrovare con 1' aiuto di altri libri , o più 
probabilmente da se solo, è per Cicerone un merito non indif- 
ferente. Bisogna pensare che da Aristotele in poi quella mate- 
ria era stata trattata largamente da non pochi ingegni sottilis- 
simi e per giunta in essa esclusivamente versati , e se è diffi- 
cile inventare o costruire una macchina complicata, non torna 
meno difficile apportare ad essa 1' ultimo perfezionamento. 



BZBLIOOBA7IA PARTICOLARE 



Ciceros Parlitionet Oratorìae erkl. von K. W. Piubrit Leipzig, 1867. 



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CAPITOLO NONO 
LE a PARTITIONES ORATORUE » 



801C1CAHI0 — Contenuto del trattato — Difficolta di determinare il tempo in cui fa 
composto — Considerazioni che inducono a dubitare dell'autenticità. 

Il lettore si meraviglia certamente nel vedere consacrato alle 
u Parti tiones Orato riae v Y ultimo capitolo delle nostre ricer- 
che, laddove per la cronologia comunemente accettata delle o- 
pere retoriche di Cicerone , noi avremmo dovuto parlarne pri- 
ma del u De optimo genere oratorum n e della a Topica n. Ma 
cesserà dal meravigliarsi quando si sarà persuaso con noi che 
esse, in rapporto alle altre opere di Cicerone, sono una sfinge, 
e che gravi motivi inducono a dubitare della loro autenticità. 

Il breve compendio ha forma di dialogo catechistico, che si 
finge essere stato tenuto da Cicerone con il figlio Marco, il 
quale vuole apprendere in lingua latina, per bocca del padre, 
quelle stesse cognizioni retoriche che prima da lui stesso avea 
appreso in lingua greca. Siffatto cognizioni vengono distribui- 
te in tre capitoli generali intitolati ois oratoris, oratio, quae- 
stio, e a ciascuno di essi viene quindi assegnata una parte del- 
la materia retorica, in questo modo: 

A. la Vis Oratoris comprende: 

1.° V invenzione ( § 5-8 ), la quale consiste nel trovare i mezzi 
per produrre la persuasione e la commozione degli animi. La 
persuasione si ottiene con argomenti interni ed esterni. 

2.° la collocuzione ( § 9-15 ), per la quale bisogna distingue- 
re se trattasi di una tesi o questione infinità, ovvero se di una 



202 Capitolo Nono 

ipotesi, o questione definita. Nel primo caso si può tenere 1' or- 
dine con cui l'autore enumera i loci (§6-7), nel secondo uno 
particolare secondo il genere demon stralicimi § 12 , d'Ubera- 
ticiuu § 13, indiciate § 14-15. 

3.° T elocuzione ( § 16-24 ), nella quale si deve distinguere an- 
zitutto uno stile piano e spontaneo ( genus sua sponte fustini ) 
§ 16-22 da un altro non spontaueo (genus concersum alque 
mutatimi ) § 23-24. Nel primo vengono quindi considerate le 
parole separatamente (simplicia oerba) e nel periodo (coniunc- 
ta oerba ); nel secondo la dilatati*» e la contractio dell' espres- 
sione; la commina t io ordinis. 

4.° V azione ( § 25 ). 

5.° la memoria ( § 26 ). 

B. La Oratio prodotto della a vis oratoris n comprende 
( § 27-60 ): 

1.° V esordio (§ 28-30), il quale si fa scaturire o dalle perso- 
ne, o dalle cose; e si propone tre scopi: ut anace, ut intellegen- 
ter, ut attente andiamttr. 

2.° la narrazione (§ 31-32), con le sue tre caratteristiche: 
breois probabilis 9 suaois. 

3.° la confermazione (§ 33-51), per la quale bisogna saper a- 
doperare gli argomenti intrinseci, § 33 47, che sono di varia 
natura secondo che la causa è di stato congetturale, definiti- 
co, generale; e gli argomenti estrinseci § 48-51. 

4.° la perorazione (§ 52-60), nella quale bisogna praticare 
V ampli fica tio crborttm § 53-54, V ampi, rerum §55 58;r*7iu- 
meratio § 50-60. 

C. La Quaestio riguardata come il dominio su cui si può 
esplicare l'attività dell'oratore, comprende. ( § 61-138): 

1.° la tesi (genus infinitnm, proposti uhi, consultatio), la qua- 
le si distingue in tesi di cognizione, se deve rispondere ad u- 
na delle tre domande sit necne ( coniectura ), quid sit ( defini- 
to ) quale sit ( ratio ) § 61-62 ; tesi di azione, se deve rispon- 
dere ad un quesito di interesse e di virtù pratica, § 63-68. 

2.° la i/totesi (genus definitimi , causa) che si propone o un 
estetico godimento ( exornatio ), o di guidare verso una deci- 
sione, riguardante questa un fatto compiuto ( iudicium ) o da 
compiersi ( deliberalo j. Il che produce i tre generi demonstra- 
tirimi, le cui leggi emanano dal principio della delectatio, § 



Le u Partitiones Oratoriae » 203 



70-82 ; drliberatirmu, le cui leggi emanano dal principio della 
utilità, § 83-97; indiciate, informato al principio dell'equità, 
§ 98-138. 

A quest' ultimo genere vanno collegate molte distinzioni : 
questioni giuridiche preliminari § 99-100; — i diversi status della 
causa, considerati in generale ; che vanno distinti in status ra- 
tionales (ac/uxi): 1.° status ooniecturalis, 2.° status definitivus, 
3.° status generalis ; con la relativa contenenza della causa: 
ratio, firmamentum, quaestio § 101-106; e in status o quaestio- 
nes legales (>;;;.i*a'.'j: 1.° ambigue scriptum, 2.° scriptum et sen- 
tenza, 3.° contrarie scriptum § 107-108; — i luoghi (ro7:^)peri 
vari status, cioè, per i razionali § 110 131 : coniectwalis 
§ 110-122; definiticus § 122-128; (la praecaricatio) generalis 
§ 129-131; per i legali § 132-138: ambigua m 132; scripti et 
sententiae § 133-137 ; contrarie scripti § 137-138. 

Questo è il contenuto del compendio, il quale è anzitutto un 
documento singolare per la forma catechistica in cui è scritto. 
Un solo frammento greco ci è pervenuto di retorica stoica (1) 
il quale, condotto per domande e risposte, si può assomigliare 
alle Partitiones Oratoriae ; la letteratura latina non ci porge 
altro libro simigliante prima dell\lrs di Donato e del De musica 
di Agostino. Ma se si tien presente il ricordo che fa Cicerone 
nel Brutus, 218 sq. di un dialogo dell' oratore Curione, condotto 
appunto par domande e risposte, u omnisque ille sermo ductus 
est e percontatione filii quid in senatu esset actum n ; si può 
con qualche fondamento asserire che in Roma prima delle 
Partitiones Oratoriae altri dialoghi catechistici erano stati 
scritti. Oltre che per la forma questo dialogo colpisce 1' atten- 
zione del lettore per la mancanza di un' introduzione, nella 
quale, come suole praticare Cicerone nei dialoghi della manie- 
ra platonica, venga spiegata o con finzione o secondo verità, 
1' occasione che avea dato origine al dialogo, il tempo e il luo- 
go. E non solo manca l' introduzione, ma anche nel corso del 
dialogo a nessuna divagazione è dato posto, la quale sollevi 
alcun poco 1' animo del lettore dalla tensione cui lo costringe 
V addensata materia. Si può considerare, è vero, che nelle Par- 



(1) L. Spengel, Rhet. Graec. TI, 1 sqq. e Mus. Rh. a. 1868, pag. 490. 



204 Capitolo Nono 



tizioni V autore non seguì la maniera platonica, e va bene. 
Ma nei dialoghi scritti alla maniera aristotelica leggiamo in- 
troduzioni e divagazioni. E dunque singolarità di quest* ope- 
retta il mancare di termini di simiglianza con gli altri dialo- 
ghi di Cicerone, anche con quelli scritti con metodo aristote- 
lico, ad esempio gli Academici, giacché al genere aristotelico 
dovea appartenere nelP opinione dell' autore questo dialogo. 

Ma non diamo molto peso a cosiffatte considerazioni. Piuttosto 
proviamoci di rintracciare 1' epoca in cui potè essere scritto il 
trattato. Una sola espressione leggiamo sul principio del dialo- 
go, la quale dia luogo a ricerche e discussioni cronologiche: u o- 
tium autem primum est summum , quoniam aliquando Roma 
exeundi potestas data est. n Per la relazione che deve passare 
tra V età del figlio Marco, F opportunità di quei precetti reto- 
rici e l'espressione riportata, dobbiamo ragionare nel seguen- 
te modo: Marco, nato nel 65 a. C. (1), era stato educato in ca- 
sa, fin dai primi anni, insieme col cugino Quinto Tullio, figlio 
di Quinto Cicerone, sia da Cicerone stesso, (2) sia da maestri 
greci , quali Tyrannio (3) e Dionysio. (4) Nel 51 , quando il 
giovinetto Marco avea 14 anni, Cicerone andò proconsole in 
Cilicia, e condusse seco il figlio e il nipote in compagnia del 
liberto Dionysio. Al ritorno dalla provincia, nel 50, Cicerone 
fece visitare ai due ragazzi Rodi, Efeso, Atene. In quest' epo- 
ca sarebbe stata a proposito, meglio che in qualsivoglia altra, 
la composizione del compendio, considerata l'età del figlio Mar- 
co e 1' attualità degli studi retorici, ai quali in quel torno di 
tempo dovea esser dedicato. Ma volendo attribuire alla frase 
a Soma exeundi potestas data est n un significato letterale e 
un valore storico, bisogna venire almeno fino al 46 per trova- 
re nella vita di Cicerone un periodo di riposo dalla politica, 
di occupazioni letterarie e di ritiro nelle sue ville. Giacché ri- 
tornato in Italia nel 50, non entrò in Roma per non rinun- 



(1) Ad. Att. I, 2, 1 u L. Iulio Caosare C. Marcio Figulo consulibus (se. 
designatis ) fìliolo me auctum scito, salva Terentia. n 

(2) Ad Quint. fr. II, 14, 2. 

(3) Ad Quint. fr. II, 4, 2 u Quintus tuus, puer optimus, eruditur egre- 
gie; hoc uuuc magis auimadverto, quod Tyrannio docet apud me n. 

(4) Ad Att. IV, 15, 10 Dionysium — hortere ut quam primum veniat, ut 
possit Ciceronem meum atque etiam me ipsum erudire. 



Le u Partitiones Oratoriae n 205 



ziare alla sua pretesa di avere un trionfo per i fatti di arme 
del suo proconsolato ; intanto nel principio del 49 come im- 
peratola in seguito ad una deliberazione del senato ( 6 Febbr. ), 
fu incaricato di difendere le coste della Campania. Tratteneva 
sempre in sua compagnia il figlio e il nipote Quinto. Passato 
Pompeo (17 Marzo 49) a Durazzo, comincia per Cicerone V an- 
goscioso periodo delle incertezze: si ritirò coi due ragazzi nel 
suo Formiano, dove andò a trovarlo Cesare, quando facea ri- 
torno in Roma ; andò poi nella sua città nativa Arpino, per 
avere un convenevole motivo di star lontano dalla capitale; e 
là fece vestire la toga virile a Marco; lilialmente agli 11 di 
Giugno col figliuolo, che aveà già 16 anni, partì alla volta del 
campo di Pompeo, a Durazzo. Il giovine Cicerone si guadagnò 
subito un posto nell'esercito, e lode di coraggio e solerzia. (1) 
Dopo la battaglia di Farsalo, ( 9 Agosto 48 ) Cicerone passò 
col figlio a Brindisi, e quivi stette angosciosamente ad atten- 
dere fino alla fine del settembre del 47 : pensava già di invia- 
re suo figlio a Cesare in Oriente, (2) quando lo prevenne il ri- 
torno del dittatore. Cicerone fu generosamente abbracciato da 
Cesare; licenziò i suoi littori e sulla fine del 47, dopo lunga 
assenza fin dal tempo in cui era andato in Cilicia , rientrò in 
Roma, dove mutato oramai V ambiente e la vita politica, si 
ritirò nella quiete degli studi. Abbiamo visto che scrisse, fra 
altri libri, il Bruttis e 1' Orator ; a questo medesimo periodo 
dovrebbe anche ascriversi il compendio delle Partitiones ora- 
toriae. Questa opinione, seguendo un siffatto ordine di conside- 
razioni, hanno professato i più dei critici, il Drumann, E. W. 
Piderit, il Teuffel, lo Schanz. (3) 



(1) De oli*. II, 13, 45 u tua autem aetas incidit in id bellum, cuius al- 
tera pars sceleris niroium habuit, altera felici tatis parum. Quo tamen in 
bello cum te Pompei us alae praefecisset, magnani laudem et a summo vi- 
ro et ab exercitu consequebare equitando, iaculando, omni militari labo- 
re tolerando ?>. 

(2) Ad Att. XI, 17, 1 « ego cum Sallustio Ciceionem ad Caesarem mit- 
tere cogitabam ». 

(3) Drcmànn, Gesch. Roms voi. VI, pag. 293. R. W. Piderit. Cic. Part. OraL 
erkl. Leipzig 1867, Einl. pag. 5-7. W. S. Teuffel, Gesch. der Róm. Lit. § 182, 
5. M. Schanz. Gesch. der R. L. 1, 236 riconosce che il tempo della composi- 
zione del dialogo non si può determinare con sicurezza, ma verosimilmen- 
te (?) è quello stesso in cui fu scritto il Brutus e V Orator. 



206 Capitolo Nono 



Ora se la condizione di vita in cui si trovava Cicerone intor- 
no al 50 non incoraggia ad assegnare a queir anno la com- 
posizione del piccolo manuale , V età di Marco non incoraggia 
molto nemmeno, nel 46, per attribuirla a quest' anno. Egli in- 
fatti nel 46 contava circa venti anni , e non dovea aver fatto 
molti progressi se a quell'età non conosceva ancorala nomen- 
clatura retorica latina, e se studiava ancora sotto le esortazioni 
del padre un po' di retorica greca [bisogna badare, ciò che fi- 
n' ora non si è fatto, alla espressione: u Visne igitur, ut tu me 
Graece soies ordine interrogare n — dice soles, non solebas]] 
e se Cicerone voleva ancora far esperienza che il figlio avesse 
appreso e ricordasse quei precetti che avea studiati in greco 
(sane placet; sic enim et ego te memiuìsse intellegam, quae 
accepisti, et tu ordine audies, quae requires ). PeF quello che 
sappiamo di Marco , che era cioè di poca memoria , nessuna 
meraviglia che a venti anni non avesse fatto molti progressi; 
ma Cicerone in ogni modo intendeva presentarlo ai Romani 
assai diversamente; egli nell'anno seguente, nel 45, lo manda- 
va in Atene a compiere gli studi di Filosofia sotto Cratippo, 
gli dedicava il De O/fìciis, dunque Marco era molto innanzi 
negli studi. 

II Piderit osserva (1) che l'ultima parte del compendio trat- 
ta la teoria dello status della causa, della tesi e della ipotesi, 
dei tre generi di eloquenza in relazione al loro fondamento e- 
tico, in modo da far pensare che il giovine Marco, nel tempo 
della composizione del libro, era nel periodo di transizione dal- 
lo studio retorico a quello di filosofia, e richiama anche a pro- 
posito le parole con le quali è data fine al libro: u ad quos 
( se. philos. fontes ) si nobis eisdem ducibus aliisve perveneris, 
tum et ea ipsa melius et multo maiora alia cognosces t>. 

A noi sarebbe parso più verosimile che Cicerone avesse po- 
sto in mano al figlio, sul punto di passare agli studi retorici, 
il De Oratore: in esso avrebbe trovato ben altro svolgimento 
ed esortazioni allo studio della filosofia. Ma dopo tutto ricono- 
sciamo che le considerazioni esterne fanno ritenere ohe nella 



(1) Op. e. Einl. pag. 4. 



Le u Partitiones Omtoriae r> 207 

vita di Cicerone il periodo che corre intorno al 46 è il più a- 
datto di ogni altro alla composizione delle Partizioni. (1) 

L' autorità di Quintiliano per la cronologia del libro non si 
può invocare in aiuto, giacché dei sei luoghi nei quali egli ri- 
corda le Partizioni, tre contengono isolata menzione di esse, 
III, 5, 6 ; Vili, 3, 3G ; e 3, 42 ; perciò non offrono appiglio a 
commenti cronologici ; gli altri tre sono i seguenti : 

III, 3, 6-7 : a Et Cicero quidem in Rhetoricis ( se. De In- 
ventane) iudiciurn subiecit inventioni ; mihi autem adeo tri- 
bù? primis partibus videtur esse p-rmixtum, (nam neque di- 
sposilo sine eo neque elocutio fuerit ) ut pronuntiationem quo- 
que vel plurimnm ex eo mutuari putem. Quod hoc audaoius 
dixerim, quod in Partii ionibus oratoriis ad easdem, de quibus 
supra dictum est, quinque pervenit parfces. Nam cum duplici- 
ter primum divisisset, in inventionem afcque elocutionem; res ao 
dispositionem inventioni, verba et pronuntiationem elocutioni 
dedit ; quintam quoque constituit, communem ac velut eusto- 
dera omnium, memoriam. Idem in Oratore (De Oratore) quin- 
que rebus constare eloqnentiam dicit, in quibus postea scriptis 
certior eius sententi a est. n 

III, 11, 10: a Idque et in Rhetoricis Cicero et in Partitìo- 
nibus dicit. * 

III, 11, 18-19: a Nam in Rhetoricis ( quemadmodum supra 
dixi ) Hermagoram est secutus ; in Topicis ex statu effectam 
contentionein wmjzvcv existimat, .... ; at in Partitionibus o- 
ratoriis firmamentum, quod opponitur defensioni v. 

Nel primo di questi tre luoghi, V espressione in quibus pò- 
stea scriptis comunemente s* intarpreta come designazione cro- 
nologica , per la quale, secondo Quintiliano, le Partizioni 
appartengono alle opere scritte da Cicerone nella sua maturità. 
Non è gran cosa, posta in questi termini V indicazione, giac- 
ché la nostra ricerca non si contenta di un periodo largo di 
tempo; ma per essere anche .buoni interpreti, Quintiliano qui 



(1) Recentemente è stata anche sostenuta da Fu. L Merchant. De Cic. 
Partit. Oratoriis Commentatici Berolini 1890, pag. 75 sq. V ipotesi che questo 
compendio fosse stato composto nel 41-, senza alcuna migliore ragione di 
quella di apportare una novità cronologica qualunque, la quale è assai 
poco felice, se l'ipotesi con cui si vorrebbe assegnare il libro ali 1 anno 46 
già si regge male. 

U 



206 Capitolo Nono 

contrappone tre classificazioni diverse, esposte nel u De Inven- 
tione n } nelle Partizioni, nel a De Oratore n, delle quali le pri- 
me due sono tanta te da Cicerone, ma non accettate nò da lai 
né dagli altri, la terza, accettata nel a De Oratore r? fu quindi 
mantenuta da lui, ed era d' altro lato la classificazione comu- 
nemente seguita nella retorica latina. Dunque V espressione 
a certior eius sententia est rt non può riferirsi che al u De 0- 
ratore n, il quale contiene la teoria definitiva di Cicerone, e le 
parole « in quibus postea scriptis n debbono riferirsi ai tre li- 
bri del a De Oratore r>. L' ultimo periodo sintatticamente non 
è corretto, cosi come lo leggiamo ora; esso manca di due paro- 
le a Idem in libris de Oratore quinque etc. v le quali solamen- 
te possono giustificare quelle altre u in quibus postea etc. n (1). 
In tal modo Quintiliano cu avrebbe detto che le Partizioni, 
per P ordine di questa enumerazione, furono scritte prima del 
u De Oratore n, e dopo il u De Inventione n. 

Nel secondo luogo riportato, il Piderit vuole vedere la con- 
trapposizione di due opere, delle quali una scritta in gioven- 
tù, l'altra nell'età matura. Si può convenire con lui, ma si 
può anche interpretare che intenzione di Quintiliano fu quel- 
la di rilevare concordanza u nelle prime due opere retoriche 
di Cicerone »; ovvero, e più semplicemente, u in due opere reto- 
riche di Cicerone r,. 

Nel terzo luogo finalmente le Partizioni sono contrapposte 
ai Retorici e alla Topica. È evidente che Quintiliano badava 
soltanto al diverso contenuto retorico, e che della cronologia 
non si occupava gran fatto: egli dovea sapere, come lo sappia- 
mo noi, che la Topica fu V ultima opera retorica di Cicerone. 



(1) La correzione fu proposta da G. L. Sì'AMjing, M, F. Quintiliaiii de 
Itisi. Orat. libì\ XII. ree. et ann. Lipsiae 17;)8, al luogo indicato. Noi la 
troviamo sicura per due motivi: perchè Quintiliano in questo luogo non 
può riferirsi che al u De Oratore n facendo menzione di cinque parti del- 
la retorica ; nell' u Orator » Cicerone le riduce a quattro — perchè da un 
esame accurato che abbiamo fatto di tutti i luoghi delle Instituzioni, nei 
quali è ricordato il De Oratore , ci risulta che Quintiliano teneva due 
metodi per citare quell'opera: o facendo solo il nome di Cicerone (nel 
maggior numero d;*i cani, circa 26 volte ) u apud Ciceronem n, u Cicero dicit n, 
etc. ovvero adoperando V espressione u in libris de oratore w in u primo De 
Oratore libro » etc. cfr. II. 17, 5; III. 4, 2; VII, 8, 16; X, 5, 2; XI, 1,4; XII, 11,4. 
Nemmeno una volta il *< De Oratore n è citato col nome di u Orator n. 



Le u Pavtitiones Oratoriae n 209 

In conclusione il dialogo secondo la nostra interpretazione 
del luogo di Quintiliano, sarebbe stato scritto prima del ti De 
Oratore n; il che non è ammissibile, perchè nel 55, quando Ci- 
cerone pubblicava la sua opera retorica maggiore, Marco con- 
tava dieci anni, età adatta agli studi di grammatica, se mai, 
non a quelli di retorica. 

Dall' altra parte tenuto conto della sua opportunità, se fosse 
stato scritto per la educazione di Marco, avrebbe dovuto essere 
composto intorno al 50; il che non si concilia con le condi- 
zioni in cui si trovava Cicerone, messe a riscontro con la fra- 
se che si legge nell' esordio dell' opera. 

Da ultimo considerate le condizioni di vita in cui si trovava 
Cicerone, potè esser composto intorno al 40, ma nemmeno que- 
sto può ammettersi, per le seguenti considerazioni cui dà luogo 
il suo contenuto. 

Infatti nelle Partizioni non si legge un accenno alla meto- 
dologia oratoria, la creazione prediletta di Cicerone nella re- 
torica latina. Se fino all' u Orator n essa occupa la mente di 
lui, in uguale proporzione almeno con la tecnica, il vederla 
completamente trascurata nelle Partizioni è una stranezza ine- 
splicabile. Ne è il caso di pensare che in quest'opera non e' e- 
ra luogo per essa, che anzi, in seguito alla divisione fonda- 
mentale che contiene, avrebbe dovuto necessariamente trovare 
il posto di onore : le parti della retorica vengono quivi consi- 
derate come forza dell' oratore, vis oratoria; e chi non vede 
che a rappresentare tale forza Cicerone non avrebbe dimenti- 
cato di parlare delle qualità naturali, del sapere, dell' eserci- 
zio, dei modelli ? 

Nelle Partizioni non è consacrata una parola all' atticismo. 
Se esse furono scritte intorno al 40 è strano che proprio in 
quel torno di tempo, e poscia ancora fino al 44, Cicerone si oc- 
cupi di retorica esclusivamente per difendersi dagli attacchi 
degli atticisti (nel 44 scrive l'ultima sua parola intorno al- 
l' atticismo con la prefazione alla traduzione di due orazioni 
greche), mentre d'altro lato compone un trattato retorico nel 
quale l'animo suo ci si mostra olimpicamente sereno, estraneo a 
polemiche di scuole. Ne è il caso di dir^ che le Partizioni po- 
terono essere composte tra il 47 e il 40, prima del u Bru- 
tus n e perciò prima che fosse sorta la polemica: questa, in- 



210 Capitolo Nono 



sieme col fiorire degli atticisti romani , ebbe principio intor- 
no al 50. 

Nelle Partizioni V autore dedica al genere dimostrativo e al 
deliberativo più paragrafi che non nel a De Inventione n e nel 
a De Oratore ». Tenuto conto della rilevante differenza di mo- 
le che corre fra queste due opere e il dialogo, che conta com- 
plessivamente 140 paragrafi, è un indizio non trascurabile. I- 
noltre nel a De Oratore » Cicerone avverte che pel genere di- 
mostrativo era quasi superfluo dettare precetti ai Romani, i 
quali di esso poco si "occupavano ; pel deliberativo l'oratore 
dovea far tesoro di quanto era stato detto intorno al giudi- 
ziale, aggiungendo che il compito nuovo e più importante che 
ad esso incombeva in un' orazioue deliberativa consisteva nel 
pensare anzitutto di adattarla al senato o al popolo, le sole 
due specie di assemblee dinanzi a cui poteva venir pronun- 
ziata. Nelle Partizioni non è fatta differenza di utilità o di 
importanza o di opportunità fra i tre generi per un romano, 
e nel deliberativo gli uditori non formano due categorie : se- 
nato, e popolo ; ma u al ter uni indoctum et agreste » u al te rum 
humanum et politura n. Ora non è strano il fatto che un ro- 
mano del tempo della republioa, Cicerone, non pensi al sena- 
to e al popolo, ma ad uomini ignoranti, o ad uomini colti? 
Cicerone dunque in questo dialogo, facendola da maestro, ha 
dimenticato di educare il figlio alla vita e* alle istituzioni di 
Roma; è diventato retore-filosofo greco, di retore-oratore ro- 
mano che era. 

La teoria oratoria nel dialogo è dominata dal preconcetto 
che base della partizione retorica è il numero due: 

Le cinque parti della retorica formano un sol tutto chel'À. 
chiama vis oratoria, la quale si esplica in due elementi fon- 
damentali : pensieri e parole, res et oerba , cui appartiene un 
doppio ordine di attribuzioni: ai pensieri l'invenzione e la col- 
locazione; alle parole , Y elocuzione. L' arte del porgere accom- 
pagna sempre il nostro parlare; la memoria è custode di ogni 
cosa, perciò non turbano nò impediscono il sistema: § 3 a e. F. In 
quo est ipsa vis? e. p. In rebus et in verbis. Sed et res et verba 
invenienda sunt et collocanda. Proprie autem in rebus invenire, 
in verbis eloqui dicitur; collocare autem, etsi est commune , 
tamen ad inveniendum refertur. Vox, raotus, vultus atque omnis 



Le r> Partitiones Oratoriae n 211 

acbio eloquendi comes est earumque rerum omnium cusfcos me- 
moria r. 

L' orazione non comprende ne sei, ne cinque parti, ma quattro, 
e queste riducibili a due categorie: la prima a persuadere, e ab- 
braccia la narrazione e la confermazione; la seconda a commuo- 
vere, e abbraccia I' esordio e la perorazione: §4 uc. F. Quid ? ora- 
tionis qnot sunt partes ? e. P. Quattuor. Earum duae valent ad 
rem docendara , narratio et confirmatio ; ad pellendos animos 
duae, prrneipium et peroratio v. 

La questione si suddivide in due specie: questione infinita, 
e questione definita: § 4 a e. F. Quid? quaestio quasnam habet 
partes ? e. p. Infinitam, quam consultationem appello, et defini- 
tam, quam causam nomino n. 

Dopo questa prima generale partizione , passa 1' A. a quella 
particolare: 

1.° ,4. — Coli' invenzione 1' oratore compie ritte uffici: persua- 
dere e commuovere. — La persuasione si ottiene con due specie 
di argomenti, che si ricavano dai luoghi intrinseci ed estrinse- 
ci. Questi ultimi sono di due specie: divini ed umani. (Gl'in- 
trinseci non furon potuti ridurre a sistema dall' Autore )§ 5-8. 
— La commozione si ottiene con due mezzi , 1' amplificazione 
e l'enumerazione (di ciò tratta a proposito della perorazione, 

§ 52 sqq. ) 

li. — La collocazione appartiene alla tesi e alla ipotesi , ed 
ha riguardo ai due uffici del persuadere e del commuovere. Ma 
poiché la tesi si propone la persuasione e 1' ipotesi persuasio- 
ne e commozione , così la collocazione sarà in fondo il senso 
della convenienza § 9-lo. 

2.° L'elocuzione comprende due specie di parlare: naturale, 
e artificiale. 

A. — Il naturale si esplica con parole, nelle quali si conside- 
ra una doppia forza: considerate separatameute, o nella loro col- 
locazione. — a) singolarmente considerate le parole sono di due 
specie: primitive e derivate, e possono anche venir considerate 
sotto un altro doppio aspetto : conformazione di esse, uso. La 
conformazione alla sua volta con duplice riguardo ; 1' uso con 
molteplici riguardi (figure di parole ). 5) considerate nella col- 
locazione bisogna osservare due cose: il numero, e la correttez- 
za grammaticale. § lb'-l l J. 



212 Capitolo Nono 



lì. — L' artificiale si esplica o nelle pavole semplici o nelle 
parole coordinate. — Nelle semplici in due modi : con V al- 
largare e con V abbreviare , dilatatio , contractio, § 23 — nel- 
le congiunte anche in due modi : col dare alle parole un 
ordina diverso da quello che naturalmente avrebbero, o con 
T adoperare promiscuamente V ordine naturale e quello inver- 
so, § 24. 

Tralasciamo di riportare la partizione dell' orazione, e della 
questione per non dilungarci inutilmente; chi vorrà persuader- 
si meglio della verità di questa stranezza retorica fondata sul 
numero due, aprirà le Partizioni, ora che noi gli abbiamo in- 
dicato la via, e vedrà pullulare ad ogni pagina, in ogni perio- 
do , la duplice divisione. Nel a De Inventione n e nel a De 
Oratore n non esiste traccia di preoccupazione numerica nella 
varia partizione della materia, e se una predilezione si volesse 
trovare, essa riguarda il numero tre, non il due. La predilezio- 
ne per il numero tre d' altro lato si può far risalire ad: Aristo- 
tele, mentre quella per il numero due non sappiamo a quale 
retore greco possa rimontare. Trovi chi può la spiegazione di 
questo nuovo e strano mutamento avvenuto nella dottrina re- 
torica di Cicerone. 

Un altro carattere nuovo del trattato è V assoluta mancanza 
di esempi accanto ai singoli precetti. Dal u, De Inventione n 
alla u Topica v, Cicerone ha mantenuto costante il metodo degli 
esempi, ora invece se ne allontana, senza che sia facile trovar- 
ne la ragione. Giacche in un trattato di carattere elementare, 
come si vuol considerare questo, sarebbero stati necessari gli 
esempi e nel a De Inventione n infatti formano parte inte- 
grante dell' esposizione della dottrina ; in trattati di carattere 
elevato, quali il u De Oratore v e V u Orator r, Cicerone li avea 
anche accolti, e in larga misura. 

A queste considerazioni che riguardano il carattere generale 
del sistema , altre ne aggiungiamo che riguardano quello dei 
singoli precetti, e di non minore gravità. 

Nelle Partizioni 1' autore volle evidentemente raccogliere, per 
sommi capi, tutta la materia svolta nel u De Oratore n e nel- 
T u Orator r; ma i particolari schemi contenuti in quelle due 
opere non sono ben riprodotti, e ad alcuni precetti è dato un 
carattere nuovo e iucouciliabile. 



Le u Partitiones Oratoriae n 218 



Infatti lo schema dei luoghi nel u De Oratore n contiene una 
suddivisione interna: i luoghi intrinseci vengono differenziati 
secondo che riguardano la natura e le parti di un oggetto, il 
nome che porta, o tutto ciò che lo riguarda ( vedi pag. 157 di 
questo volume ). 

Nelle Partizioni questa interna suddivisione è trascurata, e 
così i luoghi intrinseci vengono ricordati semplicemente 1' un 
dopo l'altro (§7). Poca cosa, ci si potrà dire, ma nella To- 
pica, che pure veniva scritta a memoria da Cicerone, noi tro- 
viamo riprodotta l'interna divisione (vedi tavola 4 ), e nelle 
Partizioni no; lo schema della Topica, si vede, è riprodotto 
dalla stessa mano che avea scritto quello del u De Oratore n; 
lo schema d<lle Partizioni rivela una mano diversa, che non 
riproduce esattamente, ma vuole mutare qualcosa. 

Così ancora nell' u Orator r. § 44-01 le cinque parti della re- 
torica sono ridotte a quattro, [esclusa la memoria che Cice- 
rone considera comune a molte altre arti ] ma distribuite in 
modo da formare tre categorie: 

quid dicat quo quidque loco quomodo 

inoeatio coflocatio actio — clocutio 

L' invenzione e la collocazione son trattate insieme e consi- 
derate come strette da un certo vincolo, ma Cicerone non la- 
scia alcun dubio sulla triplice distribuzione. L' autore delle Par- 
tizioni invece raccoglie V invenzione e la collocazione in uni- 
ca categoria, e così riesce ad ottenere il suo numero due. 

Nel u De Oratore n ( vedi pag. 97 di questo volume ) e nel- 
P u Orator n § 69 i doveri dell' Oratore sono tre: ut probet y ut 
defeciet . ut flecAat; nelle Partizioni sono ridotte a due fonda- 
mentali; il terzo, ut delectet è confinato nel genere dimostrativo. 
Ma P ufficio del del erta re non apparteneva esclusivamente al 
genere dimostrativo, tanto raro del resto nella vita di Roma 
che Cicerone non se ne occupa di proposito, e si reputava invece 
necessario nel giudiziale e nel deliberativo. Tanto che a questo 
terzo ufficio è consacrata una buona metà dell' ti Orator v ! ( la 
scelta delle parole, la loro collocazione, il numero), che non 
tendeva certamente a rappresentare 1' oratore panegirista. 

Nelle Partizioni F elocuzione vien divisa in due specie: u ge- 
nus eloquendi sua sponte fusum n e u genus versimi atque mu- 



214 Capitolo Nono 



tafcam r> § 16. [ § 23 a conversa oratio atque mutata n ] le 
quali corrisponderebbero alle due specie osservate dagli stilisti 
greci e chiamate /.sa* zìgo'avjyi e /Ali; xarsrraa xji-V/y. Cicerone nel De 
Oratore II, 159 avea distinto queste due specie u et genus ser- 
monis adfert non liquidum, non fusum ac profluens, sed exile, 
ariduin, concisum ac minutum p; nel Bruto medesimamente è 
ricordata un' a apta et quasi rotunda construct.io n § 272, e un 
genere u fractum, minutum n § 286; e nell' u Orator r> leggia- 
mo pure a sed in his tracta quaedarn et fluens expetitur, non 
haec contorta et acris oratio n. Se facciamo un confronto tra 
le espressioni adoperato nelle Partizioni e le altre adottate nei 
rimanenti tre trattati risulta che in questi Cicerone vuole spie- 
gare piuttosto che tradurre, ma non riesce esattamente, giac- 
ché conversa equivale a cvvcvrpQL*y.éyr t meglio che a zx-c??pa.jLuJvr}. 

A questa differenza di nomenclatura, di poca importanza del 
resto, risponde una differenza rilevantissima riguardante la di- 
chiarazione fatta seguire all' espressione a conversa oratio at- 
que mutata n § 23-24. Questo genere di elocuzione u est to- 
tum in commutatone verborum r e la commutazione si ot- 
tiene nelle parole semplici per mezzo della dilatatio o della 
contractio, nei congiungimenti di parole per mezzo dell'in- 
versione dell' ordine che esse naturalmente avrebbero nel pe- 
riodo. Dunque in due figure di parole e in altrettante di pen- 
siero è fatta consistere 1' elocuzione periodizzata. Di una cosi- 
fatta spiegazione noi non troviamo traccia nelle tre opere mag- 
giori di Cicerone. 

La dichiarazione che è fatta seguire al a genus sua sponte 
fusum n ( § 16-23 ) contiene anch' essa delle novità : 1' Autore 
tenta di fondere insieme le figure di pensiero e i caratteri di 
un buon atile in cinque aggettivi sostantivati: dilucidum , 
breve^ probabile, illustre, snare. Di siffatta distribuzione, ( co- 
me anche dell' uso di questi aggettivi adoperati sostantivamen- 
te ) non esiste traccia nelle tre opere retoriche Ciceroniane; 
ma fino a questo punto nessuna meraviglia. 

Molta invece dobbiamo concepirne quando osserviamo che 
nella spiegazione del sitare S 21-22 ò mantenuto un assoluto 
silenzio della clausola. Questo silenzio è a nostro avviso col- 
legato col precetto relegato alla line del § 22 a Sed sunt mul- 
ta suavitatis praecepta, quae orationem ant magis obscuram 



Le « Parlitiones Oratoviae » 216 



aufc minus probabilem faciunt v. Con queste paróle non può 
biasimare altro che quelle regole alle quali non da posto, cioè 
a quelle che riguardano la clausola e il numero. 

L'accenno fuggevole, sul principio del § 18 u Numeri qui- 
dam sunt in coniunctione servandi consecutioque verborum n, 
posto in riscontro con il precetto del § 22 ci dice che 1' auto- 
re delle Partizioni non avea saputo ridurre a poche formole 
le regole del numero e della clausola (e del resto anche noi 
siamo nella medesima condizione), perciò mentre da un lato egli 
ricorda che e' è qualcosa nelT arte del periodo che si chiama 
numero, dall' altro avverte che le regole intorno ad esso giovano 
solamente ad intorbidare ciò che I' orecchio naturalmente oi 
consiglia di fare. E riesce im preveduta per noi 1' unione di una 
veduta stilistica di grado superiore, quale è quella del numero, 
con una di natura grammaticale ed elementare, quale è quel- 
la della u consecucio verboruin n. Giacche all' espressione V au- 
tore dà questa spiegazione; u Con seca ti o autem, ne genaribus, 
nuìneris, temporibus, personis, casibus perturbetur oratio n. 

Anche la nomenclatura delle Partizioni offre argomento a con- 
siderazioni , perchè informata ad un criterio alquanto diverso 
da quello che guida le tre opere retoriche maggiori. Quivi 
infatti Cicerone si sforza lodevolmente d* introdurre una no- 
menclatura romana che possa gareggiare con quella greca, ma 
nella difficile impresa è costretto a proporre molti voci , e a 
servirsi di vari mezzi. Egli 

1° o s* ingegna di tradurre il vocabolo greco con un vocabolo la- 
tino, ma è raro che si contenti di un solo vocabolo latino, 
adoperandone piuttosto comunemente due o anche più ; 

2° o ti aduce il vocabolo greco con perifrasi di due specie, 

a) ora spiegando in che consiste la figura espressa dalla vo- 
ce greca: 

es. z/Jtfycoix ~; plura continuata tralata ( verba ) De Or. 

Ili, 160; 
rz continuata^ tralationes, Orat. 138; 
7:p;7r>ì7:c7:cuz-^:\)vrHoi\tiv\im lieta induotio, De Or. Ili, 205; 



21C Capitolo Nono 

m 

fi) ora spiegando V idea che racchiude il vocabolo greco: 

es. x/jjr/co:z — aliud dicere , aliud intelligere, De Or. 

Ili, 166; 
— alia piane oratio, Orat. 94; 
7r*;7wi:;7r*ua — muta quaedam loquentia inducere, O- 

rat. 138. (1) 
Nei vari mezzi di cui si serve Cicerone non bada al nume- 
ro delle parole latine che egli impiega per tradurre il vocabo- 
lo greco; invece nel modo più evidente Fautore delle Partizio- 
ni vuol riuscire a renderò un termine tecnico greco con uno 
romano, e quando è costretto ad adoperare la perifrasi, anche 
questa riduce ad un sol verbo. Costante è in lui anche il proposito 
di mantenere fin dove può nella voce latina la composizione 
etimologica della voce greca. Per conseguire questo risultato , 
quando non può scegliere fra molti vocaboli proposti nel a De 
Oratore n o nelP a Orator n, o quando non può ridurre a sempli- 
cità la perifrasi, conia vocaboli nuovi, o ne fa servire alcuni ado- 
perati per lo innanzi con diverso significato, al suo nuovo bisogno. 
Esempì: 

1.° Scelta di un vocabolo fra molti altri proposti prima, o 
invece di una locuzione: 

circumscriptio § 19 u aut eircumscriptione conclusa aut in- 
termissione etc. r> cfr. Ontt. 204 a Graeci rfiocc^s», nos tum am- 
bitum, tum circuitum, tum compreheusionein aut continualo* 
nem aut circumscriptionem dicimus v. 

disceptatio § 104 a Ex rationis ante in et ex firmamenti con- 
flictione et quasi concursu quaestio exoritur quaedam, qnam 
disceptationem voco, etc. » cfr. l)j Or. II, 78 u Causam appel- 
laut rem posita in disceptatione re.oniin et coutroversiam v ; 
ibid. Il, 113 a Ita tria snnt oinnino genera, quae in discepta- 
tionem et controversinm cadere possi nt »; ibid. II, 291 u Nul- 
la enim fere res potest in dicendi disceptationem aut contro- 
versiam vocari, etc. r> In I T 22; 65; II, 5 disceptatio è adope- 
rato a solo, ma nel senso di discussione in generale, che è di 
gran lungo diverso ila quello che intende con disceptatio et 



(1) Cfr. Cacseret Ch. Étude sitr la Uwtjve de In Rhetorique datts Ciréì'ov, 
Paris, 1886, pag. 18-28. 



Le u Partitiones Oratoriae r> 217 



controoersia. Ofr. la iudicatio della u Rhet. ad Herenniam n; 
a pag. 70 di questo volume. 

fldes — motus § 8 a quoniam de fide respondisbi , volo au- 
dire de inotu n e § 15, 27, 46. Nelle tre opere maggiori sem- 
pre /idem f'acere, motuni afferro. 
2.° Perifrasi ridotte: 

§ 17 quae transjeruntur — uàrxiGoz] De Or. Ili, 155 a ver- 
bi translatio n. 
ib. gune iihmutantur ~ asTOìWJXT.; De Or. Ili, 167 u sum- 
pta re simili verba eius rei propria deinceps in rem 
aliam, ut dixi, transferuntur v. 
ib. quibus tauiquam abntiinuv — nx-i'/wiiizi De Or. Ili, 
169 a abutimur saepe etiam verbo non tam eleganter 
quam in transferendo, sed etiamsi licentius , tamen 
interdum lìon impudenter n. 

3.° Vocaboli nuovi: 

Snperlata = u7Tìo/5:/.yi § 20 u Illustris est autein oratio, si et 
verba gravitate delecta ponuntur et translata et superbi- 
ta, e te. 7> 

dissentanea, § 7 u ut ea quae sunt ipsi contrari ove eius 
aut similia aut dissimilia aut consentanea aut dissentanea, 
etc. n 

aascultator, § 10 a Nam aut ausoni tator modo est qui ali- 
di t aut disceptator, etc. v II vocabolo però ha carattere po- 
polare , perciò sarebbe antiquato, piuttosto che nuovo. 

reformidatio, § 11 u in suasione autem aut spem aut re- 
formidationem deliberantis n. 

4.° Voci adattate a nuovo significato: 

quaestio, § 4 a quaestio quasnam habet partes ? — Infini- 
ta™, quam consultationem appello , et defini tam , quaui 
causam nomino v. 

Nel De Or. II, 78 quaestio traduce r niiz } opposta ad essa è 
causa zzi£-'j r js7iz; ofr. anche Orai. 45 e Top. 20. Nelle Par- 
tizioni diventa termine generale ohe comprendedue specie 
particolari: u quaestio infinita n detta consultai io ~ 0s7(*; 
u quaestio definita v detta causa zzzù-'Pnziz. 

Consecutio verborum § 18 a Consecutio autem, ne gene- 



218 Capitolo Nono 



ri bus , numeris, temporibus, personis, casibus perturbetnr 
oratio 77. Significa dunque u correttezza grammaticale, n Nel 
u De Oratore » la voce cotisecutio è adoperata a significa- 
re uno dei mezzi con cui si dà svolgimento alle tesi di 
cognizione, III, 113 — Nel a De Inventione v al vocabolo 
era stato attribuito un senso più generale, riguardante ogni 
procedimento logico per cui da date condizioni si rica- 
vano delle conseguenze, I, 27 e IT, 12. 

Iitteratnra, § 26 a Nihil sane praeter memoriam, qnae est 
gemina litteraturae quod-ammodo et in dissimili genere 
persimilis ». Ha dunque il significato di « scrittura ». 

continenti», § 103 u Itaqne ea, quae sic referantur, con- 
tinentia causarum vocentur n. Nella terminologia fiu allo- 
ra adottata si diceva ratio ( traduzione di xhicv) la ragio- 
ne addotta dall' accusato per scusarsi dell' azione di cui 
veniva iucolpato; firmarne iti um (traduzione di vwéycv) l'in- 
sieme di argomenti con cui 1' accusatore ribatteva la difesa 
dell' accusato. ( vodi a pag. 36 di questo volumo ). Nelle par- 
tizioni vien* proposto continentia come traduzione di n- 
viy&i ma d' altro lato si osserva che il contenuto di una 
causa è formato da ciò che viene addotto dall' accusato e 
da quello che viene contrapposto dall' avversario; quindi 
accoglie subito dopo a distinguendi gratia » la voce già 
fatta e accettata di u firmamentum ». Bisogna osservare che 
il primo teutativo di introdurre il vocabolo era stato fatto 
da Cicerone nella Topica § 95 u quibus autem hoc u qua 
de re agitur» continetur, ea continentia vocentur, quasi 
firmaineuta defensionis, quibus sublatis, defeusio nulla sit »; 
ma delle parole di questo luogo, se ci sono esse pervenute 
cosi come Cicerone le scrisse, si ricava che egli riferiva il 
vocabolo alla ratio. (1) 

Dopo tutto quanto abbiamo discorso, ci sia lecito ripetere 
quello che dicemmo sul principio di questo capitolo, che cioè 



^1) Ànclio nel De Inr. I, 18-19 la dichiarazione di firmamentum è oscu- 
ra: u firmameli timi est finn Usi ma arsura mi tat io difensori» et appositissi- 
ma nd judirationem. » Dovrebbe essere cosi concepita: u f. est. f. a. accu- 
sa (or is et a. ad ratianem. n 



Le u partitiones Oratoriae n 219 



le Partizioni non hanno i caratteri propri di un' opera cicero- 
niana. Esse probabilmente sono opera di qualche retore, (di 
poco posteriore a Cicerone ), il quale si propose di ricavare dal- 
le opere maggiori di Cicerone una partizione retorica, e così 
potè a buon diritto rappresentare nel dialogo catechistico il 
grande oratore come espositore del sistema. Ma pur raccoglien- 
do dalle opere di lui tutta la materia, non seppe rinunziare a 
non poche sue particolari tendenze. 

Angelo Decembrio fu il primo a dubitare dell'autenticità del- 
le Partizioni , (1) ma il solo suo argomento foudato sul silen- 
zio che Cicerone serba di quest' opera in tutti i suoi scritti è 
facilmente ribattuto dalla testimonianza di Quintiliano; veda- 
no ora i critici se questa testimonianza riceva una nuova e 
decisiva scossa dalle osservezioni che abbiamo sottoposte al lo* 
ro giudizio. 



(1) De Politia Literaria, Basileae 1662, lib. I, pars. X, pag. 62, 



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INDICE 



CAPITOLO PRIMO 

LA. RETORICA IN GRECIA 

Dalle origini fino ad Aristotele. — La scuola sioula: Empedocle, Koraoe, Tisi», 
Gorgia. — La scuola sofistica greca: Protagora, Prodioo, Hippla. ~- La scuola si- 
oula fa cadere nella dimenticanza quella greca: oarattere dell' arte di Gorgia. 

Contemporanea a questa vive una scuola pratica di eloquensa : Thrasimaco , 
Theodoro, KetaLion, Antifonte, Teramene, Lydia. 

Socrate muove lotta a queste scuole di eloquensa e getta le basi di una retori- 
ca filosofica; Platone determina il piano di questa retorica nuova. Isocrate svol- 
ge il piano di Platone con tendense pratiche; Aristotele, secondo i desiderii del 
maestro, in modo assolutamente filosofico pag. 1 



CAPITOLO SSCOMDO 



GLi Stoici — Hermaqora. — Le scuole filosofiche ohe coltivarono la retorica. — Fi- 
losofi Peripatetici : Theophrasto , Demetrio di Phaleron , Hieronymo di Sodi , 
Critoloo, Oarneado, Diogene di Babilonia. — Filosofi stoici : Zenone , Kleanthe, 
Ghrysippo, Poseidonio. 

Hermagora: Ricostrusione del suo sistema: Definisione della Retorica. — Uf- 
ficio 
dioium, 
gora pag. 21 



ioio dell* oratore — VaÌOSTI* : Thesis ed IpothesU, Peristasis. — OÌXCVOLUOL \ Iu- 
Lioium, Partitio, Or do, Elocutio. — Giudizio di Cicerone dell' opera di Herma- 



CAPITOLO TERZO 



LA RETORICA IN ROMA 



Le origini dell* retorica in Roma. — La « Rh storica ad Herennium a. — Gli studi re- 
torici e i retori che precedettero 1' autore della Rhetorica ad Herennium. — Cor- 
ni fio io. — Esposizione del sistema contenuto nella Rhetorica ad Erennium , ohe 
gli si attribuisce. — Le fonti. — Contributo di Comincio alla retorica latina. — Ca- 
rattere della sua teoria* pag. 46 



222 Indice 



CAPITOLO QUARTO 

Il « De Ixventioxk ». — Esposizione d<»l sistema. — Osservazioni critiche a questo 
sistema. — Paragone tra la teoria di Corninolo e quella di Cicerone nel De Inveì- 
tione pag. 67 

CAPITOLO QUUTTO 

i. 

Il « Dtt Oratori:: ». — Esposizione dei contenuto. — Metodologia. — Enciclopedia di 
essa. — Tecnica P&g- 89 

II. 

1. Come si ricavi dal De Oratore la metodologia e la tecnica di Cicerone. — 2. Cice- 
rone tratta la metodologia con indirizza conciliativo tra la teoria dei filosofi e 
quella dei retori. — 3* Origine e carattere delle polemiche tra queste due scuole. 
Contemperamento delle dottrine avverse nel sistema di Cicerone. — 4. Le fonti 
della metodologia e della tecnica. — 5. L'arte della composizione: oontradizioni, 
disordine, ripetizioni. Scopo del libro P&g* 104 

CAPITOLO SESTO 

Il « Brut US ». — La Polemica tra gli Attioisti e Cicerone dà origine al Brut ics e al- 
l' O rat or. —Con quali criteri è trattata nel Bruliut la storia dell' eloquenza romana. 
— I punti su cui aggiravasi la polemica. — Giudizio di Cornelio Tacito. pag. 189 

CAPITOLO SETTIMO 

L' « Orator ». — La teoria dello stile. — Quale sia il migliore stile oratorio. — L' o* 
ratore perfetto. — La teoria del numeriti. — La composizione dell' Orator: il trat- 
tato risulta dalla riunione di due brevi trattati: 1. Sullo stile; 2. sul numero, ce- 
mentati insieme con la rappresentazione dell' oratore perfetto. 
Il u De optimo genere oratorum a. pag. 155 

CAPITOLO OTTAVO 

La u Topica a — Contenuto dell' opera. — La questione delle fonti. — Soluzione con- 
ciliativa e non conciliativa. — Relazione che corre tra questo trattato e gli al- 
tri retorici di Cicerone. pag- 189 

CAPITOLO KOKO 

Le « Partiti ones Oratoriae « — Contenuto dei trattato. — Difficoltà di determina- 
re il tempo in oui fu composto. — Considerazioni che inducono a dubitare del- 
l' autenticità pag. 901 



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, 80-81 * 


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89 rig. 96 


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46 « 18 


phllosophare 


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n. 1 


Cere 


Gerere 


* 


47 n. 1 


De Claris Rhet. . 


De Rhet. 


• 


67 n. 4 


I, 27-80 


I, 28-27 


« 


66 rig. 4 


Betorik 


Bhetorik 


• 


89. n. 1 


Wolkmann 


Volkmann 






quindi il rimproTero 


quindi il primo rimprovero 






xtyyvxÀVjiv 


reyvMÓv 


• 


70 rig. 4 


delia 


dalla 




7 


negooialis 


negotialis 


m 


71 n 18 


judicum 


iudioum 




97 


quaae 


quae 


9 


78 » 10 ^ possono 


possano 




n. 4 


ex raoioninatione 


ex ratiooinatione 


n 


76 rig. 21 


leggi timi tà 


legittimità 




\ 22 


dubio 


dubbio 




99 


in belligere 


intellegere 


» 


78 n. 1 


Griph is waldiae 


GtryphUwaldiae 


* 


79 rig. 1 


is est 


is et 




18 


Burnus 


simus 




97 


abondante 


abbondante 


■ 


80 n. 1 


reth. 


rhet. . 


» 


89 n.' 9 


Veber di 


Ueber die 


n 


83 n. 1 


Reth. 


Rhet. 


n 


85 rig. 9-28 abondante 


abbondante 


n 


90 rig. 1 


doveano 


dovea 




19 


essa 


esso 


n 


96 rig. 7 


visi 


visi 




26 


essa 


esse 


w 


126 n. 2 r. • 


t qualo 


quale 




n. 9 r. 11 attestato 


attestata 


9 


182 rig. 95 


laddove nel libro terso inveoe 


laddove nel libro terzo 


» 


188 n. 1 


Praef. 


Pref. 


» 


141 rig. 8 


dicendi 


oratorum 


9 


154 rip. 9 


voi. 53 


voi. 85 


TI 


165 rig. 5 


dioendi 


orato rum 




18 


differivano 


differiva 


1» 


181 rig. 90 


nella 


nulla 






necque 


neque 




ultima 


reprebenhet 


reprehendet 


n 


186 rig. 4 


Cicero, ne 


Gioeronn 




10 


manifesto 


manifesta 


n 


199 n. 1 r. 4 ditrochae 


ditroohaeo 


n 


219 rig. 14 


• osservesioni 


osservasioni 


Aggiunta. —A pag. 64 nota 1: e sopra tatti Fr. Marx, op. o. pag. 82, 86-85, ohe si trat 




tiene lungamente a dimostrare la puerilità del 


nostro autore. 



Altre mende tipografiche correggerà il lettore.